domenica 25 dicembre 2016

Una favola di Natale ricevuta in regalo

Favola natalizia tradizionale Lappone (surrealista o più verosimilmente con grossolani errori di traduzione)



Era la vigilia di Natale. Lui si presentò così come se ne era andato, all’improvviso.

Lei posò in grembo l’incudine che stava ricamando e lo guardò.

Lui pensò che lei non era mai stata così bella.

Lei si disse che lui le piaceva come le era piaciuto fin dal primo giorno. Per nulla.

Lui sentì arrivargli addosso tutta la loro storia, come un branco di lupi al galoppo che raggiunge e travolge una bicicletta al formaggio.

Lei vide che dopo tutto questo tempo lui aveva ancora tutti i suoi arti. Quattro. Quanti pomeriggi uggiosi aveva passato a contarglieli. Quegli arti. Dopo tutto questo tempo. Qui, ora. Li ricontò per essere sicura di non sognare.

Lei se lo trovò in piedi a meno di un passo dalle sue ginocchia. Si alzò in piedi e l’incudine cadde.

I metatarsi di lui furono in un attimo solo un lontano ricordo.

Sul viso di lui solo per un istante apparve una impercettibile contrazione sopra lo zigomo destro. Ma non volle rinfacciarle nulla, lei era sempre stata così sensibile ai rimbrotti. Amore.

Lui ricordò di quando, giovani e poveri, fabbricavano specchietti per catturare le allodole. Con il ricavato della vendita delle allodole (una volta pulite le ceste di Rimini dai pochi usignoli rimasti abbacinati per isbaglio a loro volta) compravano altri specchietti, catturavano altre allodole, e così via fino a che la loro casa era invasa, i loro spazi sempre più angusti. Lei non sapeva più come condire il carpaccio di allodole. Lui un giorno sbottò crudelmente che insomma una pizza ogni tanto eh. Ma lei si sentì sminuita come cuoca, e glie lo disse sulla nuca. Lui si girava sempre quando aveva torto.

Poi un brutto giorno lui aveva detto “o io o le allodole” e se ne era andato carico di specchietti che lei gli aveva lanciato in giardino dopo averlo cacciato di casa.

Carico di specchietti non aveva fatto altro, ovviamente, che passare gli anni successivi a riflettere.

E a pensare a quando lui e lei, dopo che lei aveva fatto l’amore con un altro, si sdraiavano sul prato, stanchi, e le nuvole stavano a guardarli mentre loro cambiavano lentamente posizione. E le nuvole a dirsi languidamente: “guarda quei due, sembrano un coniglio, no un aereo, no una faccia di profilo”.

Lei in tutti quegli anni gli aveva scritto una sola volta, un post it, in Braille, ma lui per quel tempo aveva già smarrito le dita. E lei lo sapeva.

E adesso lui era tornato.

Lui le disse: E’ la vigilia di Natale. Eccomi, all’improvviso, così come me ne sono andato.

Lei gli disse: hai visto la mia incudine?

Lui abbassò lo sguardo e non disse niente.

Poi i loro occhi furono vicini, non solo il sinistro di lui con il destro di lui ed il sinistro di lei con il destro di lei, ma il sinistro di lui vicino al destro di lei ed il destro di lui vicino al sinistro di lei.

Si avvedettero che nessuno dei due aveva contratto un coloboma dell’iride. Adesso niente poteva più separarli.

Da quel lontano addio entrambi si erano mantenuti casti.

Lei corse a cercare qualcuno con cui far l’amore per potersi poi sdraiare con lui a farsi guardare dalle nuvole. Che li stavano ancora aspettando, solo un po’ più cumulonembi.

“Guarda, una clessidra, no un cedolino paghe, no una didascalia!”


Ma erano solo una bella donna ed uno sciocco, e lo sarebbero stati per sempre.


Adesso erano di nuovo vicini. Almeno per Natale.

E lui non desiderava altro.



martedì 20 dicembre 2016

Quasi Natale un nodo e la tredisema


Sarebbe dovuto partire con il pullman all'alba, un viaggio lungo, con delle luci da vedere vicino al mare, ed un ritorno in orario quasi notturno, lei era agitata, nel suo silenzio, senza verbalizzarlo a nessuno, ma era agitata.
Quella era la sua prima partenza da ragazzo invece che da bambino, era questo forse il motivo di tanta ansia?oppure era il lento, inevitabile e sano distacco che una crescita crea fra madre e figlio, un distacco dei corpi, la riduzione della vicinanza delle mani, le coccole ed i baci che diventano meno fluidi, meno spontanei, più impacciati?
Cosa le annodava lo stomaco in quel lungo venerdì con tre gradi ed un cielo pulito come un vetro lavato?
Si sentiva in allerta, rapida e confusa nei movimenti e nella gestione di quella giornata nella quale, tendenzialmente mascherava solamente l'attesa.
Stava attendendo, ogni momento trascorso era un pezzo di attesa che diminuiva di ore ed aumentava di intensità.
Lo aveva lasciato andare, sapeva che non aveva scelta e che quella sarebbe stata l'unica cosa giusta, lasciarlo andare.

Poi all'ora di pranzo aveva saputo della morte orribile di quella giovane madre e della sua piccola bambina.
La piccola frequentava la prima elementare nella nostra stessa scuola, stava per entrare in classe, era il giorno della recita, un sorpasso per mangiarsi il ritardo ed arrivare in tempo.
La notizia era arrivata poco prima della recita di Natale del suo bambino piccolo, i genitori erano entrati attoniti e silenziosi nel teatro della scuola, si erano sistemati sui gradini gommati, avevano applaudito ai piccoli con i cappellini di babbo natale ed alle loro cinte di cartoncino marrone.
Si era rimasti tutti in quel lago di stupore che la morte ti lascia quando ti sfiora e ti soffia in faccia il vento crudele del suo arrivo, si stava tutti fermi, abbandonati a quel terrore che una tragedia tanto vicina ti getta addosso.
Ogni cosa era simile alle nostre storie di tutti i giorni, il suo zainetto nuovo per la prima elementare, il lettino disfatto, una colazione troppo veloce, una sgridata, il pigiamino lasciato sul divano, la particina della recita, qualche bacino ed una carezza, il panino imbottito per la merenda delle dieci, una madre e la sua bambina.
Uguale alla storia di tutti noi.

Lei lo aveva aspettato ogni minuto, camuffando chiamate quasi accidentali, distratte, inviando un messaggio, lo aveva aspettato mettendogli il pigiama sul termosifone, accendendo presto l'albero ed il presepe, inseguendo con il pensiero quel pullman che tagliava l'autostrada nel buio denso.
A mezzanotte l'aveva finalmente sentito salire per le scale, arrivarle addosso in un abbraccio entusiasta da cucciolo festoso, lei gli aveva annusato i capelli che non sapevano più di casa, ma di cuscini di velluto e di mare, sapevano di fuoco e chilometri, lo aveva ascoltato raccontare ogni particolare di quella incredibile giornata con gli amici vecchi e nuovi.
Mentre lui le parlava standole steso accanto, lei aveva lentamente lasciato andare la morsa dello stomaco, aveva permesso che il suo odore di figlio le sciogliesse la tensione trattenuta a lungo, si erano addormentati vicini nel lettone come quando era più piccolo.
Un padre, suo amico, quella stessa notte, a mille chilometri di distanza le affidava lacrime e foto di peluche per una figlia che andava a vivere da sola, quell'uomo le aveva parlato del suo dolore e del suo stupore, le aveva scritto quella cosa giusta che lei si ripeteva da anni, quella cosa dei figli da scoccare come frecce nel mondo, lei però, aveva pensato che fra l'allattarlo e lo scoccarlo, dentro a questo spazio di tempo che era passato, ci aveva trovato mille sfumature di gioia e dolore, e che lo strappo era grande e bruciante e che era bellissimo e sconvolgente insieme.

Si era svegliata con la voglia di fare i regali di Natale a tutti, regali stupidi, superflui, folli, ma si era accorta che non era ancora arrivata la tredicesima.

sabato 10 dicembre 2016

Pacchetto medie


Nel pacchetto "figlio alle scuole medie" ho trovato:

-un linguaggio assurdo fatto di frasi ripetute tipo "eh, volevi, guarda che faccia"
-baci più rapidi
-risposte piccate
-linguaggio tecnologico da video game oscuri
-scatti d'ira
-eliminazione inaspettata dei pantaloni del pigiama, associata a presenza unica di boxer
-sistemazione mattutina dei capelli ribelli, mai avvenuta prima
-richiesta di acquisto pantaloni stretti sotto e felpa nera con cappuccio
-sarcasmo
-ironia cinica
-ritiro libretto verde per le giustificazioni
-estenuante attesa per parlare con i professori che non ricordano bene chi sia il suddetto ragazzino: "per favore mi descriva com'è fatto"
-due insufficienze brucianti
-una festa-battaglia-spara colori
-nessuna recita di Natale da piangersi tutto il rimmel che mi porto appresso
-critiche ai miei panini imbottiti con tanto amore e fantasia (sempre questo crudo di San Daniele, questo cotto i.g.p, questa insalata mista con bresaola, queste zucchine grigliate con stracchino, uffa)
-una tenerezza da piccolo uomo che mi leva il respiro
-cambio di sport e continui aggiornamenti in merito, scivolate, dribbling, rovesciate, falli, rigori
-spostamento verso l'alto dell'orario di addormentamento
-spostamento verso l'alto dell'orario di risveglio mattutino
-ricerca di amici e gruppo ovunque e sempre
-carta d'identità appena fatta
-prima festa con gioco della bottiglia annesso

All'ultima voce ho vacillato fortemente, ve lo confesso.
Non sono più una giovane madre.

giovedì 1 dicembre 2016

Differenze-multipla parte




La notte precedente lei dorme poco, si sveglia spesso, resta con gli occhi aperti nel buio denso.
A lei piace dormire completamente immersa nell'oscurità, tranne che per piccole fessure di luce di luna, ricavata fra le stecche delle serrande.
Nell'agitazione di un sonno che non arriva, immagina come si vestirà, abbina le calze all'intimo, ripercorre i gesti con i quali si truccherà gli occhi, anticipa i movimenti che farà per indossare gli stivali ed il cappotto, ipotizza gli argomenti della lezione, gli appunti che prenderà, saranno certamente pochi e scritti disordinatamente, lei preferisce ascoltare.
Nella notte precedente lei quasi sente scorrere fra le dita, la matita che infilerà ad un certo punto fra i capelli, riesce persino a vedere lui che punta gli occhi sulla sua nuca scoperta, così tenera e calda, da infilarci dentro una carezza.
La notte le sembra lunghissima anche ora, mentre sdraiata bocconi, cambia completamente l'abbigliamento che aveva deciso fino ad allora, e ricomincia il gioco degli abbinamenti, invertendo colori e consistenze.
La notte sembra avanzare collosa e nera come catrame durante i pensieri che lei fa su loro due finalmente vicini, per dirsi una verità dopo tanto tempo.
Quella notte lei si muove molto con tutte le lenzuola e le coperte che si porta avviluppate addosso, il fruscìo delle gambe, qualche brivido che corre sulla spalla, è in ascolto di ogni cosa, nel silenzio ottuso di quel giorno finito e di quello nuovo che sta arrivando.
Non può fare a meno quella notte, di fantasticare sulle parole che lui userà per riaverla con sè.
All'alba lei inizia a lavarsi piano nel bagno, per non svegliare nessuno, prende a levigarsi la pelle, a profumarsi, ad allacciare e stringere.
Arriva a lezione cercando l'assurdo zainetto di lui, controllando attenta dove sia posizionato il suo giaccone di lana ruvida, dove si trovino le sue mani asciutte in quel preciso momento.
Le batte forte il cuore nei passi che la conducono ai banchi dell'università, il sonno mancato stropiccia la sua bellezza ma la rende più spontanea, più arrendevole.


