sabato 8 dicembre 2012

AAA serate smarrite cercasi

Il tempo vola. Scritta una ovvietà di tale portata, non paga, continuo. Il tempo vola inesorabile, schiaccia, cancella, comprime ricordi e sensazioni, giusto il tempo di accantonare una quarantina di natali, dei quali ricorderai solo piccoli flash non ricollegabili in maniera precisa, giusto il tempo di collezionare estati che sembravano infinite allora, ed in questo momento, anche strizzando gli occhi, riesci a risentirne appena l'odore, giusto il tempo di ritrovarsi grandi, con i figli, il lavoro, le responsabilità, un debito personale, molto soffocante, con la banca per i prossimi 28 anni, un debito pubblico molto più soffocante, accumulato in anni di mal governo sfacciato e scostumato, senza dignità nè senso della misura. Giusto il tempo di svegliarsi ogni mattina all'alba e non smettere di pedalare fino a sera, quasi senza respirare:le colazioni, la scuola, le malattie, il lavoro, la spesa, la cucina, le lavatrici, le pulizie, i compiti, la cena, i piatti, l'addormentamento, una pausa notturna spesso spezzata dai nani che chiedono, vomitano, piangono, bevono, fanno la pipì a letto, hanno degli incubi,scivolano dietro la testata, e poi, via, si ricomincia, in una lotta rotonda, spesso monotona come la ruota dei criceti, faticosa come una pedalata in salita e stop, fine. Il tempo vola, brucia, corre sulla tua faccia che non hai il tempo di vedere invecchiare, ma un giorno tutto d'un tratto,ti accorgi che lo sta facendo inesorabilmente, senza pietà come con tutti quelli prima di te. Mi sono resa conto che il tempo, in questi anni, non è volato, quasi non è stato, ed ho da poco capito il perchè:non ho più le serate. La serata, prima, era una cosa bella, lunga, vivibile, godibile, ti dava l'impressione di avere del "tempo libero", non guardavi l'orologio, andavi al cinema, passeggiavi, facevi il corso di danza fino a tardi, guardavi un film, due film, restavi ad un concerto e tornavi con la bicicletta, facevi yoga o leggevi, leggevi. Le serate erano piene di cose che ti piaceva ritrovare, erano fatte di cene con gli amici, giochi da tavola, lunghissime chiacchierate in giardino con le candele accese, le serate erano piene di musica, sperimentazioni, confessioni, progetti, scambi. Le serate ti davano il senso del tuo tempo, prezioso e lento, mangiavi quando avevi fame, dormivi quando avevi sonno, facevi l'amore esattamente quando ne avevi voglia, e respiravi guardando fuori dalla finestra mentre il mondo scorreva fuori, oppure andavi fuori a correre con il mondo. Ora non ho più le serate, finite tutte le incombenze, caracollo sul letto, allungo una mano debole verso l'amato libro e leggo poco, piena di pensieri sull'organizzazione generale, sulle bollette, sulle scadenze al lavoro, sulla borsa della piscina che deve essere già pronta e messa in macchina dieci ore prima, altrimenti non farai in tempo a tornare indietro per prenderla, ci andrai direttamente con il figlio grande, di ritorno da una intera giornata di lavoro, e poi svengo non mi addormento, perdo praticamente i sensi. Le serate erano l'elastico con cui allungare le giornate, dare loro respiro, il modo per far sì che la vita fosse breve sì, ma larga, intrisa di tutto ciò che amavi ritrovare. I miei figli sono una gioia immensa ma piena di preoccupazioni, corse, affanni, paure paralizzanti, passaggi obbligati, imprescindibili. Non faccio quasi più ciò che mi piacerebbe ancora fare, non posso uscire, danzare, cucinare tardi, leggere fino alle due di notte, scrivere con la penna ed un pezzo di carta, guardare tre film consecutivi alzandomi solo per fare pipì. Non ho più le serate, e senza di loro il giorno finisce come un morso che ti trancia le dita, non ho più le serate e le giornate senza di loro, sono un pò tutte uguali, niente di quello che ti caratterizzava, le diversifica, le colora. Non ho più le serate, e non ho idea di dove possa averle messe.

lunedì 26 novembre 2012

Inganni pre-natalizi

In queste ultime settimane, forse un pò come in tutte le case che contengono figli, bambini, ragazzini e nani di vario taglio, le madri, nonchè i padri, ma specialmente le madri, ricorrono al meschino ricatto intitolato:"Babbo Natale vi osserva, comportatevi bene, altrimenti niente regali". E' diventato quasi un tormentone, un mantra minaccioso, si inizia con la colazione:"non sprecate i cereali, Babbo Natale vi guarda,non buttate la torta per terra, Babbo Natale non vi porterà nulla", per poi riproporre la litania nel pomeriggio, quando non vogliono studiare, quando si picchiano rotolandosi sul tappeto, quando si arrampicano sulla grata della finestra e si lanciano con le ginocchia nude sul grès porcellanato, quando si infilzano stuzzicadenti nelle orbite e cotton-fioc nei timpani. La minaccia natalizia incombe sulle loro teste a cena, quando urlano, si lanciano le pietanze, scendono da tavola per fare la cacca proprio quando si è appena impiattata la minestra calda,"bravi bravi continuate così, Babbo Natale vi sta osservando dalle finestre proprio ora, vedrete come andrà a finire", biascicano i generatori di prole scomposta, masticando la cena di traverso. L'anatema babbo natalesco striscia nelle ventiquattro ore infantili, colpendo come una serpe velenosa, quando meno se lo aspettano, seminando qualche inquetudine nei piccoli virgulti,talvolta raggiungendo picchi drammatici e melanconici quando i genitori aggiungono viscidamente:"poi non piangete quando la vigilia di Natale, Babbo non vi porterà nulla mentre gli altri bimbi, bravi ed obbedienti, scarteranno ciò che hanno desiderato tanto, noi vi avevamo avvertito" In uno di questi momenti minacciosi, in maniera ormai sotto-corticale, tentando di uscire da casa, una mattina in cui è troppo tardi per arrivare in tempo, ripetendo il solito temibile avvertimento, trascinando due figli, due grembiuli, due zaini, un computer portatile, una busta porta pranzo completa di tisana al finocchio inserita nel tèrmos,districandomi fra tacchi e sciarpe, cappotti e martin gala, piumini e cappelli, mio figlio grande mi gela con questa proposta:"mamma, ho pensato ad una cosa, se Babbo Natale ha visto quanto sono capriccioso, quanto ti faccio stancare soprattutto la mattina, quanto sono lento a prepararmi e quanto non mi và di fare i compiti, io gli scrivo una letterina e mi firmo:Giovanni. Ovviamente il mio primogenito, capriccioso, lento e svogliato non è stato registarto all'anagrafe con tale appellativo. Buoni preparativi.

sabato 10 novembre 2012

Gli amori taciuti

Esistono gli amori silenziosi. Esistono gli amori nascosti, sotterranei, brulicanti, amori che se ne stanno quasi sempre al buio, senza mostrare la faccia al mondo, senza poter gridare ciò che si prova, quello che accade dentro davvero. Nel mondo ci sono milioni di amori mascherati, bugiardi, costruiti su una menzogna,nati da un bisogno profondo, interno, quasi sconosciuto anche a chi lo vive. Di solito chi ha un amore così è convinto di non averlo affatto cercato, ma forse non è così. Gli amori non ti cadono in testa tramortendoti, gli amori ti cadono in testa tramortendoti, dopo che si è intrapresa, infischiandosene, la strada sbarrata con scritto:"attenzione caduta massi". Gli amori taciuti si incontrano nelle ore più assurde, nei giorni feriali, di mattina presto o nel primo pomeriggio, gli amori così sono delegittimati dal mondo intero, additati,giudicati, invidiati. Gli amori clandestini si vedono correndo uno dall'altra trafelati, con un paio di scarpe con il tacco nascosto in macchina, sembrano fuggire sempre da qualcosa o qualcuno, e baciarsi davanti ad un cassiere dopo aver bevuto un caffè, è quasi una chimera. Gli amori non ufficiali non si possono mostrare, nè esibire, nè possono vivere la gioia liberatoria di dire agli altri:"guardate quanto è bella, guardate quanto lo amo". Gli amori paralleli non vivono di quotidiano, programmano fughe tre mesi prima, ignorano che faccia abbia l'altro quando si sveglia, o mentre si fà la barba,e sognano una sera intera da passare su un divano, parlando lentamente, coccolandosi con mani sapienti, ed abbandonandosi, finalmente abbandonandosi. Gli amori taciuti hanno sempre una scusa pronta da dire, ma spesso la dimenticano perchè le scuse si accumulano, si ispessiscono, diventano inaccessibili anche a loro che le hanno pensate. Gli amori nascosti si scrivono messaggi febbricitanti, subito cancellati, questi amori non lasciano traccia se non negli occhi di chi li vive, questi amori devono regalarsi un maglione senza un biglietto, un libro mancante di dedica, qualcosa del quale distruggere lo scontrino ingoiandolo poco prima di incontrare l'amore ufficiale, quello consacrato, quello benedetto dal coro. Gli amori taciuti non hanno posti dove incontrarsi ed allora si inventano cose rocambolesche, pericolose e bellissime. Gli amori taciuti non litigano quasi mai, non hanno tempo da sprecare, e se lo fanno, poi non importa chiarirsi, non ce n'è la possibilità, ed allora si ricomincia a fiutarsi e cercarsi, voltando pagina, riafferrandosi come sulla giostra dei calci in culo, gli amori zitti, si riacciuffano sempre. Gli amori così, si separano per la strada, non si danno mai la mano, e non possono andare in quella zona, devono evitare quel quartiere, saltare a piè pari certi locali. Gli amori paralleli scorrono come film proiettati in sottofondo mentre i protagonisti vivono le loro vite reali, filtrando emozioni e rimescolamenti, insabbiando nostalgie o mimetizzando gioie provenienti da molto lontano. Gli amori taciuti si raggiungono ovunque, corrono come topi al caldo delle tane, hanno tempi strettissimi ed improrogabili, durante i quali mangiare in pubblico, sembra solo una perdita di tempo. Gli amori ladri, hanno così poco tempo che a volte vorrebbero dirsi un milione di cose, raccontarsi e chiedere, ma alla fine tacciono e si godono il semplice contatto di un dito sul dorso della mano dell'altro. Gli amori nascosti vengono sempre per ultimi, ma spesso sono il primo pensiero appena svegli e l'ultimo mentre ci si addormenta. Questi amori fanno quello che non fanno più con i compagni ufficiali, si scambiano la musica,si scoprono piano, si regalano libri e film, si mostrano senza sfacciataggine ma con dolcezza immensa, si amano con un'urgenza che preme nel ventre e raggiunge le mani, le labbra, i capelli, i lobi delle orecchie. Gli amori clandestini sono sempre profumati e la cosa che amano di più è scambiarsi i loro odori e non lavare il proprio maglione per trattenerli così fusi insieme, ancora un pò nelle trame del tessuto. Nessuno al di fuori, sà capire che qualcuno sta vivendo un amore taciuto, nessuno è in grado di sospettare di quel cellulare sempre sott'occhio, di quello sguardo vacuo e lontano anche durante la riunione aziendale, dei sorrisi apparentemente igiustificati che si accendono sulle facce incontrollate di chi ha ricevuto il messaggio più bello che si potesse ricevere. Nessuno sospetta di una fuga durante la pausa pranzo, solo un quarto d'ora, dalla quale si ritorna senza rossetto e con la faccia da ebete. Gli amori taciuti sono faticosi, stressanti, costosi, pericolosi ed iniettano dentro al sangue: vita allo stato puro, creando una dipendenza dolcissima alla quale è impossibile resistere. Gli amori zitti non fanno la storia, ma spesso la raccontano sussurrando piano. Gli amori taciuti hanno pochissimo passato e non hanno un futuro, se guardano lontano tutto è traballante e sfocato, gli amori taciuti vivono solo di presente, ma "presente" è una bella parola, perchè significa "regalo".

