venerdì 30 gennaio 2015

Nuoto Libero



Mi spoglio velocemente, è comodo perché le ultime cose che tolgo saranno le prime che indosserò dopo, a ritroso.
Cammino dentro i corridoi lunghissimi, salgo le scale e la vedo, immensa, piena di cloro e vapore, pochissimi rumori di bracciate e respiri.
Quell'odore mi prende alla gola nascosta dell'infanzia e mi ricordo bambina e secca, spaurita e confusa.
Non mi ricordo se mi piacesse veramente.
Siamo pochissimi a quell'ora, talvolta inizio persino da sola.
Entro lentamente, ogni volta la temperatura è diversa, la valuto, la saggio, la lascio passare su di me.
Mi immergo e scivolo dentro di lei spingendomi con i piedi, la testa bassa, gli occhi dentro l'azzurro.
Se non è nuvoloso, un raggio di sole risplende di mille specchietti vibranti, mi ci tuffo dentro, mi fermo a galla in superficie, respiro all'indietro, spalanco le braccia e le gambe, lei mi prende tutta.
Nuoto e nuoto, il cuore mi rimbomba nelle orecchie, a bracciate mi mangio l'acqua e la distanza, vado avanti ed indietro, su e giù fra le corsie.
Talvolta nuoto ascoltando l'armonica di Bob Dylan, o Bocca di rosa, od un rullo di batteria, oppure mi canto una canzone da sola.
Talvolta ascolto la noia dell'andirivieni solitario, talvolta accetto la paura, la fatica, la sensazione che oggi non ce la farò.
Alcune mattine mi scrollo il sonno dalle spalle, altre mi cullo nel calore e vorrei solo tornare a dormire.
Scivolo lenta sul pelo dell'acqua, poi accelero, poi batto fortissimo.
Sospesa fra il dentro ed il fuori, fra il peso e l'oblio.
Nuoto e nuoto, le mie braccia, le mie gambe, la mia testa, rompono l'acqua, fuori piove o tira vento, ed io guardo gli alberi dalle grandi finestre chiare.
Gioco con l'acqua e mi lascio andare sul fondo, poi mi rigiro sul ventre, danzo nell'acqua.
Faccio capriole e sto finalmente zitta.
Non competo più e mi parlo senza tentare di piacermi.
La botola dell'acqua che pulsa non mi fa più paura.
Non mi fa più paura neanche sbattere sul bordo mentre nuoto a dorso, talvolta infatti ci picchio la testa e sorrido di me, finalmente non ho controllato la distanza usando le bandierine blu come riferimento.
Nessuno sa che sono lì, niente può raggiungermi in quel posto, nessuno può chiamarmi in quel tempo, dentro quel liquido non sono una madre, una professionista, una sorella, una moglie.
Dentro quello spazio liquido non può accadere quasi nulla, non sono raggiungibile se non dalla morte, quella sa sempre dove trovarti.

Dentro l'azzurro non sono quasi niente eppure sono finalmente tutto.




domenica 25 gennaio 2015

L'ultimo incontro



Lei non era stata affatto originale.

Come tanti prima e dopo di lei, gli aveva chiesto un altro incontro.
Un ultimo incontro.
Voglio rivederti.Gli aveva detto.
Voglio piantarti gli occhi addosso.
Voglio guardare la vena battere sul tuo collo.
Voglio sentire ancora il tuo profumo.

Così gli aveva detto.
Voglio vederti accanto a me, allungare la mano e trovarti.
Voglio agganciarti con la mia coscia e tenerti fermo un'ultima volta.
Voglio riconoscere i tuoi gesti, i movimenti che iniziavo a conoscere bene, a volte addirittura a prevedere.

Lei era stata capace di chiederglielo persino stando zitta per mesi.

Voglio guardare dentro ai tuoi occhi, fissare il bordo della tua camicia mentre ordini il caffè.
Voglio vedere se è vero che sei bravo a stare senza di me, oppure hai finto finora.
Voglio sedermi vicino alle tue mani, stringerle un attimo, poi più a lungo.
Poi voglio starti davanti alla faccia ad annusare il tuo respiro,chissà se è cambiato.
Voglio un tuo ultimo abbraccio, sapere che sarà l'ultimo e da lì potrò capire se sarò in grado di ripartire, senza.

Lei gli aveva chiesto un'ultima volta insieme, con lo sguardo, con una lettera, con un messaggio più divertente o brillante del solito.