Lui la porta dentro ad un ascensore e le stropiccia un seno.

venerdì 25 novembre 2016

Mi sono spogliata


Mi sono spogliata dentro al bagno del centro congressi, ho scostato i capelli dal mio collo, mi sono guardata a lungo.
Mi sono trovata bellissima.
Ero talmente bella che mi sono commossa, la tenerezza con la quale ho iniziato ad osservarmi era viva e palpitante.
Ho ripercorso la mia bellezza nelle ginocchia di bambina, nel naso che mi pulivo sulla manica del grembiule, di tutto quello che ho annusato e custodito dentro al cuore, bella nelle canzoni che avevo scelto, nelle mie braccia che hanno cullato e consolato, negli occhi che non sanno mentire né celare, nella spinta che parte sempre spontanea e senza calcoli, bella nella paura matta e nel coraggio inaspettato, bella nella sopportazione del dolore e nel lamento.
Mi sono trovata bellissima ed ho continuato a guardarmi per scoprire fino a dove lo fossi, fino a quanto.
Ero bella nei seni caldi che avrei continuato a donare senza freni né protezione, nel latte e nelle lacrime che ci sono scivolate dentro e sopra, nelle torte che avevo preparato e negli agguati notturni di un'angoscia tutta mia senza nome e senza volto che forse poi è solo vivere.
Ero bella quando mi fermavo a guardare una coppia che si baciava, quando notavo qualcuno che si tendeva la mano, quando arrivava un pancione, ancora un altro pancione pieno di vita brulicante da guardare di nascosto.
Ero bella nei fianchi che premevano per danzare e nei capelli che sapevano scivolare sulla pelle di un uomo per solleticarlo e coprirlo e carezzarlo.
Ero bella quando in autunno mi incantavo a guardare gli stormi di uccelli con la bocca aperta tenendo per mano i miei figli, mentre gli altri scappavano via perché avevano paura di essere sporcati.
Ero bella nelle battute sceme e nella voglia di ridere, nel profumo che avevo addosso e nelle scarpe con il tacco che andava sempre a finire, mi duolessero da matti.
Ero calda e bella, una donna morbida sotto ad una camicetta leggera, bella nelle storie che avevo da raccontare ed in quelle che desideravo ascoltare, bella nel mio sonno salvifico quando fuori pioveva ed il fiato si svuotava dalla corsa.
Mi sono guardata nuda nello specchio di un bagno al centro congressi, durante la pausa caffè, bella nell'indecisione, nella passione, nella spavalderia ridicola, nell'insicurezza infantile, nel patetico sogno di essere amata.
Ero bella tutta, nella curva troppo tonda del sedere e nelle scelte avventate, nelle urla e nello smarrimento, nei figli che cantano con me e che litigano e che si abbandonano all'amore insieme a me, vicini a me.

Mi sono rivestita piano, sono tornata in aula ed ho capito che era una bellezza che i tuoi occhi non avrebbero mai potuto vedere.
Mai.

sabato 19 novembre 2016

Poutpourri d'autunno


La mattina aveva trovato una lettera vera nella buca della sua posta, era scritta con inchiostro blu, dentro ci aveva trovato poche righe belle ed una carta plastificata, per conservare la tua bellezza, c'era scritto.
Lei aveva sorriso, amava le sorprese, adorava le lettere.
Era andata in profumeria con il suo solito mal di testa esplosivo, intorno all'ora del pranzo, non c'era nessuno, solo la commessa, la commessa che la serviva spesso.
Aveva staccato la sua gift card dalla lettera davanti a lei, aveva iniziato a raccontare di loro, della scrittura fitta ed intensa, del loro rapporto intimo senza mai essersi visti né sentiti, delle sorprese, l'ultima questa.
Aveva girato fra gli scaffali cercando di non farsi prendere dall'euforia e tentando di fare acquisti ragionati.
L'euforia l'aveva travolta e non aveva ragionato neanche per sogno. Come sempre d'altronde.
Tutto era così profumato e scintillante, tutto sapeva del percorso di bellezza del quale avrebbe voluto renderlo partecipe.
Lui con un sms le aveva chiesto come si chiamasse la commessa, lei aveva risposto che non lo sapeva, lui poco dopo le aveva scritto ancora:" si chiama Giulia, le ho chiesto se eri felice, mi ha detto di si" e lei si era riempita di tenerezza.
Era uscita con i pacchetti nella bustina di agrumi, il mal di testa sembrava aver mollato la presa.
Con la commessa avevano chiacchierato fitto, si erano confidate cose importanti, cose del cuore, provando rossetti ed ombretti sul dorso della mano.
In macchina aveva reclinato la testa per respirare, le erano passate davanti le parole di lui, i suoi commenti sagaci, le sue storie complesse come labirinti nei quali smarrire la direzione, il profiterole non mangiato, non imboccato, le lettere che lei gli aveva inviato nei momenti terribili di paura e smarrimento, di leggerezza e svago, di nostalgia di qualcosa che lei fantasticava potessero creare insieme, le dolorose scarpe con il tacco scambiate per stivali, la distanza, la fatica, le foto in cui lui era troppo pettinato, le foto in cui lei gli mostrava le sue cicatrici, la sua pancia, una colica renale taciuta, i baci non dati, il prosecco non bevuto, raccontami di te ragazzo, apri quel cuore, sposta la canottiera sotto alla camicia, le era passata davanti la melanconia, il taxy che non arrivava ma sarebbe stato bello non farlo arrivare e continuare così ancora a lungo, e poi le parole, ancora tante parole, lui l'aveva maledetta, poi adorata, poi le aveva rinfacciato tutto, l'aveva cacciata e ripresa, urlata e ricercata, lei non aveva smesso di ascoltarlo e di raccogliere i pezzi di loro due che lasciava in giro come fossero panni sporchi.

Era successo tutto questo e molto di più in un autunno strano dentro ad una delle cose più imprevedibili che possa esistere della vita: un incontro.

giovedì 3 novembre 2016

Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori





Era la luce dei tuoi occhi?Fallo brillare ancora, diamantificazione delle ceneri a partire da 4.500 euro.
Tuo marito era pesante, pignolo e brontolone?trasformalo in una palla al piede.Piombificazione delle ceneri a partire da 3.500 euro.
Tua moglie era assillante, grassa e rompicoglioni?trasformala in una sveglia trillante che ti strappi dalle lenzuola alle prime luci dell'alba.Sveglificazione delle ceneri a partire da 3.000 euro.
Tua suocera era criticona, attaccabrighe, aggressiva come un mastino?trasformala in un piercing da fissare ai testicoli, a partire da 2.800 euro, testicoli esclusi.

Ovviamente si garantisce che tutti i lavori verranno eseguiti a regola d'arte e che saranno belli da morire.

domenica 23 ottobre 2016

L'amore assomiglia




L'amore non c'entra con le promesse, i matrimoni, i giuramenti.
L'amore non è per sempre, cammina ad onde instabili dentro di noi, a volte si infrange sugli scogli ed allaga qualsiasi cosa si trovi davanti, altre volte si asciuga e viene risucchiato all'indietro, seccando anche gli occhi.
L'amore non c'entra con il per sempre e la fedeltà.
L'amore è uno stato impermanente, fragilissimo ed intenso,simile ad un'allucinazione.
L'amore è un momento in cui si riesce a cogliere il nucleo pulsante dell'altro ed a prenderlo in braccio, a vederlo, a guardarlo con cura.
L'amore è riuscire a cogliere la sua essenza nascosta senza sforzo, e riuscire a cantarla, a raccontarla agli altri.
L'amore assomiglia ad un tratto di barba che ti riempie il cuore di tenerezza.
L'amore assomiglia ad un maglioncino nero morbido che vorresti stringere a te ed appoggiarci la tua guancia stanca.
L'amore assomiglia ad una ciglia piegata che hai notato nella luce di un pomeriggio qualunque, l'amore prende la forma di cartocci di fogli tirati addosso per giocare come i bambini, l'amore è una striscia del suo profumo che ti si infila nel naso appena ti muovi,ed il ricordo di quando lo avevi vicino e potevi semplicemente raggiungere le sue labbra.
L'amore assomiglia a racconti rapsodici e disordinati di film di cui non ci si ricorda mai i titoli ed a brandelli di libri letti da soli che sei sicuro possano piacere anche a lui, l'amore assomiglia ad un battito fuori sincrono, ad una morsa di nostalgia che ti coglie mentre guidi, ad un sogno notturno con lui dentro, un sogno che non facevi da molto tempo, l'amore assomiglia alla mattina che arriva subito dopo averlo sognato, quando lo incontri per caso, ed il sogno ti ritorna davanti agli occhi e sulla pelle e ti scalda le guance.
L'amore assomiglia alla ricerca di una scusa scema per dirsi ancora qualcosa e restare nello stesso posto insieme.
L'amore è un lampo, una traccia musicale spedita nel traffico, un pensiero che ti attraversa e ti modifica la faccia.
L'amore è una valanga di foto che invii per riassumere la tua vita dentro a delle immagini che ti appartengono.