martedì 30 ottobre 2012

Di mamme, figlioli ed altre storie

Il grande ha perso due dentini ed il terzo gli balla in bocca, scrive disordinatamente, ed è un asso nell'insiemistica, il piccolo ha la testa tonda, un grembiulino a scacchi per stare otto ore alla scuola materna, per lo più in maniera silenziosa, timida e creativa, come raccontatomi dalle maestre. Il grande ride meno di prima, ha una sofferenza visibile, un nervosismo veloce e rapido come i suoi muscoli sempre tesi, è asciutto e definito, ha le ciglia lunghe e scure, e fa amicizia con tutti. Il piccolo è generoso se gli và, affettuoso e dolcissimo solo con pochi, ama i cani ed i bambini neonati. Il grande è sensibile, spaventato dalle cose grandi della vita e scavezzacollo nei giochi fisici. Il piccolo è anarchico, mangia quando vuole solo quel che vuole, amerebbe cenare nei ristoranti sul mare e prendere gli aperitivi al bar. Il grande vuole compagnia quando fà la cacca e non smette mai di parlare neanche mentre la fà. Il piccolo vuole essere lasciato in pace per fare la cacca, si spoglia completamente e sta zitto e concentrato mentre la fà. Il grande dorme coperto, il piccolo piglia a calci lenzuola e piumini per tutta la notte e suda sempre. Il grande cerca affannosamente l'amore del padre, la sua stima, le sue coccole dure a venire. Il piccolo cerca sempre mamma per le smancerie e dice, raggiungendola nel lettone:"facciamo due chiacchiere...parliamo di te"ed ha solo tre anni. Il grande corre e corre sempre, il piccolo pure. I miei bambini non si stancano mai, si svegliano presto e si abbracciano e si dicono cose come:"sei il mio fratello preferito, il migliore" e due secondi dopo si prendono a morsi i lobi delle orecchie, litigandosi il tappo di un pennarello scarico. Il grande mi vorrebbe sempre vestita con la tuta :"mi piaci vestita così, sembri più...fisica", il piccolo ama quando indosso i tacchi ed i vestiti da donna, a volte mi applaude e mi dice "sei bellissima" con quelle S sibilanti che si ritrova. Il grande, se si ammala, si accucciola e si intristisce, il piccolo nega la malattia e le si oppone testardo. Il grande vorrebbe ribellarsi ma poi non gli appartiene, il piccolo è la ribellione fatta bambino. Il grande ha avuto tutte le nostre attenzioni esclusivamente per sè per quasi quattro anni e soffre ancora come un cane per l'arrivo di questo fratello, che: "Bum! è nato ed è cambiato tutto". Il piccolo non ha mai avuto attenzioni solo per lui, perciò è in grado di giocare da solo ed essere autonomo in moltissime cose. Il grande accorre senza remore non appena qualche amico glielo chiede, si lancia a petto aperto verso qualsiasi difesa debba effettuare, per chiunque, non si risparmia, si accende subito ed è gentile con le femmine. Il piccolo si guarda in giro circospetto e non regala la sua fiducia, se non a chi dimostri di meritarsela davvero. Il grande mi ha detto pochi giorni fà:"mamma, è arrivata una supplente carinissima" "davvero?che bello era gentile quindi?" "no mamma voglio dire che era bella con i capelli lunghi e scuri, il rossetto sulle labbra, gli occhi un pò verdi un pò azzurri" e suo padre gli ha chiesto:"era più bella di mamma?" e lui ha risposto sorridendo:"mamma è mamma che c'entra?". Il piccolo, in macchina mi ha chiesto:"quando divento grande e femmina, posso avere un bimbo nella pancia?" "no amore, tu sei un maschio piccolo e crescendo diventerai un maschio grande, non diventerai mai una femmina tesoro" "non sarò mai una femmina da grande neanche quando crecco?" "no, sarai sempre un maschio, anche da grande, ti farai la barba come papà e tante altre cose, ma non diventerai mai una femmina piccolo" "uffa che noia": I miei bambini, ora sono questo, onde in continuo divenire, mari agitati ed aperti, ignari ed un pò consapevoli, spauriti e sicuri al tempo stesso, spavaldi e timorosi, dolci ed arrabbiati con il mondo, ed il tempo scorre rapido sopra e dentro di loro, i giorni fluiscono come fiumi in piena nelle loro teste, nei loro cuori. Tra poco andrò a prenderli fuori scuola e li riconoscerò nel mucchio, senza possibilità d'errore:sono i miei bambini, due papaveri gialli in mezzo a tanti papaveri rossi.

domenica 14 ottobre 2012

E' difficile

E' difficile pensare che da quando hai visto e sentito nascere il tuo primo figlio, sono cambiate un sacco di cose. In realtà l'ho più sentito che visto nascere, una spinta, l'ennesima, senza sapere che potesse essere quella definitiva, l'ultima, e poi quella specie di pesce enorme che sguscia via, una scivolata verso l'aria, un balzo in superficie, ed ecco che il pesce che ti nuotava dentro giorno e notte, agganciato al tuo battito, al tuo sangue, alla tua carne più interna, è fuori, è altro da te. Ed ecco che intravedi una testa, dei piedini, un rantolo vitale che irrompe in un pianto strillato e la tua pancia si placa, il dolore svanisce, così concreto ed insopportabile poco prima, così lontano ed ovattato poco dopo. L'ho sentito nascere il mio primo bambino e l'ho accolto con tutta me stessa, come diversamente non avrei mai saputo fare. La sua pelle, il suo odore, i suoi movimenti, una piccola smorfia, hanno catturato ogni mio pensiero, impegnato qualsiasi momento dei miei giorni e delle mie notti. Mi ritrovavo in salone alle tre di notte, ad allattarlo, a guardarlo, a cambiarlo e massaggiarlo ed il tempo scorreva fluido come il buio fuori che poi diventava l'alba di una nuova giornata, ed io ripartivo inarestabile. Le sue parole erano un pugno pieno di emozioni nel mio stomaco, la gioia più pura, quella vocina dolce e piccola, propria piccola come quella di certi cartoni animati irresistibili. Poi ho sentito nascere il mio secondo bambino, un'altra scivolata, di nuovo quel passaggio liquido ma corposo, quell'andare verso la luce, il mondo, e di nuovo quella gioia stordente, una gioia meno pura però, una gioia inquinata dalla preoccupazione imparata con il primo, una gioia da singhiozzare, una gioia che sembra una paura tremenda. Presto arriva la stanchezza, le notti mi limito a prenderlo e ad allattarlo direttamente nel lettone, accoccolandoci uno dentro l'altro, quasi non un adulto che accudisce un piccolo, ma due anime che si accudiscono insieme. La stanchezza, gli spaventi, i dubbi si sovrappongono sulla mia pelle di madre e formano una scorza, come una sporcizia resistente, una sozzuria testarda. Improvvisamente mi accorgo che non potrò proteggerli, mi rendo conto che non posso far altro che amarli, che quella risoluta idea di fare in modo che non succedesse niente di male ai miei bambini, fosse un pensiero sciagurato. Io posso solo amarli, spingerli fuori di me per farli vivere e continuare ad amarli.basta. Come faremo a proteggerli?mi chiese un giorno un'amica vera. Non lo faremo, non ci riusciremo, faremo come i nostri genitori: hanno lasciato che vivessimo, che fossimo esposti a qualsiasi tipo di dolore, alla gioia più intensa, alla malattia più inaspettata, all'incidente più devastante, all'amore più cieco, alla paura paralizzante, alla noia, al disgusto,alla lezione più eccitante di tutte. E' difficile ora, madre da sette anni, rendersi conto che i figli non mi bastano per sentirmi felice, ed ammettere questa cosa a me stessa mi duole come una coltellata presa in piena pancia. Mi aspettavo che diventare madre potesse essere il viatico per il paradiso, ma oggi non lo credo più. I miei figli sono la mia vita, l'amore più profondo, la sensazione più radicale e sconvolgente che mi sia mai capitata, ma questo non fa di me una donna felice per forza. Ho scoperto che ho ugualmente bisogno di sentirmi bella, di ridere con le amiche fuggendo per un fine settimana, che ho voglia di sentirmi amata da un uomo in maniera pulita e spontanea, che desidero diventare ancora qualcos'altro da quello che ho costruito finora, mi sono accorta con sgomento che al parco con loro, a volte mi annoio, che parlare solo di come si addormentano o di cosa mangiano, mi deprime,che avrei bisogno di un confronto con altri adulti, di una discussione che non tocchi l'iscrizione alla materna o le merende da mettere nello zaino, ho scoperto che a volte mi tapperei le orecchie per non sentire le loro urla, per godere di un pò di silenzio, che salterei la riunione con le maestre per scappare dentro un cinema e piangere per un nuovo film, che non ho la forza per aspettare tre ore seduti nello studio del pediatra, ma che comprerei quintali di biancheria intima per giocare ancora un pò con il mio corpo prima che invecchi troppo e che smetta di divertirmi. I passi che ho fatto come madre, non so in che direzione sono andati fino ad oggi, a volte mi sembra in avanti, a volte così indietro da vergognarmi di essere definita tale. Il senso di colpa si mischia alla sorpresa di scoprirmi curiosa di altre realtà, la paura di stare perdendo qualcosa di prezioso delle loro vite,si confonde con quella di stare perdendo qualcosa della mia di vita. E' difficile scrivere questo, essere a lavoro e pensare ai loro visi dietro ai vetri della scuola, non sapere cosa passa dentro le loro teste, come sono stati oggi in questo giorno d'autunno, fra i banchi ed i grembiuli, avvertire una nostalgia incredibile, inconsolabile ed allo stesso tempo il bisogno di prendere aria. Difficile accorgersi che ad un certo punto avevo finito le storie da raccontare loro, che non avevo più l'entusiasmo che sarebbe obbligatorio passare come un testimone durante la staffetta, a quelli che corrono nella tua stessa squadra. Difficile credere che la ricchezza con cui avrei voluto sommergerli, non mi arrivava da nessuna parte e perciò non riuscivo a riversarla sui loro cuori giovani ed inconsapevoli. Difficile sentirsi travolgere dalla rabbia, dall'impossibilità di gestire, dal non riuscire a calmarli, a mettere fine ai loro litigi, ai loro capricci, difficile non sapere più dove diavolo sia finita la pazienza, la calma, la serenità. Difficile riconoscere la propria voce alterata, le parole urlate a denti stretti, le minacce, l'onda violenta che ti invade e ti trova molle ed incapace di opporvisi, Anche io guardo fuori dalla finestra cercando di ritrovarmi, non solo come madre, non solo come professionista, non solo come essere umano, ma come Donna. Tutta. Se non ci fossero le nuvole...

