giovedì 25 febbraio 2016

Quando lui arrivava



Lui arrivava sempre senza preavviso, lei iniziava a sentire il soffio della sua voce, una specie di soffio coperto di miele, aveva sempre un tono basso, placido, eppure parlava fitto fitto.
A quel punto, qualunque cosa lei stesse facendo, qualsiasi cosa si fosse ripromessa di non fare l'ultima volta,si sentiva rimescolare.
Il viso avvampava, le orecchie si facevano calde, diventava irrequieta, iniziava a muoversi.
La cosa che le faceva più rabbia era che si confondeva, d'un tratto si confondeva tutta, faceva fatica a rimanere concentrata su un qualsiasi stupido compito, invertiva l'ordine alfabetico delle cartelle, mischiava le fotocopie, smarriva indirizzi e numeri.
Questa confusione la riempiva di rabbia, il fatto di non essere affatto in grado di controllarla, di non poter continuare a nuotare dritta dentro al mare che le si increspava all'improvviso, la faceva vacillare ancora di più.
Rabbia e confusione la venivano a scuotere dentro al silenzio del suo lavoro, lui appendeva il suo cappotto o la sua giacca striminzita all'ingresso e lei passava vicino all'appendiabiti, sovrapensiero, capendo che era ancora lì, al suo stesso piano, nel suo stesso luogo, passava e respirava un pò più profondamente, fino a catturare uno sbuffo del suo profumo intrappolato su quegli indumenti.
Altre volte attraversava l'ingresso e la sua stupida giacca non c'era più, "stupida giacca" pensava proprio questa parola dentro la sua testa, e così capiva che era andato via senza neanche salutare.
Ogni volta, ogni singola volta, lui trovava il pretesto per avvicinarsi a lei, un pretesto ridicolo, senza senso, e le si accostava ad un orecchio, le sfiorava una mano, le diceva una battuta affacciandosi alla sua scrivania, avvicinando il petto e la testa al petto ed alla testa di lei.
Era allora che anche lei iniziava a dire cose assurde, a legarle insieme con una fatica che le faceva venire il fiatone, ad arrampicarsi su concetti lontani da qualsiasi logica, a non alzare gli occhi verso i suoi occhi, a fissare un punto, poi un altro punto bastava che non fosse un suo punto.
Erano stati tanto vicini un tempo, una vicinanza bella, spontanea, pulita e dirompente, una vicinanza senza previsioni, senza preavviso, il preavviso era arrivato insieme all'avviso, troppo tardi.
Era stata una vicinanza cieca, pericolosa, ostinata, ed era finita da un giorno all'altro, dentro a quella vicinanza era stata calata una lontananza amara, spietata, senza alcun tratto di tenerezza.
Una lontananza che era un muro di cemento, inattaccabile.
Da allora andavano avanti così, in mezzo a tutti, guardandosi solo loro, nella folla, scrutandosi come cani affamati, fra la gente, girandosi intorno come belve infuriate.
Non succedeva nulla fuori, vedersi era l'implosione di un moto segreto, intimo, il sudore annidato dove nessuno poteva vederlo, la vena che pulsava nelle tempie, un nascondoglio del respiro che cresceva.
A volte a lei saliva come un'onda incontrollata, era l'impulso di prenderlo per le spalle, davanti a tutti, spingerlo al muro e costringerlo a guardarla di nuovo negli occhi.
"Dimmi che non ci sono più, che non sono da nessuna parte" gli avrebbe chiesto.
Basterebbe questo a calmarle il cuore, basterebbe che lui le dicesse "non ci sei più, fine" e lei sarebbe tranquilla finalmente.

Forse.

giovedì 18 febbraio 2016

Le sue cicatrici


Lei non voleva più cose romantiche, fiori, atmosfere, abiti eleganti, cene, lei cercava l'incontro.
Cercava in ogni incontro un incontro.
Non sentiva il fremito della speranza che questa fosse la volta buona, la premura dei progetti, la spinta del desiderio di essere finalmente accanto all'anima gemella, cercava proprio lo scambio, la vicinanza, la complicità, due esseri umani a confronto, vicini, disponibili ad esserci in quel momento, uno per l'altro.
Lei era cresciuta, un pò invecchiata ovunque, credeva nella possibilità di incontrarsi,di avere un senso per qualcun'altro, di poter entrare in macchina, sentire una fitta di nostalgia, un movimento interno grazie al quale lo avrebbe cercato, chiamato, rivisto.
Quello significava ora stare insieme per lei, sentire la sua mancanza, la mancanza di loro due, della forza sublime del loro incontro segreto, del sussurrarsi piano sulle bocche mentre il mondo fuori continuava a sbranare, ad urlare, a rincorrere.
Improvvisamente le ginocchia le si piegavano un pò, si sentiva leggermente debole e questo voleva dire che si sarebbero incontrati ancora di lì a poco.
Questo voleva dire che si sarebbero fiutati in giro, presi e ritrovati nuovamente.
Lei, l'ultima volta gli aveva detto, accovacciata sul suo petto:"dovresti avere una donna più giovane di me, una donna fresca, io sono grande amore mio,sono piena di dubbi e paure e cicatrici".
Lui, zitto, aveva allora scoperto piano le sue cicatrici, quelle fatte dai bisturi, quelle delle cadute da bambina, quelle sulle ginocchia ormai dure ed ispessite, quelle dei suoi parti, le aveva accarezzate tutte, baciate, leccate con lentezza, e così era riuscito a baciarla fino a quando era ancora piccola, a passarle la mano sulla testolina con la frangetta maldestramente tagliata da sua madre con le trinciapollo arancioni,a prenderla in braccio in sala parto per sollevarla dal dolore, a custodirla prima che la intubassero ormai rassegnata al sonno chimico ed alla speranza umana.
Aveva baciato i suoi seni che erano stati pieni di latte, aveva stretto in mano il suo aborto, l'aveva consolata e perdonata, l'aveva respirata tutta, madre angosciata, femmina affamata, donna divertente, amica sincera, casalinga discontinua e cuoca appassionata.
L'aveva stretta per ogni suo brivido di freddo e scossa per ogni suo sogno di terrore, l'aveva sostenuta negli inciampi sulle strade di montagna ed in quelli dentro alla vita di tutti i giorni.
Lui aveva preso le sue cicatrici e le aveva cucite insieme raccontandole la sua storia, tutta una storia lunga una vita.
Lui l'aveva presa così com'era, stanca e stupita, e l'aveva stretta in ogni parte di lei, dentro e fuori.
Lui si era accorto dei suoi pensieri, li aveva acciuffati, li aveva trattati come cosa preziosa, lui si era occupato di lei, l'aveva vista e fermata, dove vai?resta qui, le aveva detto senza dirglielo.

Lui l'aveva ridisegnata senza cancellarla mai.

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