L'amore assomiglia a te.

martedì 4 ottobre 2016

L'umanità soffre ed io non sono da meno


C'è chi va a correre tutte le mattine al parco, che nevichi o sia la vigilia di Natale, che diluvi o ci siano quaranta gradi all'ombra, sempre, inderogabilmente.
C'è chi si tatua dappertutto, ogni centimetro di pelle, martellandosi collo e natiche con aghi ed inchiostri.
C'è chi spende ogni centesimo dei proprio soldi ed ogni minuto del proprio tempo, per comprare, lucidare, sostituire, pulire ed esporre la propria macchina d'epoca.
C'è chi partorisce otto figli uno dietro l'altro, chi fa la spesa in sedici posti diversi basandosi su una speciale mappatura dei prodotti al miglior prezzo (l'aceto bianco solo da Carrefour, lo zucchero solo da Lidl, il trancio di speck unicamente all'Ipercoop).
C'è chi ingrassa a dismisura, mangiando continuamente roba schifosa e fotografando ciò che mangia,gente che arriva a pesare più di 100 chili già a vent'anni e non può più correre nè allacciarsi le scarpe, chi è talmente magro da non riuscire a camminare perchè mangia poco o nulla e quel poco o nulla, spesso lo vomita.
C'è chi mangia solo derivati della terra e bacche di goji, chi si fa la piega dal parrucchiere ogni mercoledì senza deroghe, chi ingurgita sacchetti di liquirizie purissime e fuma in qualsiasi momento.
C'è chi si fa applicare sulle unghie gelatina spessa come un tappo di sughero e piena di glitter.
C'è chi è fissato con la saga di Star Wars e chiama il figlio Anakin, chi beve solo acqua e digiuna ogni mercoledì.
C'è chi va in chiesa con la propria comunità per stare tutti insieme due volte a settimana e pregano e si sostengono e mangiano a quattro ganasce chiamandola agape.
Cè chi si imbottisce di farmaci per qualsiasi sensazione avversa provi, e chi rifiuta una semplice tachipirina anche con 40 di febbre.
Ci sono uomini che non smettono di dire "è mio" da quando avevano 4 anni ed ora sono pieni di rughe e lo credono ancora.
Ci sono donne che riescono ad impiegarci un quarto d'ora per descriverti come desiderano i colpi di sole stavolta.
Ci sono gli appassionati dei manga, quelli che sanno tutto di calcio, anche chi era schierato in panchina ai mondiali del 1982.
C'è chi dorme fino a mezzogiorno e chi alle sei è già in piedi persino di domenica.
C'è chi la mattina non rivolge la parola a nessuno se non beve tre caffè a distanza di un quarto d'ora uno dall'altro, chi è abbonato alla rivista "Carpe e pesci di lago" e non parla d'altro.
C'è chi si sballa con qualsiasi tipo di sostanza, alcol, cocaina, pasticche e non è quasi mai lucido, c'è chi pratica yoga ad ogni alba e ad ogni tramonto, chi fa zumba e cross fit e kikbocking nell'arco della stessa giornata e non gli basta lo stesso.
C'è chi ha un senso di insoddisfazione tale da credere di diventare potente se diventa la donna di un pover'uomo, e si atteggia a padrona di un potere talmente ridicolo da risultare penosa.
Ci sono starlette e malati di protagonismo, uomini pieni di senso d'inferiorità da sentirsi grandi se minacciano, rinfacciano e sorvegliano.
Ci sono adulti che giocano a fare i grandi ma sanno solo scimmiottarli e di grande non hanno niente.
Ci sono quelli talmente nascosti dietro ai meccanismi di difesa che se un giorno dovessero incontrarsi davvero con sè stessi, si ucciderebbero all'istante.
Ci sono persone che mentono continuamente, altre che collezionano solo cose maculate, o francobolli ordinatissimi dentro plastichine rigide o mucche di gomma.
Ci sono quelli che puliscono fino allo sfinimento la propria casa, ogni angolo, ogni oggetto.
Ci sono quelli che disinfettano, sterilizzano, impediscono ai propri figli di correre per il terrore delle malattie.
Ci sono quelli che fanno crescere i propri figli dai genitori anziani e poi muoiono figli senza mai essere diventati madri o padri.
Ci sono quelli che usano per una vita intera lo stesso ammorbidente senza mai aver provato la curiosità di annusarne uno diverso.
Ci sono quelli che riempiono gli armadi di un numero imprecisato di camicie di qualsiasi tonalità o foggia, quelli che viaggiano di continuo e quelli che non sono mai andati da nessuna parte.
C'è chi segue la propria squadra in qualsiasi occasione, ascoltando la radio, andando allo stadio, vestendosi con i nomi dei propri calciatori preferiti stampati sulla tuta, quelli che piangono per una sconfitta in campionato o discutono per ore su cosa avrebbe dovuto fare la Lazio per vincere o chi avrebbe dovuto schierare sulla fascia sinistra.

Ognuno di noi sceglie, si muove e corre verso qualcosa che gli sembra importante, indiscutibile, vitale per la propria esistenza.
Ognuno di noi difende, si affanna e costruisce i propri giorni, in nome di ciò che gli sembra fondamentale raggiungere od accumulare.

Di vitale credo, ci sia solo il disperato tentativo di sopravvivere ancora un pò.

giovedì 29 settembre 2016

Dormo sola


Dormo sola dentro ad un nodo di rabbia e silenzio.
Dormo su un fianco raggomitolata in una palla di energia che non fluisce e con un respiro che non sa prendersi l'aria.
Dormo sola con addosso la contrazione di una chiusura che non mi somiglia.
Dormo presto senza carezze, senza un abbraccio sulle spalle.
Dormo di sogni incredibili e pancioni e figli mai nati.
Dormo sogni di latte tiepido dai seni ed inseguimenti senza fiato.
Dormo con un libro stropicciato accanto e l'orologio di mio figlio sul comodino con la sveglia puntata all'alba.
Dormo a strappi di dolore sui fianchi e morsi sul collo di tensione e spasmo.
Dormo dentro ad un cerchio piccolo di freddo improvviso e cerco la coperta e poi la scalcio di sudore.
Dormo sola con i capelli sciolti, la crema sul viso ed una specie di preghiera sulle labbra.
Dormo senza poter raccontare e sorridere e raggiungere.
Dormo senza una buonanotte nè occhi che mi guardino dormire.
Dormo sola senza consolazione nè baci, senza quel calore da cercare nel buio allungando una mano, ad occhi chiusi.

Dormo sola da troppo tempo ed ogni mattina mi sembra più ingiusto della mattina precedente.

lunedì 19 settembre 2016

La prossima volta ed un cactus



La prossima volta, giuro, ci farò caso.
Al prossimo giro starò attenta.
Cercherò di occuparmi delle mie inclinazioni, di quello che mi piace, di sfruttare le mie possibilità.
Starò attenta a me, al mio nome, alle mie cose.
Mi difenderò ancor prima di cercare chi possa difendermi,mi batterò per me, prima di dannarmi a trovare qualcuno che lo faccia al posto mio, mi guarderò dritta in faccia senza sconti, senza trucchi e matite a mascherare, colorare, mimetizzare, guarderò il mio viso senza inganni.
La prossima volta indagherò, studierò, scaverò, e poi salirò in superficie a cercar aria e leggerezza.
Al prossimo turno ci sarà tempo e modo per sputarmi in faccia e ripartire da lì.
Mi accorgerò del mio posto senza prima cercarne uno accanto ad un uomo.
Senza rabbia, farò tesoro di quello che ho imparato e cercherò di limitare difese e teatrini della mente.
Non fuggirò i miei sogni ignorandoli, non tradirò le mie passioni maltrattandole.
Sarò più attenta ad essere me, senza propaggini nè dipendenze.
Sarò fedele ai miei spazi, ai momenti da vivere in solitudine e silenzio, senza attendere nulla, ma riempiendo il mio tempo con me.
Racconterò la mia storia vivendola giorno per giorno senza confondere le vite di altri con la mia.

Dovrò ricordarmi tutto questo senza distrarmi come al solito inseguendo odori e sensazioni, senza perdermi dentro ai miei mille rivoli somatici, senza intontirmi con il battito del mio cuore sempre fuori sincrono.
Il fatto è che questa storia della rinascita non mi è molto chiara, e se rinascessi sotto forma di cactus?

E' difficile ricordarsi tutte queste cose se sei un cactus.
La questione si fa spinosa.

venerdì 2 settembre 2016

Almeno



Una sera, tornando dal mare quando già il cielo era buio e qualche stella iniziava a far capolino sopra le nostre teste, procedendo verso la macchina, siamo rimasti rapiti dalle villette che ci si paravano davanti.
Villette bianche traboccanti di bouganvillea, con giardini perfetti, decorati da pini, e sicomori e siepi fitte ed odorose, villette perfette con i loro abitanti intenti a grigliare pesci, a pettinare figlie dai lunghi capelli ancora bagnati di docce appena fatte, qualcuno di loro che giocava a carte, qualcun'altro che preparava aperitivi e sorseggiava lento dondolando su amache sformate dall'ozio.
Eravamo tutti e quattro zitti, in silenzio a guardare questa pubblica intimità fatta di costumi messi a sgocciolare su fili che attraversavano i giardini profumati di zampironi e citronella,di corpi avvolti in teli o vestiti leggeri, di abbronzature che incendiano le pelli dopo l'ultimo bagno al mare, quando io interruppi il silenzio per dire:"mamma mia che sensazione mi da guardare queste persone muoversi in questi meravigliosi giardini" ed il mio figlio piccolo incalzò subito:"una sensazione di invidia vero?".
Un pò spiazzata e sorpresa dissi:" no veramente non di invidia, avrei detto di benessere, di tranquillità, di bello".
Lui, continuò imperterrito:" a me invece mi fa proprio invidia guardarli, ed ho capito che una casa così non possiamo comprarla e neanche affittarla, ma almeno tu e papà fate amicizia con qualcuno che ci abita, così poi ci invitano in uno di questi giardini".

Almeno.

giovedì 25 agosto 2016

Apulia


La terra rossa e grassa si sbriciola sotto ai miei passi, carica di fichi ed olive e mandorle, si lascia soffiare sopra aria piccante e salata che arriva dal mare blu.
Respiro piano, è presto, dormono tutti e ieri sera abbiamo fatto tardi davanti al fuoco, intenti a grigliare pesce e pannocchie dorate, pannocchie dolci come alle feste dell'Unità di quando ero bambina.
I taralli con la crosta liscia da accarezzare con la lingua fino a scioglierli lentamente, la doccia nuda in mezzo alla campagna, e salire sui tetti dei trulli per asciugarsi sulle chianche roventi, guardando solo il cielo e la chioma d'argento degli ulivi contorti in un abbraccio secolare.
I paesini bianchi come un pugno nell'occhio, girano a satelliti intorno alla conca della valle d'Itria, puntinata di macchie chiarissime e campagna ricca e sfacciata.
Il vento agguanta i capelli che si lasciano andare e sedurre e portare via senza resistenza.
Nel costume quel calore antico, l'umido del mare, la spinta verso l'amore, il languore, l'ora della siesta, il frinire delle cicale, assordante, ipnotico.
Sonno ed amore vorresti, in un'alternanza molto confusa ed ininterrotta.
Tornare dal mare ed affondare la bocca nei fichi morbidi appena colti, quel profumo appiccicoso ed avvolgente, velluto di miele che scivola sul palato e la pelle che chiede ancora il mare, e le onde leggere, e la spuma bianca come di brindisi giganti.
Ricordarsi i sogni appena sveglia e liberarsene a colazione davanti agli alberi, lasciarli sciogliere nella realtà energica dei fiori e degli alberi carichi di frutti e vibrazioni.
Musica e teatro fra i vicoli stretti e pieni di fiori, i balconi bianchissimi di calce e girandole di ferro battuto.