mercoledì 3 ottobre 2012

Con tu

Caro Tommi, volevo chiederti scusa per essere entrata con il camice verde tutto sudato dall'emozione e dal caldo, dentro la tua stanza di terapia intensiva. Volevo chiederti scusa, se per l'egoismo di rivederti e darti un bacio, una nuova carezza,sono piombata davanti al tuo letto, accanto al tuo respiro affannoso, ai tuoi tremori, agli occhi che non riuscivi ad aprire davvero. Scusami se ho violato la tua nudità guardandoti, sbirciando la tua giovane bellezza ancora visibile sotto ai fili, ai tubi, ai lividi ed al pallore del tuo viso. Scusa se ho visto il tuo petto muscoloso, se ho incrociato il tuo tatuaggio tribale, se ho sfiorato la grana della tua pelle, sotto a quintali di macchinari e farmaci e sudore per lo sforzo di vivere o chissà, per smettere di soffrire. Volevo chiederti scusa, perchè se te lo avessi chiesto, e se tu avessi potuto rispondere, magari avresti detto no. Scusa To, non volevo mancarti di rispetto, nè calpestare la tua dignità, volevo vedere che c'eri, toccarti e parlarti un pò, ma quel giorno non potevi sentirmi, mentre io ho potuto sentire tutta la tua enorme fatica, quella vibrazione profonda che mi ha devastata per giorni e notti fino a poco fa. Volevo dirti che da ieri hai guardato con i tuoi occhi davvero, che tenti di aprire la bocca, che ti è venuta la pelle d'oca e ti è scesa una lacrima, amico caro. Dicono che potrebbero essere risposte emotive, dicono che sei un computer resettato nel quale bisogna tentare di reinserire tutti i dati. Chissà da dove si comincia a ricostruire una vita, da dove inizieranno tutti a raccontartela, a ripercorrerla. Chissà come cucirai i tuoi ricordi e che forma prenderanno. Chissà quando la tua famiglia riprenderà a vivere di nuovo invece di trascinarsi in una sopravvivenza immobile, ferma in un' attesa logorante. Chissà quando chi ti ha fatto nascere, prenderà di nuovo aria davvero, senza intossicarsi l'anima ad ogni boccata d'aria. Davanti al tuo reparto che ormai è di Animazione, piuttosto che di rianimazione, ci sono amici, parenti, persone che si alternano sui gradini, uniti dall'amore per te. Mia sorella dice che questo amore ti arriva, che questo amore di nutrirà più del sondino naso-gastrico, e ti rifarà uomo. In fondo ci credo anche io, anche se a volte è difficile credere ad un'Amica, come la chiami tu, con i capelli fucsia e le tette al vento. Io ho preparato il libro di Cacucci per il quale abbiamo bisticciato, qualche settimana fa, per leggertelo se vorrai. Chissà con quale parola inizierai a dirci che ci sei, siamo tutti qui ad aspettarla, sarà la parola più bella del mondo, perchè significherà di nuovo "con tu":

mercoledì 26 settembre 2012

Senza tu

Fuori c'è un autunno ventoso, appena arrivato, vedo gli alberi muoversi, sento il loro fruscio, bevo un tè caldo, ed ancora intravedo il segno del costume sul mio collo, ultimi strascichi di un'abbronzatura estiva, già lontana. I giorni, frenetici e pronti per essere dimenticati insieme ad un altro milione di altri giorni di lavoro e corse e cene e scuola e merende e panni da stendere, a volte si bloccano, si impuntano, inciampano e non puoi più dimenticarli. La lente che guarda quei giorni diventa larga, attenta, precisa, quasi paranoica nella ricerca di un particolare, di una modificazione, di uno spostamento. Arriva un giorno che sembra uguale agli altri fino al momento in cui non ti dicono "il tuo amico ha avuto un incidente", ed allora ti fermi e vai da un'altra parte, non la solita parte, vai incontro a lui, sperando di trovare qualcosa di buono, qualcosa che ti faccia pensare che possa svegliarsi e tornare a parlare con la stessa voce di prima, con la stessa espressione di un tempo, con i medesimi gesti che conosci da una vita. Corri dalla sua famiglia, aspetti sui gradini, il tempo non passa mai, soppesi gli sguardi, fissi le scarpe, annusi il tunnel della terapia intensiva, ti stringi dentro di te, per nasconderti da quel dolore intollerabile, dalla paura atavica,dallo sguardo perso dei suoi cari, dai loro colli piegati in avanti, respiri e poi l'odore del disinfettante ti strozza. Cammini nei corridoi, guardi fissa il medico che spiega cosa sta succedendo al vostro amico, cosa non gli sta succedendo, sbirci la sua espressione, direzioni lo sguardo dove lo direziona lui, stringi un maglioncino di filo in mano e poi, preghi in quella tua maniera anomala, ridi anche un pò con gli altri per assurdo, poi esci chiedendoti, come quando sei entrata, se ne vale davvero la pena. Poi esci e c'è il sole e tutto è identico, ti chiedi come sia possibile che tutto sia identico, ma poi capisci che questo essere identico, immutato, riconoscibile e familiare è l'unica cosa che possa permettere a chi aspetta, di sopravvivere mentre attende un ritorno. Mio figlio di tre anni, una volta tornata a casa mi ha detto:"mamma, mi fai compagnia in cameretta mentre gioco?" "No amore sto cucinando, gioca tranquillo io sono qui vicino" "no mamma, ho paura fammi compagnia ti prego" "ma di cosa hai paura tesoro?questa è la tua cameretta, la nostra casa, di cosa hai paura?" "ho paura di senza tu". Ecco Tommi, svegliati presto perchè ho paura senza tu.

lunedì 17 settembre 2012

Il punctum

In un bellissimo libro sulla fotografia, "la camera chiara" Roland Bathes,afferma che nelle foto, sono presenti uno studium ed un punctum. Il primo provoca reazioni razionali in chi guarda la foto. Il secondo accende la parte emotiva, colpita da un particolare. Il punctum è applicabile un pò ad ogni cosa della propria vita, il punctum è il centro vibrante dell'esperienza che vivi, vedi, sperimenti. Il punctum è la summa delle sensazioni, il riassunto estremo dell'esperienza emotiva, il battito che accelera, il respiro che si fà più consapevole, la pelle percorsa dai brividi, l'occhio che si accende in un guizzo di curiosità ed appagamento. Il punctum può essere scoprire che qualcuno abita e stende i panni dentro la Piramide cestia al centro di Roma,l'odore del fazzoletto di tuo nonno messo nel taschino,una frase dei tuoi bambini che ti ha torturato per tutta la notte, il punctum di "Up" il cartone animato è certamente rappresentato dalle due poltrone o dalle mani dei due innamorati sulla cassetta della posta,il punctum di una musica può essere un dirompente rullìo di batteria che sale all'improvviso. Il punctum è il dito che ti si ficca nello sterno a pungolarti l'anima, è il tarlo nell'orecchio, è la stimolazione dell'istinto, dello slancio, della reazione originale, fuggita al controllo della mente. Il punctum è il cavallo pazzo che esce dal recinto, ciò che ti capita mentre tu lo stai a guardare, perchè ciò che ti capita può assomigliarti più di ogni cosa che hai lasciato che ti capitasse. Il punctum è la direzione che prendi, quando te ne eri prefissata un'altra, è un luogo dove corri a rifugiarti anche se tutto il mondo ti direbbe che è sbagliato, che così non si fà. Il punctum è la parte innata, animale, ancestrale che trascina i tuoi occhi nei punti più nascosti di Roma, dentro ad un bicchiere di crema di latte senza latte ed un bricchetto per il caffè, il punctum è fra i bottoni slacciati di una camicia su un gradino di fronte ad un sogno dove nuotavate pieni di sole e d'acqua. Il punctum è una carezza che ti resta odorosa addosso, anche se ti muovi poco poco, due parole che ti hanno fatto piangere senza che ne capissi davvero il motivo, il punctum è cercare un posto dove aspettare che spiova, tenendosi stretti, raccontarsi tutto e niente barcollando sui tacchi, il punctum è una colazione troppo burrosa con le gambe allacciate, una voglia implacabile di raggiungersi con delle parole, o con delle immagini di cose che insieme non vedrete mai e lo sai benissimo. Il punctum è qualcosa che succede a prescindere da te, con dentro tutta te. Lo studium è tornare a lavoro e fingere che non sia successo niente, con dentro pochissima te.

venerdì 7 settembre 2012

Il barbiere vintage

I miei bambini si recano assieme a me, da Enzo il barbiere storico del nostro quartiere, per sfoltirsi le chiome incolte. Enzo ha una barberia rimasta identica a come'era circa trenta-quarant'anni fà, come in un fermo immagine. Tutto intorno alla berberia di Enzo si è modificato:la strada si è riempita di macchine, hanno aperto supermercati e lounge bar, solarium e frutterie etniche, ma la barberia resta tale e quale, immutata e fedele a sè stessa. Prima di Enzo, lì dentro, faceva il barbiere suo padre, perciò Enzo è cresciuto imparando quel mestiere, giocando fra forbici e brillantina, fra spruzzini e lame per rasatura maschia. Le poltrone della barberia sono di pelle rosso amaranto, sono sbucciate qua e là e si può usufruire di cuscinoni di velluto verde pisello per farci stare più alti i bambini che si fanno tagliare i capelli da codesto personaggio. La carta da parati ha fioroni ormai sbiaditi, ci sono pile di asciugamani che temo, siano i medesimi degli anni settanta. Da Enzo, aperto già alle otto del mattino è pieno di uomini fino a sera, quando tira giù la saracinesca, uomini con giornali, scommesse calcistiche da discutere prima di giocarle, bastoni per camminare, carte per farsi una briscoletta nei tempi morti. Enzo gioca al lotto, e non ci azzecca quasi mai, credo che sogni di vincere un sacco di soldi ed aprire una barberia alle Bahamas. Enzo è come un folletto, magrino come un'acciuga, sembra il protagonista di un film fantasy, cammina trascinandosi dietro una gamba, ha gli occhi azzurri ed i capelli lunghi, scompigliati, ricci ed indomabili, color sale e pepe, assolutamente fuori controllo. Enzo è dolce con i bambini e timido con le mamme intraprendenti come me che pigliano e fanno irruzione nella sua barberia vintage, donne, da Enzo non se ne vedono mai, io sono una rivoluzionaria per gli abitanti del luogo ed ogni volta porto scompiglio fra gli avventori assisi sui divanetti d'antan. Nella barberia c'è odore di borotalco e gelatine per capelli mai viste in commercio, gli spruzzini sono un pò intasati ed i pennelloni leva-capelli ospitano strani pallini appiccicosi che incuriosiscono sempre i miei bambini, e se lo venisse a sapere, anche il nostro pediatra. I miei bambini adorano Enzo e si lasciano tagliare, accorciare, sistemare le basette come veri ometti, con il mantello nero da Zorro stretto stretto intorno ai loro piccoli colli tirabaci. Da Enzo i maschi alzano la voce, ridono e scherzano in quella maniera tipica romana, che dopo poco non si capisce più se si scherza o si fà sul serio, ma poi nessuno si offende e và a finire che si resta tutti amici da una vita e per una vita. Enzo abita vicino a noi, lo vediamo rincasare solo, con una piccola cena in mano, la gamba malconcia e quel casco di capelli incommentabili che a noi piace tanto. I bambini lo salutano dal balcone urlando il suo nome, lui si gira e dice "ciao belli" e poi entra in casa. I miei figli dicono che non si taglia i capelli perchè un barbiere bravo come lui, dove lo trova? e non può mica tagliarseli da solo poverino...

sabato 1 settembre 2012

Primo Settembre

L'ombrellone 132 dello stabilimento Tramontana si è chiuso definitivamente, ci sono rimaste appese sotto, avventure e segreti di questa strana estate. Un giro intero, 31 giorni esatti, dieci scatolette di tonno, tre insalate di riso, mille docce, tante buche nella sabbia, liti, silenzi, messaggi, partenze folli, un dente spezzato, un'emorragia, le gocce oleose e tiepide per placare il mio cuore in tumulto, due creme protezione totale, un'amore insieme sulla sedia, di pomeriggio che abbiamo pianto per la commozione tutti e due, due bronchiti, sei asciugamani pieni di sabbia e profumo dei nostri bambini, pochi caffè la mattina presto. Qualche pianto, trenta foto sceme per ricordarmi di essere dimagrita tanto, per ricordarmi di essere felice. Uno spettacolo di giocolieri, un sonno agitato pieno di sogni segreti da sorriderne la mattina, gli occhi trasparenti dei miei figli dentro al mare, saltando e nuotando. I meloni con il prosciutto crudo, i termometri ed i ventilatori sempre accesi,gli zoccoli di cuoio marrone, le passeggiate tristi di sera sul lungomare. Ora sono a casa da sola, i bagagli gettati a terra, la musica intorno, il cielo grigio, il lavoro che aspetta dietro alla porta. Molto aspetta fuori da questa porta, aspetto anche io. Sta per nascere il bambino della mia amica secca ed alta, sta per guarire la mamma della mia carissima amica, Giacomo sta per saltare in seconda elementare, Filippo dovrà mettere il suo primo grembiulino. Aspetto. Dovrò lavorare tutto l'anno, possibilmente senza interruzioni nè variazioni. Aspetto. Dovrò definire questa situazione fra me e lui e fra me e lui e fra me e lui. Aspetto. Intanto è settembre, non ho energia, non ho voglia, non ho spinta. Aspetto.

venerdì 17 agosto 2012

Adriatico

Sull'Adriatico ci sono case a due passi dal mare. Sull'Adriatico ci sono spiagge lunghe, larghe, comode e piene di sabbia leggerissima. Sull'Adriatico, da bambini, ci siamo stati più o meno tutti e tornare con i propri figli, fà un certo effetto. Sull'Adriatico ci sono i pescherecci che rientrano dopo l'alba, carichi di frutti di mare e vongole e telline. Qui, i bambini si divertono come pazzi, fanno amicizia sotto agli ombrelloni, scavano buche, giocano con le biglie dei ciclisti prendendoli a schiccere nei cunicoli di sabbia, qui i bambini fanno avanti ed indietro con i secchielli, hanno la schiena piena di crema solare protezione totale e nuotano, nuotano, si asciugano e nuotano. Qui c'è il lungomare dove passeggiare la sera vestiti bene, pettinati e sempre più abbronzati. Qui, le estetiste abruzzesi fanno lavori perfetti e molto dolorosi, dei quali vai segretamente fierissima. Qui ci sono i pianobar che suonano la musica leggera ma proprio leggerissima, ci sono i ragazzi che cantano sulla spiaggia fino a tardi con la chitarra e ti spalancano un buco spazio-temporale nello stomaco, che provare a riempirlo con pasta e vongole è proprio inutile. Qui, si mangia il pesce appena pescato ed arrostito sulla sabbia, qui vendono la pizza fritta incartata dentro un foglio bianco tutto macchiato di olio ed i tuoi figli ci vanno matti come ci andavi matta tu quando aspettavi per ore piccola e secca, che si accorgessero di te, in fila, sotto al bancone dello stabilimento. Qui la sera ci si può sedere e mangiare il gelato con la panna che si paga a parte ed a te, romano, che te la mettono gratis sopra sotto ed in mezzo, ti sembra di subire una grave ingiustizia, qui puoi stare semi-nudo tutto il giorno, dimentichi come si guida la macchina ed il letto è sempre, inevitabilmente pieno di sabbia croccante. Qui ti fai e devi fare tre docce al giorno, stendi gli asciugamani al sole perchè ti accolgano dopo il prossimo bagno, con quel loro odore indurito di sabbia, crema e sole. Qui ci sono i giocolieri la sera, o lo spettacolino dei pagliacci, od il circo estivo microscopico ed i tuoi figli appaludono e lottano contro il sonno per lasciare il posto al divertimento. Qui sull'Adriatico c'è il mare che alcune mattine è liscio ed oleoso, quasi trasparente, non bellissimo, ma mare nella sua accezione più completa agli occhi di un bambino con i braccioli, qui, ci sono file di ombrelloni lunghissime, e l'acqua non è mai troppo alta per farci sguazzare tranquilli i figli di tutte le età. Qui, in filodiffusione si ascoltano i tormentoni dell'estate, si balla come pazzi "cecccerecccecè" e si ride fino al tramonto, quando si corre a casa a mangiare al volo prima di riuscire di nuovo. Qui, a Ferragosto si mangia per ore infinite, senza pause, fra un gavettone gelido e l'altro. Qui sull'Adriatico, veniva sempre in vacanza tuo zio che se n'è andato pochi giorni fà lasciandoti attonita perchè lo avevi appena sentito e ti aveva fatto riflettere e sorridere, veniva qui e trovava la sua pace, ed è proprio qui sull'Adriatico che vorresti si trovasse ora, affacciato al balcone della sua pensione preferita, a guardare un nuovo giorno che nasce dal mare. Qui pensi a settembre, ad un passo da tutti voi, alle cose da comprare per la scuola, al corso di nuoto da ripagare, ai maglioni ed alle coperte per il lettone. Qui sull'Adriatico con grande fatica, dopo 17 giorni, trovi una wi-fi decente sotto ad un mega ombrellone di paglia, tutti corrono scalzi vicino a te, facendoti scrivere al ritmo dei loro talloni impazziti. Qui, in vacanza sull'Adriatico hai capito che non si può andare avanti così e che a Settembre bisognerà prendere questa decisione dolorosa, complessa,che ora ti sembra insormontabile e che ti porterà altra fatica da gettare sul cuore e sul corpo. Qui, sull'Adriatico è ancora Agosto però, e sotto all'ombrellone di paglia vorresti smettere di pensare a questo settembre pieno di cambiamenti, a questa tua vita che si rivolterà come il cibo indigesto nello stomaco. Qui sull'Adriatico adesso ordini un caffè, ti rileggi il post che non scrivevi da un mese, e ti accorgi di essere scappata da casa perchè ti mancava l'aria.

venerdì 20 luglio 2012

Invece si

Una mia cara amica, mi sussurrava stanca di tutte le delusioni ricevute dall'amore, dagli uomini, dalle relazioni naufragate:"io ho chiuso, basta, non ne ho più voglia,davvero, neanche morta ci riproverei, con l'amore basta davvero". Io le rispondevo storta sulla panchina sbeccata "già". Poi sono andata via, entrata in macchina ed ho pensato. Giudando ho continuato a pensare, tanto guidare è un'attività sottocorticale me lo ha spiegato il mio amato neuropsichiatra professore eccelso Pierro Marcello Mario, perciò pensavo. Prima di tutto pensavo che Marcello Mario non sarebbe dovuto morire, che ci sono tanti professori da dimenticare, gente mediocre, triste, spenta, viscida, insulsa, mentre Marcello Mario era il professore, lo seguivo in tutte le aule dove andasse a parlare, lui era lo scoppio di sinapsi che mi si accendeva non appena apriva bocca e muoveva le grandi manone generose. No, lui avrebbe dovuto continuare ad insegnare ed io lo avrei seguito in capo al mondo e adesso la mia vita sarebbe diversa e Marcello Mario sempre lo stesso meraviglioso uomo che è stato. Comunque, a parte Marcello Pierro, emerito neuropsichiatra con i controcoglioni, pensavo "eh no" pensavo. Pensavo "io si invece". Pensavo alle mail da scrivere di giorno e di notte, ai messaggi da digitare di nascosto per accarezzarsi il cuore in un momento qualsiasi, pensavo ai primi appuntamenti, alla lingerie nuova da scegliere, al profumo che avrebbe parlato di te prima ancora che tu lo abbracciassi, ho pensato all'emozione, all'adrenalina che un nuovo amore ti dà. Ho pensato a quando sei innamorato e ti senti una persona migliore perchè diventi davvero qualcosa di meglio da ciò che sei. Ho pensato all'illusione bellissima, che questo mondo possa davvero essere un bel posto dove vivere, quell'illusione che solo l'amore riesce ad inocularti come una flebo bio-molecolare che pulisca e rinfreschi ogni tua cellula, ho pensato al sonno che non arriva, ai sogni che tornano, alla fame dimenticata,alla spinta propulsiva che muove le gambe anche senza una direzione, purchè si vada. Ho pensato alle attese, ancora più belle degli incontri, alle capriole fra le lenzuola, al battito del cuore che sfonda i timpani ma non fà male, ad una fotografia da inviare per la voglia di condividerla, ad un bigliettino lasciato in tasca, all'abbraccio dietro l'angolo, allo sguardo di qualcuno che ti guarda intensamente come se riempissi ogni sua visuale. Ho pensato a quando si annusa l'altro e lo si riconosce, risucchiandone l'essenza fra i denti, al film visto guardandosi di sottecchi, alla cena con le mani incrociate sui tavoli, alla spalla sulla quale appoggiare un mal di tacchi e riderne insieme di notte. Guidavo e pensavo "io invece si che ricomincerei anche subito, anche se ho preso un sacco di schiaffoni, anche se fanno ancora male e non hanno smesso di bruciare", ho pensato ai regali presi senza bisogno della ricorrenza, al libro comprato ed incartato per lui con la nostra dedica a penna, le sottolineature proprio lì, dove ci siamo emozionate di più. Ho pensato a quella sensazione che ti assale quando ti succede qualcosa e sai, benissimo chi chiamare e quanto ti sentirai accolta e ascoltata. Ho pensato "invece si" e poi ho cominciato a piangere per Marcello Mario Pierro e le sue manone giganti mentre spiegava la teoria della mente, ed al mio sentirmi viva come non mai, mentre lui parlava e già un pò moriva.

giovedì 5 luglio 2012

Io già da piccola...

Io già da piccola avevo dei sospetti. Io già da piccola avevo intuito che sotto c'era una magagna, ma grossa eh. Io già da piccola non è che mi fidassi di questa gran figata che è la vita. A meno di due anni mia madre racconta che dissi al mio risveglio da un pisolino pomeridiano:"la vita, sempre uguale, buongiorno buonasera, buongiorno buonasera che noia". Io già a sei anni avevo elaborato la teoria del dolore:"non c'è un giorno senza che ci faccia male qualcosa, un'unghia, la pancia, l'occhio, un dispiacere". Si, una strana teoria per una bambina piccola ma questa ero io. Io già da piccola un pò di dubbio me lo lasciavo strisciare addosso, notte e giorno. Non sarà che è troppo dura? Non sarà che magari questo è un gioco più grande di noi? Non è che và a finire male e la magia si spezza? Non sarà che tutto questo che ci sfila intorno:nonno che prima era in poltrona a farmi sedia sediola e poi non c'è più e non potrò mai più vederlo ed è volato in cielo, quelle immagini di guerra e morte alla televisione, spiegate a scuola, quel compagno di classe sulla sedia a rotelle che improvvisamente ha smesso di camminare e poi di vedere ed ora, alle medie neanche parla più, quelle signore che raccontano a mamma di aver perso il loro bambino che stava nella pancia, e quei "ladri di bambini" ombre narrate ai supermercati, nei parchi, quel messaggio di non fidarsi mai, papà sempre triste perchè non ha i soldi per renderci felici come vorrebbe. Non è che tutti questi ospedali pieni di angoscia e terrore, questa morte imprevedibile, questa continua sensazione che stia per accadere qualcosa a qualcuno, sia il vero senso della vita? Non è che tutto quello che ci veniva taciuto o raccontato come una fiaba, non è che tutta quella strana protezione che si scatenava su noi bambini quando venivamo in contatto con la realtà, fosse ciò che ci sarebbe piovuto addosso una volta diventati grandi? E come avremo fatto a diventare grandi se continuavano a farci credere che Babbo Natale esiste, che l'amore vero può durare una vita, che fare figli è il viatico per la gioia infinita, che il bene vince sempre sul male, che nessuno può nuocere ad un bimbo indifeso, che si muore vecchi e sereni nel sonno più dolce? Mi concentravo sulle cose belle del vivere, erano tantissime, gli amici di scuola, le vacanze in montagna con i nonni, l'odore del mio astuccio e della mia cartella rigida cartonata, la notte di Natale, gli abbracci di mamma, saltare con la corda, la musica, i cartoni animati, le lenzuola appena stirate, il pane caldo, il pandoro sul termosifone, l'ultimo giorno di scuola, il primo giorno di scuola, restare svegli fino a tardi tanto domani è domenica. Poi però mentre mi concentravo sul bello, il brutto della vita continuava a sfilarmi ai lati, una certa frenesia mi prendeva, cercavo di ignorarlo, sembrava così potente, inaffrontabile per un solo piccolo essere umano. Poi invece arriva, arriva e basta, ti prende, ti sbatacchia, ti tramortisce e ti spaventa. E penso...ma io già da piccola...