Un brivido leggero in una sera inaspettata mi attraversa la schiena e sa inconfondibilmente d'inverno.


giovedì 4 agosto 2016

Il motivo antico del mio Amore




Abbiamo finalmente trovato uno spazio per piangere insieme, nessun'altra persona davanti, in mezzo, accanto,eravamo di colpo solo noi.
Siamo riusciti a fermare il giro vorticoso del lavoro, delle cene, dei bambini, delle riunioni e della spesa e ci siamo ritrovati dentro ad un buco.
Un buco vuoto per fortuna, tutto per noi.
Ci siamo sdraiati, mi sono aggrappata alla tua camicia, mi hai detto "sbottonala".
L'ho sbottonta e per la prima volta, dentro, non ci ho trovato il solito percorso per l'amore, ma un singhiozzo.
Ci ho trovato il tuo dolore, che è solo tuo, non assomiglia affatto al mio, ma è comunque lo stesso dolore.
Abbiamo pianto insieme senza mani davanti, senza freni, senza nasconderci.
Abbiamo pianto insieme senza consolarci, ti sei confidato, ho ascoltato zitta, non ti ho rassicurato, prendevo ogni tua parola spezzata dal pianto e la custodivo senza violarla.
Ci siamo toccati ovunque, respirando lacrime.
Ti ho scoperto nudo e disarmato, non più figlio.
Ti ho ritrovato senza madre nè padre, solo un uomo.
Ti ho accarezzato senza spingere, ti ho tenuto senza pressione, ti ho preso senza chiedere.
Nel nostro letto grande, fra le lenzuola sudate, sono riuscita a respirarti ancora ed a ricordare perfettamente il motivo antico del mio Amore.

mercoledì 20 luglio 2016

Il silenzio inutile


A volte, vivere è un po' come quando dormi accanto a qualcuno che russa fortissimo.
Non riesci a dormire, ti giri da una parte all'altra del letto, sbuffi, respiri a fondo, ti tappi le orecchie, non sai cosa daresti per un pochino di silenzio.
Poi inizi a non poterne più di quel rumore assordante e della mancanza di sonno, allora fischi, emetti dei suoni assurdi con la bocca come se chiamassi un gatto lontano, e d'improvviso riesci ad ottenere il silenzio tanto agognato.
Questo silenzio perfetto ha i minuti contati, speri di riuscire ad addormentarti durante questo pochissimo lasso di tempo pacifico, ma in realtà sai che fra poco verrà di nuovo interrotto bruscamente, con il solito, molesto e sguaiato rumore, allora è un silenzio come gli altri silenzi, ma non serve a niente.
Neanche a dormire un poco.

mercoledì 6 luglio 2016

Sulla ruota


Le mani si muovono velocemente ma non le guardo.
Le gambe camminano svelte ma non le seguo.
Vado e vado dentro un tempo rotondo come la ruota di un criceto, stesso percorso, intensità crescente, difficile scendere e prendere fiato.
Poi, improvvisamente capita che cada fuori dalla ruota, scaraventata dalla velocità, inciampata per un passo falso, una sovrapposizione di stringhe e di sentimenti, succede che capitomboli a terra, che alzi la testa e finalmente possa guardare.
Da terra, da un lato, da lontano, per un dolore od un contrattempo, guardo la ruota ed il più delle volte mi fa paura, anche se è la mia ruota, soprattutto perchè è la mia ruota.
Dentro alla ruota ci sono gli ostacoli che ho disseminato lungo la mia vita, le cose che non ho fatto, quello in cui non ho creduto, le occasioni perdute anche se erano fra le mie mani.
Dentro al perimetro della ruota ci sono gli errori, i rimpianti, le dimenticanze, le sovrapposizioni, i malintesi, dentro c'è tutto quello che ho accatastato mentre costruivo la mia ruota da criceto, non sapendo di stare costruendola.
La mia è una ruota fondamentalmente piena di distrazioni, la distrazione non mi ha permesso di cambiare forma alla ruota e questa si fa sempre più asfissiante, più piccola, più chiusa.
Da terra, da un lato la guardo, so che devo risalirci subito o mi si accumuleranno i panni, le briciole, le paure, i documenti, le responsabilità, le rate, gli obblighi, i debiti.
Devo rimontare sulla mia giostrina altrimenti la pila di cose non sbrogliate diventerà altissima e non più gestibile, risalgo e sbroglio, mastico e sputo, ingoio e prendo male l'aria, ricomincio a correre alla velocità della ruota, senza ricordarmi di avere impostato quella velocità, quel ritmo, chissà quando l'ho deciso, ed annaspo e brucio.
Penso che infondo potrei riflettere anche mentre sto sulla ruota, non c'è bisogno di rimanerne fuori, di caderne,di capitombolare via da lei, ma poi non è vero, la ruota ti permette solo piccoli pensieri, brevi istanti non lucidi, la ruota ti impedisce la visuale, ti sega l'orizzonte.
Finchè sei sulla ruota riesci a vedere solo la ruota, ad eccezione di piccolissimi sprazzi di meraviglia che se ti incanti a guardarli, eccolo lì che ricadi un'altra volta.
La ruota è un piccolo spazio uguale a sè stesso, ci si può provare a riempirlo di illusioni e poster, ma poi non funziona davvero.
La ruota crea un gorgo, un vortice, un risucchio dentro al quale mi devo adattare e trovare forma.
La ruota, la mia sgangherata, blindata, soffocante ruota, quasi ogni giorno ormai, avrei voglia di smontarla, appiattirla, spianarla e vedere la strada, non perchè voglia controllare esattamente dove porterà, ma per avere almeno il privilegio di iniziare a percorrerla.

mercoledì 29 giugno 2016

La piccola guerriera


Ti sei ammalata all'improvviso, come fanno tutti i malati, prima stavi bene.
Però a ripensare a quando stavi bene, ci sembra proprio ingiusto, oggi che stai male.
Sei una piccola guerriera e forse nessuno si aspettava che lo fossi.
Per una vita ci hanno detto che eri fragile e come fragile ti hanno trattata, ti abbiamo trattata, ma mi sa che ci siamo sbagliati tutti.
Sei un microbo di nonna con un muso impertinente, e fino a poco tempo fa ti sei rubata la merenda dei nipoti, riempendoti le guance e dicendo:" bhe che c'è?anche le nonne devono mangiare".
Sei uscita da due operazioni difficili e lunghissime, alzando la mano per salutare i tuoi figli, li hai voluti rassicurare come prima cosa.
Hai superato degenze e diagnosi tremende, batteri sanguisuga e dottori cinici.
Ora hai ripetizioni in tutti gli organi, così dice la tac.
Si ripete lui, non contento di essere quello che già è da solo, si ripete per invadere, e distruggere.
Tu ci sei ancora, ci sono ancora le tue idee ed i tuoi ricordi, e venirti a trovare e scoprirli ancora intatti è devastante perchè il tuo corpo invece inizia a soccombere.
L'aria adesso produce un suono assurdo mentre tenti di respirarla senza maschera, ti aggrappi ad essa, all'esistenza, ai giorni che ancora vuoi e quasi pretendi con quel piglio testardo.
Ti incazzi perchè neanche domani ti lasciano tornare a casa, la tua casa.
Mi chiedi dei tuoi nipoti con quel filo di fiato che ti rotola rumoroso nella gola e poi rifiuti la minestra dell'ospedale perchè se la mangiassero loro quello schifo.
Ogni giorno quando ti chiediamo come stai, rispondi:"io?bene" ed ogni volta è una coltellata.
Ti ho fatto fare tardi l'altra sera per mostrarti le pagelle dei piccoli, il video della quinta elementare, le fotografie della comunione del tuo primo nipote, alla quale non hai potuto partecipare e che avevi atteso per tre anni.
Hai scelto quelle che vuoi stampare e tenere con te.
Hai riso ed un pò pianto insieme a me, poi hai detto: "ora sono stanca fammi dormire".
Sei una capocciona e l'altra notte mi guardavi fissa negli occhi mentre ti facevano manovre per farti tornare a respirare, eri fissa nei miei occhi, c'era la paura, l'ho vista tutta ma eri anche decisa nella testarda ricerca di un ritmo normale, vitale, salvifico.
I nipoti sono arrivati nella tua vita quando ormai non ci credevi più, mentre aspettavo il mio primo figlio, mi telefonavi ogni giorno e mi dicevi:"ora vedrai quanto è bello vivere con un neonato" ed avevi proprio ragione, più tardi, quando ti ho portato la carrozzina con dentro Giacomo, non smettevi di camminare per casa e di ripetere:"io ho un nipote" incredula.
Quando ti dissi che aspettavo il secondo figlio hai urlato di gioia e poi ci hai seguiti in montagna con le bacchette, ed hai guadato un pezzetto di fiume ed avevi già l'età per stare ferma in poltrona, invece tu hai ordinato una polenta con salsicce a 2500 metri.
Sull'album sotto alle foto di tuo figlio da piccolo c'è la tua grafia precisa che dice "il mio amore a sei mesi", ed il tuo amore è anche lo stesso mio amore.
I ragazzi, i tuoi figli, non ti mollano un attimo, sono sfiniti e non ce la fanno a lasciarti andare, per cui si incartano ed inciampano nelle decisioni e nella burocrazia degli ospedali, si incastrano nei protocolli delle asl, si appisolano nelle notti accanto a te, e restano fermi nei giorni in cui la febbre altissima ti risucchia la possibilità di aprire gli occhi e di riconoscerli, nei giorni in cui non riesci a dare loro quei tre baci che hai l'abitudine di dare fin da quando erano piccoli.

Ti chiedo perdono di una cosa, oggi non posso portarti il tiramisù con i savoiardi che mi hai chiesto, i dottori me l'hanno impedito categoricamente.
Sono convinti che non lo digeriresti, si vede che non ti conoscono affatto, piccola guerriera.