mercoledì 27 giugno 2012

Estate, limonate e zanzare, nessun progetto

Capita anche quest'anno, avevo giurato che non sarebbe capitato, ma si sà, i giuramenti lasciano il tempo che trovano, in questo caso hanno trovato un anno tondo tondo davanti. Un anno in cui i pochi soldi di sempre sono volati via risucchiati dai mutui, dalle spese alla Coop e da Lidl,dal corso di nuoto del grande (il piccolo non ha ancora cominciato), le bollette che le sottoscrivi a 19 euro al mese e ne arrivano sempre 79 di euro da pagare non si capisce mai il perchè. Purtroppo quest'anno ci siamo anche abbastanza ammalati e questo è male perchè ognuno di noi sà cosa voglia dire andare in farmacia (una follia), pagare i servigi di un dentista (fantascienza), curare la colite spastica che poi ti ritorna perchè non hai più un soldo e ti si riaccende pure l'ulcera come fosse la fiaccola olimpica. Ovviamente la lista è molto più lunga, fitta ed angosciante, ma per amore del lettore, taccio, interrompo e la pianto qui. Fatto sta che dopo un lungo inverno che si è mangiato a morsi bagnati e ventosi anche la primavera, eccola qua di nuovo. L'estate. Eccolo qui quel caldo che ti sega le gambe, che ti fà lasciare la bicicletta legata alla catena viola, quel caldo che non ti reggi in piedi e ciucci integratori di potassio che ogni anno ti ostini a ciucciare ma poi và a finire che ti senti sempre uno stracchino senza vaschetta. Eccole qui le zanzare che succhiano le caviglie dei miei figli, gli zampironi sui balconi con i gerani, le domeniche nelle piscine assiepate di gente seminuda ed unta, specchi d'acqua grassi e torbidi dove illudersi di essere in vacanza per un giorno. Eccole qui le tristi partenze all'alba per portare i bambini ad un mare beige con la sabbia nera, che come abbinamento non c'è male si, ma per vestirsi ed andare in ufficio e non per far nuotare i tuoi bambini, eccole qui le avvilenti scottature che iniziano a far male nel traffico penoso del rientro, quando le infradito ti segano i piedi sporchi di sabbia ed il raccordo ti sembra indubbiamente la cosa meno adatta da vedere quando si sta in ferie. Eccoli qui i centri estivi dove lasciare i tuoi bambini ai bordi della città rovente, centri estivi dai quali riecheggia il tormentone dell'estate pompato a mille, e lui, tuo figlio di sette anni, che ti torna a casa lesso come un wurstel da hot dog che balla il tagatà. E tu che avevi sognato campi scuola steineriani dove i bambini raccolgono pigne ed ascoltano musica classica, e riposano sotto a querce secolari imparando ad essere autonomi e leali come giocatori di rugby, ma dove una settimana lì ti costerebbe come mezzo stipendio e siccome di figli ne hai due ecco che lo stipendio và via intero, e siccome le settimane sono quattro...bhè fatevi due calcoli. Ecco un'altra estate durante la quale aspetti la botta di fortuna, l'illuminazione dell'ultimo minuto, l'invito sincero e gratuito, la svolta marina o montana per far godere ai tuoi figli quello che riuscivi a goderti tu...tre mesi di vacanza e poi se ne riparlava a settembre di città e traffico. Invece anche quest'anno hai sentito qualcuno domandare ai tuoi bambini:"dove andrete in vacanza quest'anno?" e vedere loro che intercettano i tuoi occhi con l'interrogativo stampato in faccia. Non lo sò bambini miei, però adesso ci andiamo a preparare una bella limonata ghiacciata che l'estate è arrivata.

martedì 12 giugno 2012

Posti di lavoro e progetti futuri

Sto vivendo un momento difficile, un momento duro, doloroso, affannoso, spaventoso. Ho molte cose da dire a questo proposito, ho molto da raccontare su questo male che mi opprime il respiro, il sorriso, che mi impedisce un passo leggero, un passo che sia semplicemente un passo e non una traversata transoceanica. Però non ne ho voglia, non ho voglia di stare male e non ho voglia di parlarne, quindi non lo farò, voglio lasciare il fango fuori di qui almeno per stasera. Allora scriverò di alcune chiacchiere con i miei figli che mi girano intorno alla testa mentre purtroppo sono sdraiata a letto, sempre malata, sempre debole, sempre barcollante. Chiacchierando sul lettone con i miei bambini maschi e triviali, una di queste sere nuvolose e sfilacciate come zucchero filato inquinato, affrontiamo temi impegnativi e filosofici del tipo: "cosa fà il pompiere mamma?" "spegne gli incendi, salva le persone rimaste intrappolate, sfonda le porte delle signore che hanno chiuso casa lasciandoci dentro le chiavi, e soprattutto scendono abbarbicati come koala scivolando da un palo lungo lungo" "Bello" "che figo" "lo sai che non mi piace, ci sono tanti aggettivi tesoro, sforzati un pò di più amoretto" "vabbè che figata" "...." "comunque, voi due, dico voi due miei figli maschi, Giacomo E Filippo, esattamente voi, cosa vorreste fare da grandi?" "io il pagliaccio"dice il grande senza ripensamenti, il grande di sette anni, colui che ho sempre immaginato scienziato ballerino etoile, il grande, quello primogenito con il super-io grosso come una casa, con un senso della regola e del dovere imparato geneticamente dal pater familias, proprio lui.Inghiotto. "bellissimo il pagliaccio, molto...divertente,creativo" "già già, sono sicuro di voler diventare un bravo pagliaccio che fa ridere molto la gente" "e tu piccolino biondo di mamma, che vorresti fare da grande cucciolo d'uomo?" "io quello che distribuisce le banane alle scimmie" Dopo un minuto di silenzio nel quale ho riflettuto sull'uso della parola "distribuire" in un bambino di tre anni, ho chiesto timida:"distributore di banane alle scimmie dello zoo di Roma tesoretto?" "nooo mamma, nelle giungla". E' chiaro. Mi aspetta una vecchiaia di stenti e preoccupazioni, con due figli privi di inps e di versamenti per la previdenza sociale, senza neanche l'ombra di un posto fisso, di una busta paga, di un TFR, di una tutela sindacale, una vecchiaia di solitudine senza neanche un semplice pranzo con polpettone e nuore rognose e nipoti chiassosi a casa mia di domenica, mi aspetta una vecchiaia grama, di lontananza ed ansie multiple, ma soprattutto una domanda su tutte campeggia da allora nella mia testa:passi per il primo figliolo che girerà con un cappello nel quale raccimolerà una sorta di salario esentasse, ma il secondo figlio, chi me lo retribuisce...le scimmie del Borneo?

sabato 19 maggio 2012

Tempo

Il tempo non è un tempo, è un rotolare di fatti, una serie infinita di respiri che ignori, il fare, il correre, l’affannarsi, un tempo è quello che ti capita e quello che ti colpisce d’improvviso, il tempo sei tu e la vita che spingi chissà verso quale direzione. Il tempo è qualcosa di potente che sfugge al tocco, alla consapevolezza. Tanti anni fa, in questi giorni ho visto dei video di quando ero ragazzina che lo possono provare, era l’età in cui avevo tempo. Avevo ancora un sacco di tempo per fare, per diventare, per scegliere. Non lo sapevo a quel tempo di avere ancora tanto tempo, sapevo solo di avere il tempo che avevo davanti, quel tempo lì di fronte ai miei occhi, non pensavo a lui, ero nel tempo in cui avevo tempo e non lo sapevo. Si può perdere tempo? E se lo si perde, si può ritrovarlo dopo? A quel tempo vivevo e basta. Vivevo ignorando il tempo ed ora vivo e non ho più tempo. E’ finito il tempo, non c’è più tempo. Eppure vivo ancora mangiando altro tempo, continuando ad ignorare i miei respiri, sapendo però di non avere più tempo. Quel tempo che avevo è finito e non mi sono davvero accorta dell’occasione di averne avuto tanto da poter decidere il meglio, il bello, la rincorsa di un sogno vero, il sogno mio. O forse pensavo di averne troppo di tempo, pensavo che ne avrei avuto chissà quanto e che quella condizione di tempo possibile sarebbe stata lunghissima. E’ durata un soffio invece, mi resta tra le mani il sibilo del soffio, la sensazione di un treno che ti sbuffa in faccia lasciandoti a terra, il piccolo respiro del vento che ti struscia addosso e se ne và a scompigliare qualcuno che avrà più tempo di me per accorgersi che ha tanto tempo. Qualcuno meno distratto, qualcuno meno solo, qualcuno meno confuso di me, quando ero ragazzina. Qualcuno senza quei maglioni larghi e sformati, quei capelli disordinati, qualcuno senza quel guizzo negli occhi, senza quella stolta felicità senza recinto, qualcuno meno selvaggio da non lasciarsi condurre in un luogo più sicuro. Qualcuno meno bello di me che ero bella e non lo sapevo ed indossavo i maglioni sformati, qualcuno meno solo di me che per paura di restare sola, non si accorgeva di essere sola. Qualcuno che sapeva occuparsi dei propri capelli, qualcuno che sapeva fermarsi e programmare, senza lanciarsi a petto aperto verso qualsiasi cosa accendesse il suo entusiasmo tanto potente quanto fragile. Il tempo andrà ad investire qualche altra ragazzina meno persa di me, abbandonando la donna persa che sono diventata oggi. Il tempo sarà nelle mani di qualcuna con mani più attente ed un cuore più tranquillo, qualcuna con un viso meno pieno di espressioni rispetto al mio. Avevo un viso pieno di espressioni quando ero ragazzina, ai tempi dei video. Il tempo sarà giusto per una lei che saprà prendere le sue decisioni con lucidità e forza, qualcuna abituata alla disciplina del corpo e dell’anima, qualcuna che sappia cosa sia il sacrificio e non lo fugga come la peste. Il tempo sarà il premio per colei che non cercherà sollievo per la propria stanchezza o la soddisfazione del proprio istinto trascinante, qualcuna che saprà aspettare prima di rispondere. Ho sempre risposto io, ho sempre scalciato, mi sono sempre schierata ed il tempo se ne andava senza la mia apprensione. Ho sempre lasciato che le emozioni mi inondassero tutta, che la passione mi accendesse senza risparmio e senza risparmio mi sono lasciata carbonizzare, sbriciolare, incenerire. Ho sempre camminato senza trovare pace, convincendomi di averla trovata ed ammalandomi perché in fondo sapevo di non averla mai davvero raggiunta. Ho sempre dormito con il tumulto nelle viscere ed il battito accelerato, annaspando, sperando, tentando ed abbandonando. Non ricordo più le strade, né le facce, né le vite che ho vissuto vivendo questa vita. Ora so’ solo che ho perso molto tempo e che non ha senso rincorrerlo, che tanto il tempo non si ritrova, che non c’è neanche più il tempo per andarlo a cercare. Ora so’ solo guardare quei vecchi video ed osservarmi com’ero quando avevo tanto tempo: una ragazzina che ride in telecamera fregandosene del tempo che stà perdendo. Forse mi resta solo il tempo per spiegare ai miei figli che non bisogna perdere tempo.