martedì 21 giugno 2016

Il tuo profumo



Dopo otto ore di separazione causa lavoro, io ed i miei bambini ci ricongiungiamo, mio figlio piccolo mi bacia, si stropiccia, mi annusa all'altezza della pancia-seno, lì dove ora mi arriva con la sua testolina.
Guarda verso il mio viso e mi dice:" mamma, lo sai qual è la cosa più bella del tuo fisico?"
Rispondo io, tremando un po':"non lo so tesoro dimmi"
"il tuo profumo è la cosa più bella"
Ancora io: "il mio profumo, maddai, e com'è il mio profumo, che profumo ho?"
Lui:" profumo di mamma"

giovedì 9 giugno 2016

Una specie di spinta



Ormai ci si sveglia ogni mattina e ci si addormenta ogni sera, è una specie di spinta insopprimibile.
E' come una palla al centro del costato, una palla infuocata ed ingestibile che non l'abbandona mai.
Certe volte questa spinta si fa mordace, le muove il corpo, le quadruplica i passi.
Questa sfera di energia inutile ed incontrollata deve essere infilata quotidianamente dentro ai suoi impegni di lavoro e famiglia.
Questo tondo irrefrenabile che le si agita dentro, non ha un nome e la sua origine è quantomeno vecchia ed indecifrabile.
Questa specie di spinta fortissima deve essere incastrata dentro al pranzo di fine elementari, nei compleanni, nei brevetti di nuoto, nelle visite oculistiche, nei bilanci pediatrici, nelle relazioni cliniche, nei test di valutazione, nella rata del mutuo, nella cena da preparare, nella dichiarazione dei redditi, negli scontrini della farmacia accumulati e sbiaditi .
La spinta propulsiva che si nutre di sè stessa e consuma anche le sue ore di riposo, non smette di svolgere il suo compito e continua pertanto a spingere e spingere.
Talvolta la spinta bussa, spinge e bussa, e lei sta guidando, sempre dentro allo stesso percorso, sempre verso lo stesso ufficio, sempre dentro al suo letto matrimoniale vuoto.
La spinta la maltratta, la scuote, la sbatacchia e lei ogni volta è più confusa e nervosa ed agitata.
Lei la spinta la sente benissimo anche se finge di ignorarla, spesso tenta di soffocarla come si fa con i troppi vestiti dentro una valigia sola, ci salta sopra, la schiaccia, la comprime, ma la palla che spinge si ribella ed esplode nuovamente, creando ancor più caos intorno, spargendo brandelli di lei senza più appartenenza, pezzi indistinti di un puzzle che non potrà mai essere finito.
Questa specie di spinta si nasconde dentro al suo cibo che vuole essere divorato senza essere masticato, dentro al semaforo rosso che lei non vuole più attendere si trasformi in verde, dentro alle rughe che vorrebbe strapparsi via con le unghie, perchè le pare di non aver avuto la possibilità di accorgersi del tempo in cui non le aveva.
Lei non ha pace, ne cerca un pò la sera nell'orto sotto casa sua, ma la quiete smuove ancora più forte la spinta folle e la rimanda nuovamente a sbattere da una parte all'altra del suo fare quotidiano, fra i panni da piegare, fra i messaggi inutili a cui rispondere, la spinge a non fermarsi per guardare in faccia la ragione della sua rabbia, della sua insoddisfazione, ed a muoverla senza tregua, lei così disarticolata, senza disciplina alcuna, senza logica nel suo agire.
Il suo corpo si gonfia e si ammala, la sua pelle si riempie di bolle, le sue mucose si ulcerano, l'aria non l'attraversa, ha fame ha sete ha sonno ha dolore ha paura.
L'unica immagine che le regala un senso di liberazione dalla spinta incontrollata, è quella di sè stessa in mezzo ad una montagna altissima, che dopo ore ed ore di cammino solitario, riesca ad urlare così forte da assordare le sue stesse orecchie, da perdere completamente la voce, da cadere tramortita a terra senza più forze.
Le manca il coraggio, le mancano i soldi, le manca la libertà, le manca l'ardire, le manca la spensieratezza e le manca la leggerezza.
Vorrebbe sedersi e frantumare il bancomat, dilaniare i soldi di carta, spaccare il badge, incendiare i fogli della banca, distruggere il telefono, disconnettere internet, abbandonare le chat, trovare il silenzio perfetto.
Le manca la voglia di fare ancora finta.
Le manca la motivazione a resistere a questa messa in scena quotidiana.
Le manca il diaframma libero per prendere ancora un sorso d'aria che sia decente.
Le manca di svuotarsi del vuoto, di cancellare la mancanza, la nostalgia, il rimpianto.
Le manca di potersela prendere davvero con qualcuno e lanciargli addosso questa palla, la specie di spinta è sua, è solo colpa sua se si ritrova una palla infuocata al posto di uno stomaco, è solo a causa sua se si ritrova un'offesa al posto di un cuore.

sabato 4 giugno 2016

Oggi



Oggi mi chiedi di infilare in valigia per il tuo campo scuola, un profumo "da uomo per favore mamma", e così il Breeze Man finisce accanto a Mimmo, il tuo orso morbido che non hai mai dimenticato.
Oggi ti pettini davanti allo specchio mettendoti di profilo, aprendo il palmo delle mani e facendo delle espressioni con il viso, delle espressioni che non ti avevo mai visto fare prima d' ora, poi ti allontani dal bagno, ti siedi a fare colazione e ti incanti a guardare "Boom e reds" il cartone con i funghetti che fanno indovinare al gigante, il contenuto del loro disegno.
Oggi mi spingi via poco dopo il nostro arrivo ad un raduno con i tuoi amici e poi vieni a cercarmi di notte perché hai fatto un incubo tremendo e sarebbe bello dormire un po' rannicchiato accanto a me nel lettone.
Oggi mi contesti, mi gridi addosso se ti vieto qualcosa, piangi di rabbia e sbatti gli oggetti, poi mi chiedi se ti guardo mentre giochi con la pallina di carta e magari ti faccio pure qualche tiro imprendibile.
Oggi se preparo la pasta con le zucchine protesti perché l'avresti voluta con le melanzane, il giorno dopo arriva la pasta con le melanzane e ti lamenti perché faccio sempre gli stessi piatti con la verdura.
Oggi mi dici di piantarla di fare la simpatica, poi ti rotoli dalle risate quando ti racconto una storia buffa facendo le voci con i vari dialetti.
Oggi sei ombroso e rabbuiato, poi sereno come quando giravi gattonando.
Oggi hai smesso di andare al corso di chitarra, hai interrotto il nuoto, ricominciato l'altletica, abbandonato il gruppo scout, preso a calci i problemi di geometria, guardato con me film difficili e profondi ed hai capito ciò che avresti dovuto capire alla tua età.
Oggi sei tenerissimo con i piccoli e spietato con tuo fratello che rapisce tutti gli sguardi di tenerezza ed ammirazione, disponibili in giro.
Oggi dici che non ti piace leggere e poi ti chiudi in bagno per farlo tanto per non darmi la soddisfazione.
Ogni giorno tiri e strappi per allontanarti, ogni giorno torni indietro per vedere se ci sono ancora.
Oggi sei attento ad ogni mia vibrazione e mi dici "respira" se mi vedi in apnea, poi non mi rispondi quando ti chiamo urlando per l'ennesima volta.
Oggi sei così lontano da quello che sarai eppure lo diventi un pezzetto di più ogni ora che passa.
Oggi essere tua madre è un'altalena di emozioni opposte, dolorose e bellissime, oggi sei tu, sempre più spettinato, sempre più magro, sempre più bello, sempre più indeciso, sempre più incazzato, sempre più premuroso, sempre di più, il mio figlio più grande.

Oggi compi 11 anni ed esattamente a quest'ora stavo ancora disperatamente cercando di farti venire al mondo, fra un salto di cordone e l'altro.

lunedì 16 maggio 2016

Memoria




Capita di ritornare nei luoghi dell'infanzia, capita circa trent'anni dopo, inaspettatamente, una domenica mattina di primavera, con i tuoi figli sudati e tua madre emozionata.
Capita che scendi e ritrovi l'odore delle siepi, che ti investa la scia del cloro delle piscine dove hai imparato a nuotare.
Capita che ti avvicini al bordo vasca e ti sembra di risentire le cose sceme che dicevate tu e tua sorella sott'acqua e che dovevate indovinare a turno.
Capita che risenta sulla lingua il sapore delle lasagne della mensa e della loro millefoglie con granella di nocciole, capita di risentire il gusto dei tramezzini e della lemon soda, trangugiati dopo i bagni eterni.
Capita che ti senta ancora una volta strappare i capelli dalle cuffie di plastica rossa,50 lire in una busta trasparente, da infilarsi in testa cariche d'acqua come gavettoni per poi sistemarle con le dita, 1500 lire per quelle di stoffa ma era raro potersi permettere un lusso così.
Capita che cammini sull'erba sulla quale giocavate a carte nelle lunghe ore del pomeriggio, quando si aspettava tantissimo per fare ancora il bagno, ed il ronzare fermo dell'aria, ti avvolgeva di torpore tutta la pancia, proprio vicino al costume ancora umido.
Capita che tu riveda angoli e spigoli e che sappia già dove e come finiranno nello spazio,che ne anticipi l'esatta sfumatura del colore, la precisa consistenza materica.
Capita che tu riveda i tuoi genitori belli e giovanissimi, scivolare e ridere sulla terra rossa dei campi da tennis, pieni di una gioia che non necessitava di altro per essere visibile e contagiosa.
Capita che ti venga in mente perfettamente l'immagine di tua sorella con la pelle bianca come porcellana che girava per gli asciugamani dei bagnanti a chiedere chicchi d'uva, e ti ricordi lo smarrimento e la paura di quando si tagliò il sopracciglio e la portarono al pronto soccorso sanguinante, capita che ti ricordi esattamente quanto aspettavi che tornasse, spettinata ed incontenibile com'è sempre stata.
Capita che ti ritorni addosso la sensazione delle cene a casa dopo il corso di nuoto, nelle sere d'inverno, sere normali come la vita normale che hai amato tanto.
Capita che la memoria ti sconvolga per il suo silenzio durato anni, improvvisamente interrotto una volta tornata in quei posti, camminando piano.
Capita che ti ricordi dei nonni,di tutti quelli che hai avuto e di cosa significasse la loro presenza, capita che ti ricordi del tuo corpo di bambina, delle emozioni che ti pulsavano nella pancia insieme al ghiacciolo all'amarena.
Capita che guardi i tuoi di bambini e ti chieda cosa sentano ora nella loro di pancia, succhiando i loro ghiaccioli.
Capita che osservi il viale alberato, e come davanti ad uno schermo, tu ti riveda pedalare sulla bicicletta rossa brillante, portandoti dietro tua sorella con il suo prendisole con le ciliegie.
Capita che ritrovi proprio il cespuglione a forma di grande fungo dentro al quale costruivi la tua casa, con pentole di rami e brodini di foglie.
Capita che tu riveda il salone delle feste, ed il pavimento di legno ora usurato, torni a riempirsi di coriandoli e piedi di bambini mascherati e sudati.
Capita che tu risenta il fischio che dava il via alle gare di nuoto, ferma ai blocchi di partenza,la morsa allo stomaco, il battito martellante dentro alle tempie,quando speravi di vincere nella batteria di stile libero per avere un anatroccolo come premio.
Capita che ti ricordi l'esatta forma della paura che ti mettevano i bocchettoni che sciabordavano l'acqua dentro alle piscine immense, così grandi per te che eri così piccola.
Capita di ricordarti che tutto era enorme ed importante a quei tempi, e che l'insalata di riso di mamma dentro ai contenitori di plastica, fosse imbattibile.