venerdì 4 maggio 2012

L'uomo che piantava gli alberi, al parco

Solito parco, solito chiasso, soliti figli che partono a razzo verso lo scarico energetico pomeridiano. I miei figli si lanciano nel parco, sulla terra di pini e polvere come se fossero stati sputati via da un cannone. Io arranco trascinandomi dietro una stanchezza strana, che mi si è infilata nei posti più reconditi, posti che non ricordo neanche più dove sono collocati. All'improvviso sento una voce che dice:"il gioco delle carte è un gioco di logica, roba di intelligenza alta, cosa sopraffina",l'uomo che emette codesta frase parla con altri uomini assisi sulle panchine sderenate del parco romano (altrimenti non sarebbero sderenate). Io incrocio il suo sguardo guizzante e gli sorrido senza esitazioni (sorrido quasi sempre senza esitazioni)lui allora mi dice:"l'ho detta grossa eh signorì?". "assolutamente no, anzi pensavo proprio che stava dicendo una grande verità e che ha ragione da vendere" "meno male và, se una bella signora mi dà ragione mi sento meglio" (zac-brividino allo stomaco non certo per il "bella" quanto per la "signora"che continua a sorprendermi sempre. "io faccio la logopedista pensi, ed ogni volta che ho un bambino con problemi suggerisco ai genitori di fornirgli un nonno che gli insegni a giocare a carte:primo perchè giocare a carte con un nonno è una delle più belle esperienze che un bambino possa fare, secondo perchè le carte sviluppano la capacità di prevedere, ipotizzare, studiare una strategia, ti permettono di capire il rapporto fra numero e quantità, ti aiutano a fare i conti, ti insegnano ad essere capace di scoprire un bluffatore" "sante parole, vede signora, qui invece questi trogloditi giocano per vincere, si arrabbiano e strillano davanti ai bambini, io proprio non li capisco, le carte sono creatività, soluzioni, inventiva e loro no, loro devono vincere e devono vincere a tutti i costi, non capiscono niente" "mannaggia la spoetizzano che peccato" "vede io mi chiamo Tommaso"mi dice camminando appoggiato ad un bastone,"questo bastone è un ramo di ulivo quindi porta pace non posso neanche far capire loro come funziona davvero il gioco delle carte" "certo una bella bastonata sarebbe una grande lezione" "se lei si guarda intorno vedrà che ci sono tante piante nuove qui intorno, le ho messe tutte io". Sgrano gli occhi e mi accorgo che il bordo del parco si è riempito di piantine dolcemente avvinghiate a canne di bambù e legate con amore, piante fiorite, olmi italiani, piante della felicità. "questa enorme pianta della felicità stava sul mio balcone e l'ho portata qui" "oh no e poi non è che la felicità se ne è andata via da lei?" "no no, ne ho ancora tantissime di piante della felicità, qui al parco serviva, con tutti questi bambini, poi si ricorda questi cespugli e questi rami di quercia?questi li ho segati io e tagliati con cesoie ed accetta, di domenica mattina presto, qui di domenica mattina c'è una luce bellissima deve vedere" "immagino immagino". "Io continuo a pulire e piantare, accudisco anche quei tre ulivi laggiù, quelli sono vecchissimi meritano rispetto, se l'anno prossimo ci sarò ancora li voglio potare.Se può, insegni la disciplina dell'orto e delle piante ai suoi bambini, gli rimarrà nel sangue" Ora, e và bene che sono stanca, demotivata e depressa, ma vi assicuro che è stato davvero difficile trattenermi dallo scappare seduta stante con Tommaso ed il suo bastone d'ulivo, per andare con lui in giro per i parchi a piantare alberi, a potare cespugli ed a seminare felicità.

venerdì 20 aprile 2012

Alle ragazze di Pola.





Grazie ragazze perchè dopo 11 anni di lavoro insieme, verrò trasferita e non vi vedrò più tutti i giorni in quell'ambulatorio al pian terreno, quello con il portoncino marrone e le stanze colorate.
Grazie perchè era bello trovarvi fra i parcheggi del quartiere trieste, la mattina presto presto con la faccia ancora ciancicata.
Grazie per le colazioni ordinate da Peppe, per i cappuccini senza schiuma, per quelli con tanta schiuma, per quelli chiari e quelli scuri, quelli con il caffè caldo ed il latte freddo d'estate, per quelli bollenti d'inverno.
Grazie per i pomeriggi infiniti quando fuori era già buio ed il richiamo di casa iniziava a stordirci le orecchie, grazie per le giornate lunghissime che si srotolavano sotto alle luci dei neon, grazie per quando faceva troppo freddo e si cercava di accendere le pompe di calore che funzionavano ad intermittenza, grazie per quando faceva troppo caldo e l'aria condizionata funzionava ad intermittenza, grazie per quando c'era Alessia con i suoi ricci a riempire l'entrata ed il cuore, per quando c'era il forno con i miei spiedini ad appestare l'ambulatorio trasformandolo in un negozio di kebab, grazie per quando una di noi usciva per tutte a prendere le insalate nelle scatoline dal paninaro di via nomentana, grazie per i rimasugli delle cene che ognuna di noi condivideva con l'altra raccontandone la storia e la ricetta.
Grazie per quando ci truccavamo tutte accalcate nello stesso specchio, grazie per lo spaccio di creme anticellulite e pastiglie per il mal di testa, grazie per quando ci veniva il ciclo e ci sentivamo giù e qualcuna correva a prendere un dolcino consolatorio sempre a base di cioccolata, grazie per quando qualcuno sveniva o piangeva e voi c'eravate sempre, grazie per esservi arrabbiate ed appassionate alle liti con le suocere, alle separazioni con i fidanzati, agli annunci di matrimonio.
Grazie per gli addii al nubilato, per le calze smagliate, per i consigli piccanti per ridestare il desiderio di un compagno addormentato, grazie per le risate da sputare i mandarini dal naso, per le imitazioni dei genitori dei pazienti,per le ascelle sudate e lo scambio di deodoranti.
Grazie per la correzione del VMI di tutti i miei pazienti, per il sostegno nel calcolo delle deviazioni standard, per le foto durante i compleanni di qualcuna, per le collette furtive, per le irruzioni in palestra quando un paziente troppo pesante diventava insostenibile e la vicinanza dell'altra ci sollevava tanto, grazie per aver sopportato le mie polemiche durante le riunioni ed il mio disordine fra gli attrezzi della psicomotricità.
Grazie per le domande sui miei bambini e la mia storia d'amore bislacca, grazie per i ciambelloni fatti in videoconferenza e poi portati a lavoro ancora caldi con la voglia di farceli assaggiare, grazie per la vostra generosità, per l'atmosfera che si respirava il giorno in cui ci scambiavamo i regali di Natale, grazie per i bigliettini disegnati a mano, per i tuffi in piscina al matrimonio di Vi,per le carotine quando ci mettevamo a dieta e per le fette di pandoro quando non ce ne fregava niente, grazie per i cartelli:"valutazione in corso" con il simbolo delle campanelle disegnato sotto, grazie per gli annunci delle gravidanze, per le risate e la commozione che ogni giorno lasciavate libere di uscire quando un nostro piccolo paziente diceva una delle sue.
Grazie per aver trasformato ogni giorno, ogni singolo giorno, in un giorno che valeva la pena di vivere.


P.S.
Grazie per le lacrime di Fabiana che verserà sicuramente copiosa perchè si sà, lei è la piagnona del gruppo.

mercoledì 11 aprile 2012

Diari e ricordi smarriti




Lo svuotamento di una vecchia cantina mi ha consegnato un diario targato 1992-1993.
Ha le pagine leggermente fiorate, come una vecchia mappa disegnata con toni delicati ed indecisi, ha l'odore dell'incenso che ho usato copiosamente negli anni seguenti.
L'ho aperto poche sere fà e riletto fino a tarda notte.
Quasi ogni pagina è riempita dai miei pensieri scritti con grafia tonda, ancora acerba, quasi tutto con inchiostro blu.
Compivo 18 anni ed era l'anno della maturità.
"studiare i diritti dei lavoratori.
cena in campagna con te, notte abbracciati stretti, coccole fino al mattino, colazione in giardino con il cane acciambellato accanto a noi.
La terzina, norme di emissione della voce nel canto.
A cena da Italo e Vania nella loro casetta a Frascati, cucinato il pesce con il sale, brindato alle nostre due coppie.
Partita a tennis con Anna e Luca, bellissima sfida.
Pomeriggio ozioso, abbiamo portato il nuovo cucciolo in campagna, cucinato insieme e visto un film romantico abbracciati sul divano davanti al camino acceso.
Matrimonio Luisa, comprare scarpe.
La famiglia nella costituzione italiana.
Shakespeare e la drammaturgia inglese.
Cena a casa mia con Ferdinando e Marina, partita a visual game, abbiamo vinto noi donne.
Cena all'osteria con supplì e pizze ripiene.
Pic-nic al prato con Leo e Roberta (si amano alla follia ma noi di più).
Il significato del disegno infantile.
Meno 47 all'alba.
Abbiamo scalato la montagna fino a vedere il lago di Scanno, è a forma di cuore!
Partita sul letto con te a master mind, sei troppo forte.
Cena da tua madre sereni.
Biglietto b.i.g + stampa diapositive=39 mila lire.
Partita a paroliere con tuo fratello e fidanzata, una sfida incredibile.
Piscina, nuoto e baci al sole, sai di cloro e ti amo ancora di più.
Da grande vorrei diventare Grande.
Temporale durato tutta la notte, mi hai stretta ancora più forte nel tuo lettino, Palestrina allagata, i ciliegi hanno perso alcuni frutti.
Pizza con gli amici nei vicoli del paese, assaggiata birra (bleah).
Non fumerò mai.
Flaubert e Manzoni: analogie.
Finiti gli esamiiii!tutto benissimo ora...Sardegna aspettaci.
Baia Chia meravigliosa, sono abbronzata e non ho più un filo di cellulite, grazie amore mio per i tuoi massaggi.
Ti amo senza ipocrisia.
Rotta la gamba davanti all'università, dopo solo tre settimane di lezioni.
Buona la bevanda al gusto di thè del distributore nell'aula magna di psicologia.
Lo sento, ce la farò a diventare una psicologa, ce la farò.
Cantato a squarciagola sotto al portico mentre Paolo suonava la chitarra divinamente.