Capita che la nostalgia diventi un sapore in bocca dolce ed amaro insieme, e che poi, respirando a fondo, tu dica ai tuoi figli:
"torniamo a casa dai".

sabato 30 aprile 2016

Chat


Ci sono le chat della scuola elementare, quella della materna, quella per il regalo alle maestre delle elementari e quelle per il regalo alle maestre della materna, la chat dei cugini, quella del regalo di compleanno per il collega di turno (cambia di volta in volta il titolo e l'immagine del profilo).
C'è la chat delle amiche della palestra nella quale si allegano foto di squat e crunch da fare comodamente mentre si gira il sugo, quella dei condomìni dove ci si azzuffa per i cornicioni pericolanti, quella dei colleghi di lavoro per scambi professionali, quella del campo scuola per aggiornamenti in tempo reale:" si stanno lavando i denti, ora dormono, stanno digerendo, il pullman viaggia ad una velocità media di 100 km orari", c'è la chat della comunione dove ci si scrivono consigli e fotografie allegate di bomboniere orripilanti e confetti al gusto ricotta e noci, nomi di servizi catering che vantano i tramezzini più farciti della zona, c'è la chat sorelle e fratelli, madri e figli, chat con gli amanti (qui il rischio di invertire le foto di bambini che ingurgitano ostie con femmine che in un selfie mattiniero, si sfiorano il pube, è altissimo), ci sono le chat con il fornitore al quale abbiamo ordinato i copriwater che ci invia il diametro del coperchio in pvc, chat con il meccanico che ci aggiorna sullo stato di usura delle pasticche dei freni della vostra auto, ci sono chat con il marito per dirsi di prendere il pane, il latte ed il cif spray.
Ci sono le chat culinarie tipo:" che se magnamo oggi?" per combattere la noia di dover cucinare ogni giorno per tutta la famiglia, ci sono le chat delle passeggiate di gruppo nel parco e quelle con l'avvocato dell'Adusbef per quel fatto lì dei soprusi.
Ci sono le temute chat dei compiti dei figli dove si rincorrono fotografie compulsive di pagine di geometria miste a schede di inglese da compilare a colori alternati, preferibilmente di domenica sera.
Ci sono chat per il gossip d'ufficio, quella con le ex suocere e quella con gli ex fidanzati (assolutamnte deleterie, nelle quali si trovano fotografie di noi intrecciate con il fidanzatino dell'epoca, piene di brufoli e capelli cotonati).
C'è un pullulare isterico di bip bip, suoni acuti di notifiche a raffica, ad ogni ora del giorno e della notte, uno scrivere sincopato che può svelare domande a bruciapelo del tipo: "le ricariche in gel delle penne Frixion da Auchan sono scontate?" oppure: "come vestite i vostri figli per la fotografia di fine anno?" ed ancora:" in valigia per il campo scout mettete pigiami a manica lunga o corta?" e questo può seriamente minare l'equilibrio psicofisico di qualunque essere umano, figuriamoci di una coppia, figuriamoci di una famiglia.
C'è gente che ormai guida con una mano occupata dal dispositivo preferito, persone intente a rispondere con audio pieni di respiri e clacson o addirittura con messaggi digitati al semaforo, che se il semaforo non è bastato a concluderli, si continua in corsa, presi dalla frenesia di restare in contatto e rispondere sempre, rispondere subito, inserendo la terza.
Ci sono sani di mente tacciati di sociopatia spinta, che abbandonano il gruppo sfiniti, ed altri che si trascinano anni senza ribellarsi.
Ci sono analisi di spunte, doppie spunte, on line, sta scrivendo, che monopolizzano intere conversazioni fra amiche, era "on line" ma non mi ha risposto, stava scrivendo ma non a me, non vedo una sua doppia spunta da sabato alle 21.15 orario del suo ultimo accesso.
Ci sono invii incontrollati di emoticons assurdi, catene insopportabili e lunghissime ed allegati da youtube che nessuno ascolta mai.

Tra poco ci informeranno con messaggi del tipo:" stava leggendo il tuo sms ma intanto sbuffava", "ti stava scrivendo ma poi la segretaria si è inginocchiata sotto alla sua scrivania e si è distratto", "il destinatario sta fissando la tua domanda ma ha uno sguardo attonito", e noi continueremeo a nutrirci ed abbuffarci di questa falsa comunicazione ossessiva con il mondo intero, anche se forse, non siamo mai stati così soli in mezzo a tante parole.

venerdì 15 aprile 2016

La giostra


Le cose accadono.
Siccome si vive, le cose accadono.
Inutile sperare che non possano accadere, vorrebbe dire sperare di non vivere.
Impossibile tentare di non sudare, se si sta correndo.
E' come una giostra questa vita.
Ci sono giri leggeri pieni di vento e respiri a bocca spalancata, ci sono giri nauseanti, alcuni lunghissimi e noiosi, altri in cui sembra di girare nel senso opposto, alcuni in cui non facciamo altro che urlare: "basta voglio scendere", altri ancora da far saltare il cuore in gola.
E' come una giostra questa vita, con giri nel sole ed altri al buio più completo, giri violenti che strappano la pelle e risucchiano gli occhi, altri più lenti e deliziosi, alcuni in cui ci si trova a pregare che non finiscano mai.
Accanto alla nostra giostra girano vorticosamente le altre, alcune sconosciute, altre che ci sono più care della nostra stessa giostra, ed allora le si guarda girare, si prova a scendere per migliorarne la traiettoria, per modificarne il senso di marcia, per ridurre l'attrito sulla testa degli altri e proteggerli, ed assisterli nei vari giri, il più delel volte è impossibile e si cade e si inciampa.

Le cose accadono, la giostra, instancabile nel suo meccanismo arrugginito, non smette di girare e portarti con se, su e giù.

Le cose accadono e non smetto di sudare mentre corro.

mercoledì 6 aprile 2016

Vi auguro

Vi auguro di avere un divano sformato e logoro per tutta la gente che ci si siedera' sopra.
Vi auguro natali pieni di chiasso e persone amate.
Vi auguro montagne di piatti sporchi per l'ennesima spaghettata con gli amici.
Vi auguro bicchieri di vino bevuti con gioia e coscienza.
Vi auguro viaggi e treni e blocchi per appuntarvi tutto ciò che vorrete.
Vi auguro concerti bellissimi da ascoltare direttamente dentro alla pancia.
Vi auguro porte sbattute dalla rabbia per una storia alla quale tenevate molto.
Vi auguro scelte difficili e piene di passione.
Vi auguro temporali da annusare nell'aria poco prima del loro arrivo.
Vi auguro di essere generosi e di non far mai troppo caso ai soldi.
Vi auguro cantate e balli sfrenati.
Vi auguro albe frizzanti e tramonti estenuanti per la loro lentezza.
Vi auguro di farci caso sempre.
Vi auguro non vi imbratti la corruzione e non vi sporchi la falsità.
Vi auguro compromessi non troppo dolorosi.
Vi auguro di prendervi cura, di preoccuparvi, di partecipare.
Vi auguro il coraggio di andare contro e di cambiare idea.
Vi auguro milioni di domande, una curiosità mai sazia, un cuore mai desolato.
Vi auguro caffè bevuti presto per dissolvere sonni mancati dovuti ad amori acciuffati al volo.
Vi auguro falò e notti a dormire sotto al cielo nudo.
Vi auguro bagni solitari e tuffi folli.
Vi auguro di riconoscere gli occhi che sapranno guardarvi davvero.
Vi auguro di saper dire di no se non vi va.
Vi auguro di poter dire di si, per una volta, anche se non vi va.
Vi auguro carezze e baci da non stancarvi mai.
Vi auguro di non essere gelosi e di non pensare che qualcuno possa davvero appartenervi.
Vi auguro di stupirvi e godere anche della noia.
Vi auguro che possiate telefonare a lavoro per dire che non andate perchè oggi dovete assolutamente finire quel libro.
Vi auguro mucchi di fotografie disordinate delle quali ricorderete l'esatta sensazione di quando le avrete scattate.
Vi auguro una casa piena di gente ma con un luogo tutto per voi.
Vi auguro di ricevere lettere e sorprese.
Vi auguro singhiozzi da trattenere l'aria poi tanto non funziona e passano da se.
Vi auguro programmi alla radio da ascoltare mentre guidate.
Vi auguro che sappiate tifare per la vostra squadra specie quando se la passerà male.
Vi auguro un bellissimo terzo tempo comunque vada.
Vi auguro la sincerità testarda ed i percorsi da cambiare.
Vi auguro le domeniche di sbuffi odorosi di crema, in fila in pasticceria verso l'ora di pranzo.
Vi auguro amici come fratelli
Vi auguro sabato mattina con il sole e mappe stradali da studiare il giorno prima della partenza
Vi auguro vibrazioni e scosse, pienezza e salti
Vi auguro una vita lunga e larghissima
Vi auguro di non dover timbrare il vostro tempo ma di poterlo gestire come vi piace.
Vi auguro di non fuggire la fatica e l'impegno
Vi auguro un amore che vi stremi, vi faccia correre ed ansimare.
Vi auguro di saper scappare davanti al pericolo
Vi auguro di non rinunciare a prescindere
Vi auguro di incontrare qualcuno che sappia trascinarvi fuori quando vi sarete chiusi dentro.
Vi auguro qualcuno che vi dedichi ogni parola di quella canzone
Vi auguro qualcuno che vi stringa la mano e vi ascolti
Vi auguro di non dimenticare mai del tutto, la tenerezza della vostra infanzia.
Vi auguro di non essere arroganti
Vi auguro di essere gentili
Vi auguro partite a pallone senza risparmiarvi, aneddoti buffi e storie assurde.
Vi auguro di ridere fino a farvi male alle mascelle.
Vi auguro tanto acido lattico e la sensazione fortissima, di essere stanci e vivi.
Vi auguro vi colga, senza alcun motivo apparente, quella sensazione di profonda gratitudine e che vi spalanchi gli occhi senza neanche volerlo.

Vi auguro di restare Fratelli sempre.

mercoledì 23 marzo 2016

Con i baci


Lui l'aveva conosciuta camminando in montagna, l'aveva vista e l'aveva capita.
Sei meno di zero le aveva detto, ma poi la desiderava, la voleva per sè, vicino.
Sei meno di zero, si ripeteva lei, e come frase d'amore le era sembrata parecchio strana.
Lei era una selvaggia, giovane, spettinata, sola e senza vestiti nell'armadio della casa nella quale viveva con un cane femmina dall'orecchio moscio.
Lei ed il suo cane femmina, un giardinetto striminzito che amava, giardino che adornava per accoglierlo, con candele e tovaglie colorate, la musica diffusa intorno,un ombrellone bianco.
Cucinava per lui piatti senza radici, cercando di stupirlo, di coccolare il suo palato, di sedurlo, di renderlo dipendente da lei, dalla sua casetta irregolare, dal suo cane femmina, dal suo modo di fare l'amore, dal suo dormirgli accanto ed ascoltarlo con la bocca aperta mentre parlava.
Lei era giovane e tutte le sere gli saltava al collo con un tuffo allegro del corpo intero, lo cercava, lo annusava, lo toccava anche di notte.
E' lui, pensava ogni volta che gli venivano in mente le sue mani ed il suo petto, è lui si diceva quando lo immaginava diventare padre dei suoi figli, è lui, pensava quando si immaginava diventare madre dei suoi figli.
Malediceva ogni sigaretta che fumava, ogni graffio che gli aveva fatto la sua storia.
Lo avrebbe difeso da chiunque e da qualunque sgarberia, avrebbe difeso suo padre con gli occhi liquidi e sua madre piccolissima e tenera.
Ogni volta che lo aveva osservato da lontano, senza che lui sapesse di essere visto, le era piaciuto da morire.
Era ruvido e gentile con i deboli, giusto e fermo, lei lo trovava nello stesso posto ogni volta che smarriva la strada, lo poteva raggiungere di nuovo dopo aver vagabondato come il suo cane femmina dall'orecchio moscio, ed allora tirava nuovamente il fiato e si ritrovava.
Lui non si agitava, sapeva che una ragazza meno di zero come lei, sarebbe potuta diventare qualsiasi cosa avesse desiderato, se solo si fosse sentita guardata davvero, se la trottola del suo cuore e del suo sentire si fossero fermate almeno un poco.
Lei masticava i giorni e ricordava ogni singola volta in cui si erano amati selvaggiamente e baciati, baciati così a lungo da perdere la cognizione di ogni spazio ed ogni tempo.
Si erano urlati sulla faccia insulti e ricatti, frustrazioni e paure, si erano spintonati, persino sputati, ma non avevano mai smesso di baciarsi.
Erano passati quindici anni e baciarsi era ancora la cosa che preferivano fare sopra ogni altra, non riuscivano neanche a sfiorarsi senza passare dalle labbra e dalla lingua.
Così iniziavano ad abbassare il livello della rabbia e della stanchezza quotidiana, con i baci facevano pace senza parlare, con i baci facevano l'amore, con i baci avevano fatto i figli.
Attraverso la bocca contattavano i loro odori, spingevano i loro fiati lungo le gole affamate e si sbranavano e si perdonavano e si fondevano e si dimenticavano della vita e della morte.
Mentre tutto intorno perdeva di senso e loro arrancavano dentro alla fatica ed alle preoccupazioni, mentre correvano dentro ai giorni frenetici ed assaggiavano nuove pietanze e vecchi cibi, mentre si conoscevano sempre più a fondo e le debolezze e le fragilità erano ormai scoperte come le cose belle di ognuno di loro, si faceva sempre più forte la sensazione che quella fosse la vera storia di una vita.
Una storia reale senza orpelli, senza scusanti, una storia che li aveva visti lontani, uno dentro l'altro, traditi, separati e poi di nuovo insieme, comunque una storia da guardare dritta in faccia.

Una notte, dopo l'intervento, lei si era svegliata di soprassalto dentro al buio più intenso, si era svegliata morta, in un silenzio melmoso e fermo, un'oscurità impenetrabile, un peso intorno che le impediva il respiro ed il movimento, si era riempita di paura si, ma soprattutto di pena, la pena l'aveva invasa tutta mentre i suoi occhi fermi piangevano perchè non avrebbero potuto rivederlo un'ultima volta.

mercoledì 9 marzo 2016

Quando lei arrivava



Quando lei arrivava lui la sentiva prima che arrivasse.
Piombava come può fare una sciagura, fra capo e collo.
Faceva il chiasso di un gruppo di ragazzini, il suo arrivo era forte come finestre spalancate d'improvviso.
Cambiava l'aria in un colpo, diventava più fresca, più pulita, più frizzante.
Lui alzava il naso ed annusava in giro, lei era lì, al suo stesso piano di lavoro, dall'alto poteva talvolta guardare il suo ingresso nel grande ufficio.
Scendeva dal suo abituale taxy sempre trafelata, la spalla del cappotto scivolata in basso, la borsa a tracolla come le studentesse, i capelli perennemente spettinati, lunghissimi, spesso fermati da una matita mentre si metteva a fare le telefonate per la segreteria.
Indirizzi, cartelle, numeri di telefono, aveva tutto sotto controllo sempre, almeno a lui sembrava così.
Un ordinato disordine, solo lei sapeva raccapezzarcisi.
Quando era malata non era praticamente sostituibile in tutto quel marasma che aveva lasciato il giorno prima.
Quando lei arrivava lui trovava una scusa per andarla ad incontrare per i lunghi corridoi morbidi di moquette, il passo silenzioso, lo sguardo attento, le orecchie in ascolto sottile.
La voce di lei era ruvida, quasi maschile, maledettamente femmina.
Lui voleva solo guardarla, un pò da lontano, un pò da vicino dicendole cose senza senso.
Era come se pensasse che lei sarebbe stata troppo per lui, troppo bella, troppo giovane, troppo divertente, troppo appassionata, troppo fragile, troppo tenera.
Lui accanto a lei si era sempre sentito vecchio nonostante fossero nati nello stesso periodo.
Troppo stanco, troppo curvo, troppo anemico, troppo annoiato.
Quando lei arrivava era un fiume in piena.
Un tempo erano stati molto vicini, una passione bruciante, a tutto tondo, dove il sesso non era stata l'ultima cosa, ma forse la penultima, parlavano invece e ridevano ed il lavoro non era mai entrato nei loro discorsi.
Non erano mai diventati genitori, perciò ogni tanto parlavano di come sarebbe stato ed era bello ed era penoso farlo.
A lui veniva voglia di chiederle come si facesse a vivere e contemporaneamente di cosa avesse bisogno per farlo.
Lui talvolta avrebbe voluto omogeneizzarle la vita perchè a pezzi così grossi non ce l'avrebbe fatta ad ingoiarla, altre volte invece sentiva che da sola aveva già inghiottito e digerito tanti dolori ingrassando anche un pò per l'angoscia che le avevano lasciato addosso.
Era forte ed era minuscola, ed era giovane e vecchissima, quando lei arrivava era il riassunto di tutte le contraddizioni di una vita.
Era estremamente felice, e tristissima, era instancabile ed affannata per una semplice riunione del personale, era capace di rivoluzioni emotive che la lasciavano senza forze e poi di nuovo rigenerata, starle accanto non era facile.
Starle lontano era una condanna, una condanna alla quale avevano deciso di piegarsi dopo pochi anni, nel momento in cui solitamente una storia prende una forma precisa, è quello e non altro, oppure svanisce e muore.
Loro erano morti, avevano deciso che sarebbe stato più facile così, ma quando lei arrivava, sembravano ricominciare e respirare insieme, debolmente, senza intenzione.
Riprendevano a respirare naturalmente come un pesce rimesso in acqua, o come un uccello che ricominciasse finalmente a volare.
Lui non avrebbe voluto mai scuoterla nè guardarla in faccia per chiederle nulla, era esattamente tutto come prima, in fondo, da qualche parte dentro di lui, una parte della quale aveva smarrito le coordinate.

sabato 5 marzo 2016

Che razza di amore è?


Fratello maggiore rivolto a fratello minore:" però tu non vuoi bene al tuo peluche Yuma come io voglio bene al mio peluche Mimmo".
Il fratello più piccolo risponde con faccetta triste e confusa, la madre riversa bocconi sul letto, al termine di una giornata normotipo indi devastante, decide di intervenire: " sai figlio mio più grande, non è giusto fare sempre paragoni fra te e tuo fratello piccolo, giudicando in maniera negativa ogni cosa che vi rende diversi, te lo dico con il cuore in mano perché tu mi somigli molto ed anche io spesso tendo a pensare che se qualcuno non ama alla mia stessa maniera non ama bene e punto, tendo a credere che esista un solo modo di amare e tutto il resto è una scusa, ma vedi figliolo, fare questo è sbagliato perché ognuno possiede il proprio modo di amare e questo non andrebbe mai misurato, prendete me e papà, siamo molto diversi in coppia, io bacio, abbraccio, faccio coccole, complimenti e lui no, questo non vuol dire che mi ami di meno di quanto faccia io capito?"

Figlio piccolo:" ammazza che brutto."
Madre:" cosa tesoro?"
Figlio minore:" che brutto questo modo di amare, senza baci, senza abbracci, senza coccole, ma che razza di amore è?".

giovedì 25 febbraio 2016

Quando lui arrivava



Lui arrivava sempre senza preavviso, lei iniziava a sentire il soffio della sua voce, una specie di soffio coperto di miele, aveva sempre un tono basso, placido, eppure parlava fitto fitto.
A quel punto, qualunque cosa lei stesse facendo, qualsiasi cosa si fosse ripromessa di non fare l'ultima volta,si sentiva rimescolare.
Il viso avvampava, le orecchie si facevano calde, diventava irrequieta, iniziava a muoversi.
La cosa che le faceva più rabbia era che si confondeva, d'un tratto si confondeva tutta, faceva fatica a rimanere concentrata su un qualsiasi stupido compito, invertiva l'ordine alfabetico delle cartelle, mischiava le fotocopie, smarriva indirizzi e numeri.
Questa confusione la riempiva di rabbia, il fatto di non essere affatto in grado di controllarla, di non poter continuare a nuotare dritta dentro al mare che le si increspava all'improvviso, la faceva vacillare ancora di più.
Rabbia e confusione la venivano a scuotere dentro al silenzio del suo lavoro, lui appendeva il suo cappotto o la sua giacca striminzita all'ingresso e lei passava vicino all'appendiabiti, sovrapensiero, capendo che era ancora lì, al suo stesso piano, nel suo stesso luogo, passava e respirava un pò più profondamente, fino a catturare uno sbuffo del suo profumo intrappolato su quegli indumenti.
Altre volte attraversava l'ingresso e la sua stupida giacca non c'era più, "stupida giacca" pensava proprio questa parola dentro la sua testa, e così capiva che era andato via senza neanche salutare.
Ogni volta, ogni singola volta, lui trovava il pretesto per avvicinarsi a lei, un pretesto ridicolo, senza senso, e le si accostava ad un orecchio, le sfiorava una mano, le diceva una battuta affacciandosi alla sua scrivania, avvicinando il petto e la testa al petto ed alla testa di lei.
Era allora che anche lei iniziava a dire cose assurde, a legarle insieme con una fatica che le faceva venire il fiatone, ad arrampicarsi su concetti lontani da qualsiasi logica, a non alzare gli occhi verso i suoi occhi, a fissare un punto, poi un altro punto bastava che non fosse un suo punto.
Erano stati tanto vicini un tempo, una vicinanza bella, spontanea, pulita e dirompente, una vicinanza senza previsioni, senza preavviso, il preavviso era arrivato insieme all'avviso, troppo tardi.
Era stata una vicinanza cieca, pericolosa, ostinata, ed era finita da un giorno all'altro, dentro a quella vicinanza era stata calata una lontananza amara, spietata, senza alcun tratto di tenerezza.
Una lontananza che era un muro di cemento, inattaccabile.
Da allora andavano avanti così, in mezzo a tutti, guardandosi solo loro, nella folla, scrutandosi come cani affamati, fra la gente, girandosi intorno come belve infuriate.
Non succedeva nulla fuori, vedersi era l'implosione di un moto segreto, intimo, il sudore annidato dove nessuno poteva vederlo, la vena che pulsava nelle tempie, un nascondoglio del respiro che cresceva.
A volte a lei saliva come un'onda incontrollata, era l'impulso di prenderlo per le spalle, davanti a tutti, spingerlo al muro e costringerlo a guardarla di nuovo negli occhi.
"Dimmi che non ci sono più, che non sono da nessuna parte" gli avrebbe chiesto.
Basterebbe questo a calmarle il cuore, basterebbe che lui le dicesse "non ci sei più, fine" e lei sarebbe tranquilla finalmente.