Appena finito di leggere pagine e pagine così ho pensato che era incredibile, incredibile davvero.
Non ricordavo più d'essermi rotta una gamba davanti all'università, non sapevo più chi diavolo fossero Italo e Roberta, nè che faccia avessero, non sapevo come era finita quella partita a tennis con Luca ed Anna (molto probabilmente avranno vinto loro), nè che odore avessero i nostri baci sul bordo della piscina.
Non ricordavo le coccole di quella mattina pigra e tarda, nè gli abbracci di quella notte di temporale, non mi venivano proprio in mente i profili dei ciliegi nel suo bellissimo giardino, non sapevo più a memoria la bibliografia di Shaskepeare, nè la posizione della famiglia nella costituzione italiana.
Non ricordavo più le domande che mi hanno fatto alla maturità ma se mi fossi sforzata, mi sarebbe venuta in mente solo la luce abbaccinante fra le sedie ed i banchi messi a ferro di cavallo, le mie mani sudate, la faccia di mia madre che assisteva.
Non ricordavo cosa avevamo cucinato per cena quella sera di novembre, nè il colore esatto del suo lettino dove dormivamo avvinghiati ogni fine settimana, mi veniva solo alla mente la sua schiena curva sul tecnigrafo dentro al cono di luce della lampada da tavolo ed io che sonnecchiavo serena.
Non sapevo se Luisa avesse divorziato, a pensarci bene non ero neanche sicura di sapere esattamente chi fosse Luisa.
Un intero anno della mia vita quasi del tutto dimenticato, la cellulite tornata sulle mie cosce, la Sardegna mai più vista da allora.
E chissà quelle scarpe nuove poi se le ho comprate davvero, di che colore fossero e quanto le avessi pagate.
Cosa voleva dire amare senza ipocrisia?
Ero riuscita a diventare Grande diventando grande?
Quante pagine e quanti diari ingoiati nel buio?quanti ricordi spariti, disintegrati, polverizzati.
Ho rimesso il diario dentro ad un cassetto e sono andata a dormire sperando di sognare una partita a tennis, le coccole a colazione, il matrimonio di Luisa e la voce di noi amici che cantavamo sotto al portico d'estate.

giovedì 5 aprile 2012

La cucina di Santina




In cucina da Santina, c'è quasi sempre il sole, è tutto ordinato e pulito, c'è un tavolino sul quale avvengono svariate attività, ed una vista a strapiombo sui pini.
In cucina da Santina si fanno colazioni di cappuccini con la schiuma, di pietanze stagionali:panettoni, colombe, castagnole, cartellate fritte, ciambelloni senza lievito, caffè ristretti,cornetti del forno,tisane depurative.
In cucina di Santina si fanno pasti anch'essi stagionali, a base di formaggio calabro e soppressata pizzitana, insalate in busta, pasta poco cotta e per lo più senza sale, polenta con le spuntature, insalate di riso e capresi a non finire.
Nella cucina di Santina, gli avventori variano senza preavviso da un numero minimo di quattro ad un numero compreso tra il 20 ed il 30.
In cucina da Santina si accumulano amici, vicini di casa, poveri e reietti, estetiste che ricostruiscono le unghie con il gel, madri quasi partorienti che si fanno la ceretta all'inguine, anziane che si misurano la pressione, donne con le contrazioni od il vomito gravidico, ragazze che si fanno massaggiare la cellulite, venditrici di trucchi e pentole con fondo alto un centimetro.
In cucina da Santina si parla, ci si confessa, si ride e si piange come fontane, si studia per l'università e si vede peppa pig.
La cucina di Santina apre all'alba e chiude a tarda notte, non ci sono limiti precisi, si può arrivare senza avvisare e trovare accoglienza come nel migliore degli alberghi di lusso.
Nella cucina di Santina si decidono matrimoni ed organizzano funerali, si praticano endovena e rianimazioni bocca a bocca, si improvvisano balletti estivi e prove costume.
Nella cucina di Santina si avvicendano storie, intersecano destini, e nascono storie d'amore.
Nella cucina di Santina si somministrano vitamine, integratori brucia-grassi, provette per l'urinocoltura, shampoo anti-forfora e consigli bislacchi.
A volte, a metà pomeriggio, con una stanchezza inenarrabile sulle spalle, agli inizi di Aprile, la cucina di Santina, ti appare come un miraggio che vorresti raggiungere per trovare il conforto ed il coraggio di cambiare che ora ti servirebbero come l'aria.

martedì 20 marzo 2012

Problemi irrisolti




"In una casa c'è un armadio con 30 pennarelli, un ladro ne ruba 10.
Quanti pennarelli riporta in quella casa il ladro?"

"in un negozio ci sono 30 caramelle alla frutta, 2 riculizie, 10 ciupa ciups.
Quante caramelle ha mangiato il bambino piccolo?"

"il contadino aveva 23 uova dentro alla cesta, la gallina ne aveva fatte solo 18, come è possibile?"

Questa è l'ultima fase di un lungo lavoro fatto con i miei pazienti nell'ambulatorio logopedico, i piccoli effettuano un training specifico affinchè imparino a risolvere i problemi matematici, si esercitano con schede apposite, con software didattici e con attività strutturate a tal fine.
Terminato tutto questo lungo percorso, per verificare che abbiano compreso a pieno il senso di un problema matematico, chiedo loro di inventarne uno, che contenga almeno una operazione matematica.

Questi qui sopra sono solo alcuni esempi della loro meravigliosa fantasia e del mio fallace lavoro.

mercoledì 14 marzo 2012

Palloncini di vetro




"Disidratazione profonda, gastroenterite acuta, broncopolmonite destra in un paziente con varicella".
In realtà si trattava del mio bambino di due anni e mezzo, con ogni centimetro di pelle tempestata di bolle, il pancino dolorante, la febbre che gli scaldava il collo bianco, un vomito ed una diarrea inarrestabili, un piccolo polmoncino abitato da un batterio perfido (ti ci sai mettere con i più piccoli eh?)ed i suoi occhi azzurri assurdamente spenti, quasi chiusi, le sue mani nelle mie mani, le sue gambe e le sue braccia allacciate a me notte e giorno, noi due tornati uno dentro l'altro come tre anni fà.
Il mio piccolo nano pestifero era annientato, morbido come una gelatina alla frutta, di tanto in tanto si lamentava poco e mi sussurrava:"mamma non ce la faccio più, mi fà male tutto", poi, vomitava ancora e diceva "adesso passa vero?".
La notte lui stava sdraiato e dormiva, il gocciolìo ritmico della flebo che lo curava, io gli sfioravo le unghie e gli stringevo le dita piccole, che d'improvviso mi sembravano troppo piccole per questo mondo gigante.
Di notte, noi mamme non dormivamo mai, senza letti nè pasti, ci si piegava la testa sul petto e riprendevamo a controllare le flebo che restavano appese sopra le teste dei nostri cuccioli come palloncini tenuti per mano, palloncini di vetro brillante, sul quale si rifletteva la luna, ed il rumore dei carrelli che riprendevano a sferragliare nel corridoio prima dell'alba, i campanelli acuti per chiamare le infermiere, i pianti dei bambini più piccoli e più doloranti.
I cucchiaini d'acqua dati continuamente con la speranza che lui riuscisse a tenerli dentro di sè, un tifo da stadio per una pipì che non arrivava da più di quindici ore, una briciola di fetta biscottata che finalmente conservava nel suo stomaco o la ricerca affannosa di un suo sorriso, l'attendere che nei suoi occhi, dietro ai suoi occhi, tornasse la luce di sempre.

Ora il mio figlio pestifero e piccolo stà smontando la sua camera, lanciando libri di cartone e montando sulla schiena del suo fratello maggiore e fragile come un rametto di ciliegio.
Una sola certezza trovata sotto alla montagna durissima di stanchezza e mancanza di sonno:i bambini non dovrebbero soffrire, mai.

martedì 28 febbraio 2012

Raccolta fondi




"Mamma tu cosa volevi fare da grande quando eri piccola come me?"
"Da piccolina volevo fare la macellaia e preparare polpette a non finire"
"poi volevo fare la ballerina ma avevo le cosce di Sebino Nela"
"chi è Sebino Nela?"
"un calciatore della Roma che aveva cosce come le mie"
"poi?"
"poi volevo fare la crocerossina in Uganda, volevo diventare Madre Teresa di Calcutta e vincere il nobel per la pace"
"che cose difficili"
"si, però c'è stato sempre un sogno dentro di me, sempre lo stesso fin da piccola, un sogno che non mi ha mai abbandonata, neanche ora"
"quale sogno mamma, quale?"
"fare la scrittrice"
"cioè?"
"scrivere i libri e venderli nelle librerie"
"perchè non ci sei riuscita?"
"per tanti motivi tesoro, forse non li ricordo neanche tutti questi motivi, spesso la vita ti propone delle sorprese mentre cerchi di sorprenderla tu"
"perchè non ci provi ancora?"
"due anni fà ho spedito un mio romanzo ad una casa editrice, una specie di fabbrica che stampa i libri ed ha accettato di pubblicare il mio libro"
"bello e poi?"
"io ho rifiutato perchè volevano trecento euro per farmi partecipare alle spese di stampa e pubblicità"
"e perchè non glieli hai dati questi soldi?"
"perchè non abbiamo soldi da sprecare, ci sono tante cose da fare prima di pubblicare il mio libro"
"mamma, non ti preoccupare più, te li dò io i soldi per diventare una scrittrice, rompo il mio salvadanaio che è pieno pieno e tu puoi vendere i tuoi libri in libreria"
"oh tesoro ma è un pensiero bellissimo grazie ma..."
"guarda, te li dò tutti tutti tranne uno, un soldino me lo tengo io"
"va bene, e cosa ci devi fare con quel soldino?"
"comprarci una copia del tuo libro".

martedì 21 febbraio 2012

Stormi e tangenziali





Dopo nove ore di lavoro, mi ritrovo con la mia macchina grigia sulla rampa della tangenziale, in salita, sopra di me un cielo di nuvole spesse alternate a pezzi di cielo libero, improvvisamente uno stormo di uccelli che danzano in un ritmo dolce come un'onda, come un singulto leggero.
Mi incanto a guardarli con il naso all'insù, stringo le mani sul volante, gli altri mi sorpassano, il traffico cerca di inghiottirmi, seminarmi, gli uccelli densi come un fluido scuro continuano l'elastico movimento coordinato come la migliore delle sintonie, la più armonica delle sinfonie.
Resto a bocca aperta, nel frattempo mi attraversano la mente come piccoli flash, le immagini ed i suoni della mia famiglia, della mia vita, di un sorriso fatto durante la giornata, di un panino masticato in fretta, di un parcheggio non trovato, di un amore fatto più lentamente del solito, dei miei figli che mi dormono accanto, del problema di matematica non risolto con quel bambino che non riesce a risolvere i problemi matematici.
Gli uccelli, si allungano come una macchia e poi vengono risucchiati come acqua dal sifone, sembrano avanzare e poi tornano indietro come onda di mare sulla battigia, gli uccelli danzano, non si perdono, si amalgamano, non si stracciano, i miei pensieri sono ricordi, attimi, sensazioni impresse nella mia pelle che nessuno potrà mai leggere, accudire, disvelare.
La mia memoria attaccata al lembo di una maglietta, un tempo dilatato e microscopico, un balzo, lo scorrere di qualche minuto nella fretta di questa vita di fretta, e chissà dove stiamo andando ma l'importante è andare andare.
In un attimo gli uccelli non ci sono più, hanno lasciato il cielo sgombro dei loro corpi vibranti e leggeri come aria o rami vuoti, il cielo è rimasto sporco solo di nuvole, imbrattato di un inverno freddo e testardo come la più testarda delle donne.

Se morissi adesso, mi dispiacerebbe un bel pò.

sabato 18 febbraio 2012

Si, danzare





Ascoltate il vostro respiro, scaricate il peso a terra, la gamba mi trascina il busto, la spalla segue, sperimento lo spazio, mi immagino lungo, mi immagino tondo, rotolo come un bambino, lancia il piede di lato, abbandona il peso, abbiate fiducia nel compagno, questo è il vostro compagno, la palla è la vostra storia abbiatene cura, la palla è responsabilità di entrambi, se perdete la palla vuol dire che non vi siete ascoltati, chiudete gli occhi ed ascoltatevi, respirate in sincrono, sentite l'aria sul viso?tira il muscolo? allungatelo, schiacciate le vertebre a terra, salite su seguendo una spirale, la colonna si srotola come un tappeto, e pa pa pa là, liberate il collo, spalancate le braccia, apritevi all'altro, sentite il battito, cercate un appoggio, lavorate sul movimento trattandolo come fosse liquido da lasciar scorrere, sentite la propulsione l'energia, e tan tan tan.
Questo linguaggio, insieme al parquet consumato, la sbarra di legno, gli specchi, la polvere ed i capelli che ti si attaccano ai pantaloni, la corsa con il borsone sulle spalle per arrivare in orario alla lezione, i sorrisi fra i compagni, i piedi nudi che si scaldano lentamente, il pensiero che si rigenera respirando insieme ai polmoni, battendo contemporaneamente al cuore, questa sensazione di pausa, di stand-by che interrompe pensieri e responsabilità per un paio di ore, l'odore del tuo sudore che avevi dimenticato, significano una sola cosa...sono tornata a danzare.

martedì 14 febbraio 2012

"D'interrogazioni, D'Annunzio ed estinzioni"




"Tesoro, sono emozionata, come è andata la tua prima interrogazione sulla poesia di D'Annunzio?eh?dimmi dimmi, racconta a mamma tua..."
"mamma, è andata benissimo, ho avuto un bollino con il sorriso, un bacio in fronte ed il voto che si chiama:"eccellente"..."
"Uào che bello, la sapevi benissimo, eri proprio bravo ieri mentre la recitavi"
"si và bene, lo sai che era la prima interrogazione per tutti, mica abbiamo avuto lo stesso voto sai? ognuno ha avuto il suo"
"immagino, tu comunque pensa a te, non è una gara"
"si me lo dici sempre, però per esempio Giovanni ha preso solo estinto e ci è rimasto malissimo".

Te credo.

domenica 5 febbraio 2012

Aria di cielo





Avrei voluto registrarti per farti riascoltare o riascoltarti io stessa fra qualche anno.
Avrei voluto fermare le tue parole che sembravano un fiume in piena ma non ho potuto ed allora verranno inghiottite dal tempo che passa, dai ricordi che sbiadiscono, dalla memoria che non ricorda e non è più memoria.
Avrei voluto risentire ciò che mi stavi dicendo nel momento esatto in cui me lo stavi dicendo, per non permettere che i tuoi pensieri spontanei come certi fiori che non è necessario piantare, si perdessero come questa neve imprevedibile e rara ai bordi della nostra città.

Invece tu parlavi ed io tentavo di risponderti, ma annaspavo accanto alla tua sensibilità, al tuo dolore, alla tua preoccupazione di bambino di prima elementare.
Al buio, sotto alle stelle giallognole comprate dal ferramenta, mi hai detto, con frasi lunghe e semplici, interrotte dalle mie risposte che qui non riporterò:
"non mi convince questa cosa della vita, non lo capisco questo gioco, sembra che un gigante ci prenda e ci tolga da qui e ci metta in cielo e poi ci risposti per tornare in vita, mi sembra così inutile, ingiusta questa cosa, che senso ha?ma io potrò portare con me il mio orsacchiotto Mimmo preferito il giorno che morirò?e come faccio poi quando rinasco se rinasco?entro con Mimmo nella pancia così ci giocherò nella nuova vita, la seconda?perchè io credo che questa qui sia la mia prima vita.
Non mi convince sta' cosa di morire e rinascere, non mi convince per molti motivi,almeno sette, non capisco come faccio a rincontrare i nonni vecchi e morti in cielo quando loro dovrebbero già essere rinati e piccoli?Io sarò molto arrabbiato il giorno che morirò ed andrò in cielo, sarò arrabbiato perchè non potrò più accarezzare i miei figli, fare colazione con mia moglie, e tutte quelle cose che mi fate tu e papà che mi piacciono tanto quelle cose che mi fate.
Ma poi lì c'è acqua secondo te?cose da mangiare?tu che dici?mi fà paura tutto questo, non mi dire che fà paura pure a te perchè così mi fai più paura.
Che aria si respira lassù per te?aria di cielo o aria di terra?arriva fino a lì la puzza delle macchine e lo smog che dici sempre tu?
Farò di nuovo gli stessi capricci quando rinascerò o farò cose diverse?posso cambiare quello che mi succede od avrò gli stessi giocattoli di ora?
E' davvero uno strano gioco che non capisco questo mamma e non mi riesco ad addormentare se ci penso, allora raccontami quella storia mezza pazza che mi fà ridere che ti inventi tu, quella piena di errori, quella di Pino, così rido e magari mi passa, eh mammina che dici, si può?"

"C'era una volta un bambino paffutello di nome Pino, tutti lo chiavano Pino e la mortadella..."

lunedì 30 gennaio 2012

Dieci anni




Dieci anni fà, di ritorno dal cinema ti dissi:"se vuoi entrare ci facciamo un bagno caldo".
Entrammo a casa mia, vivevo sola con un cane dall'orecchio piegato.
Non facemmo il bagno caldo, non quella notte.
Il letto giapponese tremava perchè tu eri emozionato, avevi quasi quarant'anni e tremavi.
Poi ridevo perchè avevi un cerotto con i fumetti sulla schiena, mi hai chiesto di togliertelo poi hai detto:"glielo ho detto a papà di mettermelo normale non con i fumetti mannaggia", io ridevo ancora di più, avevi quarant'anni e tuo padre di ottanta ti metteva cerotti con i fumetti a tua insaputa.
Era domenica mattina ed il sole filtrava dalle serrande, ti ho detto dentro ad un orecchio:"è bello averti qui", tu hai risposto:"è bello stare qui".
Poi non ricordo più bene, mi versavi l'acqua a tavola e mi prendevi sulle ginocchia e mi dicevi:"raccontami di te".
Io ti raccontavo e tu ascoltavi davvero.
Andavamo al parco, sull'erba, in montagna a camminare, facevamo l'amore disperatamente dieci volte al giorno, senza pensare a cosa stavamo facendo, non era una cosa, non era una posizione, era un turbine d'amore incontrollato.
Guardavamo film aggrovigliati sul divano, mi portavi commedie americane vecchissime e carne da grigliare, mangiavamo con le mani e ci schizzavamo l'acqua nella vasca fino ad allagare tutto.
Eri primitivo, scostante, complicato, appassionato, avevi la pelle di un delfino e la barba dolorosa.
Fumavi masticando una liquirizia pura, non ti coprivi mai, non accettavi neanche un caffè da me, io che ti accoglievo con salti di gioia e cibo caldo preparato dalle mie mani.
Non sapevi fare un complimento se si trattava di me, non sapevi prenderti cura e non volevi che mi prendessi cura.
Guidavi distrattamente ed eri generoso come nessuno, amavi i miei nipoti e loro ti amavano, non mi hai mai detto "ti amo".
Mugolavi quando mangiavi qualcosa di buono e mi dicevi accarezzandomi dentro:"sei in brodo di giuggiole".
Piangevi quando mi raccontavi i tuoi film del cuore, e ti commuovevi guardando E.T., avevi sofferto troppo e continuamente, avevi imparato a non chiedere mai aiuto, ma tendevi la mano a tutti quelli che avevano bisogno.
In campeggio dormivi con il cappello, ti lavavi i denti sotto la doccia, ti strappavi le unghie con i denti quando erano troppo cresciute, camminavi senza stancarti e preparavi il mio zaino con cura e precisione, ci mettevi sempre una maglietta asciutta ed un asciugamano pulito.
Ti svegliavi all'alba anche di domenica, eri già pronto ma non si sà per cosa, moriva tuo padre e ti agganciavi al mio collo ma non avevi parole per dire.
Mi raccontavi tutto quello che avevano dimenticato di inserire nel "Signore degli anelli", tutto aveva un nome incomprensibile ed assurdo, guardavi con attenzione e curiosità, sembravi un bambino.
Parlavi con tutti di qualsiasi argomento, sapevi sempre fare domande a tutti gli Uomini.
Compravamo giochi da tavola e giocavamo fino a notte fonda, nuotavamo in Sicilia e mangiavamo pesce freschissimo,imprecavi contro il cemento e l'uomo che distruggeva la natura, non mi camminavi mai a fianco.
Concepivamo il nostro primo figlio sugli scogli di Sabaudia e dicesti:"ti ho impollinata, nascerà il quattro giugno", non mi lasciasti mai la mano mentre partorivo il nostro primo bambino il quattro giugno.
Prendesti il tuo primo cucciolo d'uomo fra le braccia e gli cantasti le canzoni di De Andrè e Branduardi, qualche coro scout e Lazy Boy.
Cercavi di distruggere il mio amore per te per vedere se era davvero amore, mi dicevi che ero brutta e grassa perchè nessuno si accorgesse che ero bella e che decidesse di portarmi via da te.
Me ne sono andata perchè mi avevi succhiato ogni energia, ogni slancio, ogni gioia, avevi spento la mia luce, schiacciato il mio cuore, allora mi rincorresti folle d'amore, geloso, irriconoscibile.
Mi scrivesti lettere e mi spedisti rose rosse, mi chiedesti di sposarti e di fare un altro figlio con te.
Concepimmo il nostro secondo figlio al mare, arrivò il primo giorno d'Aprile, ed entrasti nella sala parto con lo zainetto ed il camice verde.
Ami tutti noi da dieci anni, ma quest'amore è più grande di te che sei il più grande di tutti noi, ti ritrovo solo quando facciamo l'amore, poi ti perdo e chissà dove vai con quella tua schiena piena di paure e dolore.
Spesso mi sembri il più smarrito di tutti davanti alla scuola elementare, perchè temi le sorprese e fuggi la gioia, il tuo vestito è la soffrenza e nel piacere ci stai scomodo, non ti riconosci.
Non sai proteggerci, ma non sai far altro che amarci in silenzio.

Dieci anni fà ti chiesi "se vuoi ci facciamo un bagno caldo" e non lo facemmo, non quella notte.

venerdì 27 gennaio 2012

Di Dio, water e Mariella



Il figlio grande, mentre espleta una delle funzioni viscerali primordiali, abbarbicato sul water, dice a quello piccolo, seduto di fronte a lui sullo sgabellino di legno:
"ora ti parlo di Dio"
"và bene"dice il nanetto assiso che ignora la portata di tale proposizione fraterna.
"allora sai chi è il figlio di Dio?"
"no"
"il figlio di Dio è Gesù"
"ah Gesù, o' conosco"
"si, lo conosci, lo vedi in chiesa quando entriamo a pregare e ad accendere le candele con Titta"
"si, co' Titta accende candele a Gesù"
"infatti, lo sai che Gesù è buono e ci protegge?"
"ah và bene..."
"protegge anche te piccolino mio"
"ho capito"
"e lo sai dove è nato Gesù?"
"no lo sò"
"nel presepe, lì dove c'era la grotta, dove abbiamo messo il bambinello"
"si, nel presepe, a Natale, co' l'abbero di Natale"
"già, e lo sai almeno chi è la mamma di Gesù?"
"si, quetto lo sò, è Mariella."

Io da piccola, mentre facevo la cacca, leggevo i fumetti di Paperino ed ero felice.

giovedì 19 gennaio 2012

Voglio non vorrei





Dentro alla mia borsa alberga, oltre ad un caos indescrivibile e a delle ghiande, un taccuino sul quale ho scritto chiaramente una strana lista che quivi riporto pedissequamente.
Inizia così:Voglio

-Una bicicletta nuova
-Dimagrire
-Una macchina fotografica reflex digitale professionale
-Tornare a ballare
-Pubblicare il mio primo libro
-Andare in bicicletta con il mezzo di locomozione sopracitato
-Fare un corso di recitazione con indirizzo drammatico, molto drammatico
-Mettere le scarpe con i tacchi e camminarci pure
-Avere un I pod pieno di musiche che adoro per ascoltarle mentre vado in bicicletta o cammino con i tacchi
-Andare al cinema
-Uscire con le mie amiche
-Comprare la lampada da terra di legno e lino vista a via del boschetto
-Camminare in montagna
-Fare un piccolo intensissimo viaggio
-Trascorrere una giornata in un hammam con la mia amica Manuela
-Scrivere e scrivere
-Iscrivere i miei bambini ad un corso di musica
-Comprare biancheria intima nuova
-Conoscere Parigi, mangiare in una boulangerie e camminare nel quartiere degli artisti
-Bere un bicchiere di vino rosso
-Leggere e leggere
-Un cellulare nuovo che non cada in pezzi ogni volta che rispondo ad una chiamata
-Portare i miei bambini a vedere il cirque du soleil
-Sollevarmi dal mal di schiena
-Scrivere una storia con le parole dei bambini

Ora, per quanto riguarda la bicicletta nuova abbiamo provveduto, per il resto, mi aspettano mesi di duro lavoro.

Fairytale Wedding Planner's Fan Box