Forse.

giovedì 18 febbraio 2016

Le sue cicatrici


Lei non voleva più cose romantiche, fiori, atmosfere, abiti eleganti, cene, lei cercava l'incontro.
Cercava in ogni incontro un incontro.
Non sentiva il fremito della speranza che questa fosse la volta buona, la premura dei progetti, la spinta del desiderio di essere finalmente accanto all'anima gemella, cercava proprio lo scambio, la vicinanza, la complicità, due esseri umani a confronto, vicini, disponibili ad esserci in quel momento, uno per l'altro.
Lei era cresciuta, un pò invecchiata ovunque, credeva nella possibilità di incontrarsi,di avere un senso per qualcun'altro, di poter entrare in macchina, sentire una fitta di nostalgia, un movimento interno grazie al quale lo avrebbe cercato, chiamato, rivisto.
Quello significava ora stare insieme per lei, sentire la sua mancanza, la mancanza di loro due, della forza sublime del loro incontro segreto, del sussurrarsi piano sulle bocche mentre il mondo fuori continuava a sbranare, ad urlare, a rincorrere.
Improvvisamente le ginocchia le si piegavano un pò, si sentiva leggermente debole e questo voleva dire che si sarebbero incontrati ancora di lì a poco.
Questo voleva dire che si sarebbero fiutati in giro, presi e ritrovati nuovamente.
Lei, l'ultima volta gli aveva detto, accovacciata sul suo petto:"dovresti avere una donna più giovane di me, una donna fresca, io sono grande amore mio,sono piena di dubbi e paure e cicatrici".
Lui, zitto, aveva allora scoperto piano le sue cicatrici, quelle fatte dai bisturi, quelle delle cadute da bambina, quelle sulle ginocchia ormai dure ed ispessite, quelle dei suoi parti, le aveva accarezzate tutte, baciate, leccate con lentezza, e così era riuscito a baciarla fino a quando era ancora piccola, a passarle la mano sulla testolina con la frangetta maldestramente tagliata da sua madre con le trinciapollo arancioni,a prenderla in braccio in sala parto per sollevarla dal dolore, a custodirla prima che la intubassero ormai rassegnata al sonno chimico ed alla speranza umana.
Aveva baciato i suoi seni che erano stati pieni di latte, aveva stretto in mano il suo aborto, l'aveva consolata e perdonata, l'aveva respirata tutta, madre angosciata, femmina affamata, donna divertente, amica sincera, casalinga discontinua e cuoca appassionata.
L'aveva stretta per ogni suo brivido di freddo e scossa per ogni suo sogno di terrore, l'aveva sostenuta negli inciampi sulle strade di montagna ed in quelli dentro alla vita di tutti i giorni.
Lui aveva preso le sue cicatrici e le aveva cucite insieme raccontandole la sua storia, tutta una storia lunga una vita.
Lui l'aveva presa così com'era, stanca e stupita, e l'aveva stretta in ogni parte di lei, dentro e fuori.
Lui si era accorto dei suoi pensieri, li aveva acciuffati, li aveva trattati come cosa preziosa, lui si era occupato di lei, l'aveva vista e fermata, dove vai?resta qui, le aveva detto senza dirglielo.

Lui l'aveva ridisegnata senza cancellarla mai.

venerdì 29 gennaio 2016

Ti ho sentita


E' successo oggi, come sempre d'improvviso, quando non me l'aspettavo.
Ho visto quella tua luce che sottolineava ogni profilo, che segnava ogni piccola curva, illuminava venature e svelava trasparenze.
Ho annusato strisce di aria che sapevano di te in maniera inconfondibile.
Eri dentro ai suoni appena percettibili, un andare e venire frullante di ali e cinguetii, un rimestio sommesso, un sottile brulicare.
Eri sopra ai miei passi veloci, eri onde nere vorticose sincrone e perfette, disegni sempre diversi fatti di puntini scuri e palpitanti, coreografie da incantarsi e rimanere con la testa rovesciata indietro per osservarle.
Eri dentro ad una striscia rossa di sole che ha indugiato più a lungo sopra ai palazzi, sulle teste dei bambini all'uscita di scuola, accendendo nuvole dense.
Eri nascosta nel giaccone che ho lasciato sul sedile della macchina perché il giorno era tiepido come una carezza e me la voleva prendere tutta questa carezza che tornava da me dopo mesi d'attesa.
Eri dentro ad un languore inaspettato, come una dolce nostalgia accordata dentro al mio cuore che si è stupefatto come ogni volta.
Eri mascherata da piccoli pallini gialli e piumosi, che stavano a colorato ornamento della strada di casa nostra, già pieni del loro profumo sfacciato e dolciastro.

Oggi, lo so che è presto, che è praticamente impossibile, che non ha senso, ma io ti ho sentita davvero, non provare a negarlo, Primavera.


venerdì 15 gennaio 2016

Opposti


Quando faccio tre giri di quartiere per cercare il parcheggio sotto casa poichè ho la macchina carica di figli e zaini con peso specifico che sfiora la tonnellata, buste della spesa in fibra di mais scoppiato a vapore,computer pesante-sega capsula omerale,10 kg.di patate di Avezzano in offerta,libri in multistrato di faggio e per giunta piove a dirotto, quando alla fine mi arrendo, parcheggio lontanissimo, mi carico come un mulo, brancolo senza equilibrio tentando di tenere per mano i miei bambini, arrivo sotto casa, ma proprio sotto casa, con il fiatone, le fitte dolorose che si rincorrono su tutta la colonna vertebrale, le buste già slabbrate, il contenuto ad un passo dall'asfalto... e lui o lei, con la faccia beata e non curante, esce placidamente dal parcheggio più vicino al cancello d'entrata di casa nostra, lasciando un vuoto immenso.

Quando è venerdì mattina, ho già portato i miei bambini a scuola, la casa è silenziosa e tiepida, quando preparo il caffè, monto la schiuma di latte, mi siedo al tavolo del salone, ho tutto il tempo davanti e posso decidere con cosa riempirlo, anche con niente, incredibile, che lusso anche con niente, metto la musica che ho in testa già dall'alba, sorseggio il caffè bollente, scarto il mio giornale, lo sfoglio piano, e ad un certo punto trovo lei, rettangolare o quadrata, colorata o chiarissima,lucida od opaca... la cremina in regalo.

venerdì 1 gennaio 2016

Un nuovo anno



Il nuovo anno.
2016, non significa ancora niente questo numero per me.
Anche l'anno scorso a quest'ora,il 2015 era un numero che significava poco o niente nella mia vita.
Ora il 2015 è un numero pieno di cose accadute, giorni dimenticati per intero, ore ed ore di lavoro che si sono susseguite, caffè bevuti a metà, mal di testa di cui non sono rimaste tracce nelle fibre del dolore, sogni e notti senza pace, parole, scuse, bugie, paure, a tratti terrore, sale operatorie e cicatrici nodose.
Dodici rate di mutuo pagate facendo continue acrobazie, bollette del gas ed una casa in montagna per vivere un'estate caldissima e complicata.
Il 2015 è stato lungo un anno e pesavamo quella cifra di chili lì noi quattro tutti, lo scorso anno avevate sei e dieci anni voi, ed io 40 per la prima volta, nel 2015 ho avuto quarant'anni e non è stato tanto diverso da averne avuti 36.O forse si a pensarci bene.
I capelli sono cresciuti, e le mani hanno una macchia scura in più.
Il 2016 è nuovo di zecca ora, come l'agenda con l'elastico che ho appena comprato, tutta da scrivere e riempire.
Vivere ogni giorno stando così vicino alla morte e contemporaneamente ragionando come se fossimo immortali, ogni volta che diciamo "domani farò", ogni volta che facciamo un progetto, ogni volta che ci immaginiamo anziani o spettatori festanti della crescita dei nostri figli od ancora viaggiatori di questo mondo.
Immaginare la morte come fosse un tasto off, un tasto piantato su di noi, sulle nostre voglie, i nostri desideri, gli odori di una vita, i solchi indelebili dei ricordi, un tasto che si può spingere inavvertitamente, per errore, per volere di qualcun altro, mentre si è intenti a vivere distrattamente.
Il tasto viene premuto e come qualsiasi dispositivo si può veder girare il cerchietto sul display, un giorno ci impiega sei secondi a sparire del tutto, un gioro si blocca e lampeggia, un giorno invece è lentissimo e si spenge languendo, fluttuando nel buio nero.
I giorni andranno via con la solita velocità spasmodica piena di gesti ripetuti e strade ripercorse, poi però ci saranno le deviazioni, gli imprevisti e le probabilità come a Monopoli, le sorprese, i blocchi, i piani B, le alternative, le scelte.
C'è un anno nuovo, bianco e vuoto, in parte però già scritto, la scuola che ricomincerà, i quaderni che si riempiranno, le merende incartate che si sbricioleranno un pò sul fondo degli zaini, le nuove rughe, le forme del proprio corpo che cambieranno,le nuove musiche che ci stupiranno guidando in un giorno qualunque, le musiche di sempre, ricercate come balsamo per l'anima, da risentire ancora ed ancora.
Ci saranno nuove febbri e medicine sul comodino, mattine energiche ed altre asfissianti, ci sarà una nuova primavera, un ennesimo tentativo di dieta e depurazione, un appuntamento con le amiche, un giorno di ferie che brillerà in mezzo al susseguirsi dei giorni di lavoro, fermo lì come una boa alla quale aggrapparsi per tornare a nuotare dopo aver ripreso aria.
Ci saranno nuovi pazienti da conoscere che ci faranno commuovere od emozionare, ci saranno la noia e la fatica, il caffè in cialde che non avevi mai avuto.
Ci sarà un pezzo di pandoro ancora, l'ultimo, con lo zucchero a velo ormai diventato liquido, umido, una montagna di panni da stendere e cene da preparare sotto alla luce della cappa.
Un anno nuovo da riempire di film e libri che non ti basteranno mai ed un nuovo maglioncino preso ai saldi, un altro paio di scarpe con il tacco che non metterai, ed una sorpresa per i tuoi bambini, sempre.
Ci sarà presto una nuova epifania, imperturbabile, che porterà via gli addobbi e le lucine, che risucchierà i pacchetti e gli gnomi di lana, ci sarà l'irrefrenabile voglia di cambiare il divano e rifare il colore ai muri.
Un anno nuovo da infilarci dentro tante notti da dormire ancora insieme, abbracciati scomposti dopo la lettura di un'altra fiaba o la stessa fiaba di sempre.

Finchè ci sarà tutto questo da metterci dentro, la gioia di viverlo,la smania di colorarlo, finchè l'idea di un nuovo anno mi leverà il sonno e mi lascerà addosso questa testarda, pura, arrendevole felicità, sarà un altro nuovo, bellissimo Anno.

Fairytale Wedding Planner's Fan Box