Voglio sentire se bruci ancora per me da qualche parte, se è sparito tutto o lo hai solo soffocato.
Voglio che sbirci ancora una volta se deglutisco davanti a qualcosa di buono.
Voglio vedere se stando vicini ci viene di nuovo voglia di fare l'amore e se ne siamo ancora capaci.
Ti chiedo un ultimo incontro perchè spero potremmo accorgerci che non è possibile sia l'ultimo.

Lei aveva fatto tanta fatica, una fatica bestia per farsi dire di sì da lui che aveva continuato a stare zitto e distante per un tempo lunghissimo.
Lei lo aveva osservato, provato a risolvere, a lasciarlo andare, a riprenderselo, a sedurlo, a farlo ridere.

Ad un certo punto lui le aveva detto di si, si sarebbero rivisti.
Lui le aveva concesso un altro incontro.

A lei era sembrato di scoppiare di gioia, le tremavano le ginocchia, pensava a cosa avrebbe indossato, a quali passi la avrebbero condotta da lui, a come lo avrebbe potuto guardare fino a dentro.

Poi di colpo si era sentita stanchissima e sgonfia, quasi nauseata dalla stanchezza.

Aveva finalmente trascinato il cadavere di un uomo, fin sull'uscio della sua casa, poi lo aveva guardato bene, morto ed arido, zitto ed inerme, incapace di un qualsiasi slancio verso di lei, ed allora si era domandata sfinita:" ed ora che ci faccio?"


venerdì 16 gennaio 2015

I piatti sporchi


Amore mio
vivere accanto a te è come quando hai lavato una pila di piatti, pentole, posate, bicchieri.

Amore mio calvo
Starti accanto è come quando hai insaponato, sgrassato, smacchiato, grattato per ore, oggetti unti che galleggiavano dentro ad un'acqua sempre più torbida e schiumosa, tanti oggetti maleodoranti e viscidi.

Amore mio vecchio
stare con te è come quando hai appena finito di sciacquare una montagna di cose schifose e scivolose, ed hai già asciugato perfettamente il lavandino, riposto la spugnetta, chiuso il rubinetto dell'acqua, impilato le stoviglie nello scolapiatti, assaporato il sollievo da tutto quel mal di schiena accumulato, una volta che, di lì a poco, ti saresti potuta finalmente abbandonare sul divano esausta, ed invece ogni volta arrivi tu, silenzioso e noncurante, mi metti un ultimo, dimenticato, piatto sporco dentro all'acquaio.

Ed io devo ricominciare.


venerdì 9 gennaio 2015

Il mito sperduto




Nel lettone, chiacchierando durante le vacanze natalizie, mi sfugge un esplosivo:"Bravo Filippo sei un mito!
Lui: "Mamma, cosa significa un mito?"
Io, madre spettinata, ciancicata, stanca, ore ventitré, lucine intermittenti ovunque:" Vuol dire qualcuno talmente bravo da entrare nella storia ed essere ricordato, uno forte e gagliardo"
"Mamma io non posso essere un mito"
"perché piccolino?"
"perché non sono un bimbo sperduto"
"spiegami Fili, che vuol dire un bimbo sperduto?"
"che io non sono un bimbo solo e sfortunato, io ho te che sei la mia madre, finchè ho te non può succedermi qualcosa nella storia"
"continua a spiegarmi ti ascolto"
"io ho te, se ci sei tu nella storia, non possono succedermi avventure, spari, cose brutte, tu mi proteggi, no, non posso essere un mito."

Inizia un nuovo anno, le lucine si sono spente, e stare dentro la sua Storia è bellissimo, anzi, mitico.

sabato 3 gennaio 2015

Lui aveva detto



Lui le aveva detto che lei aveva una specie di potere, era come se desse la luce ai posti che visitava, poco importava di quale luogo si trattasse, lei lo illuminava, e la sua era addirittura una luce rara e preziosa.
Lui le aveva detto che appena l'aveva vista entrare in quel bar, aveva perso quasi l'orientamento, come se alcune sue certezze gli fossero venute meno improvvisamente.
Lui le aveva detto che aveva delle mani bellissime, lunghe ed eleganti, mani che avrebbe cambiato religione perchè lo accarezzassero.
Lui le aveva detto che più volte aveva avuto la sensazione che lei avesse indossato un vestito appositamente per lui, scegliendo il taglio, il colore, il tessuto,l'accostamento con le calze e gli orecchini, ed ogni volta che lo aveva sentito, era stato bellissimo.
Lui le aveva detto che respirarle la schiena agganciandola per i fianchi, era stato sconvolgente, ma smarrire le proprie mani fra i suoi capelli, lo era stato ancora di più.
Lui le aveva detto che avrebbe dovuto mettersi dalla sua parte di tavolo perchè vedesse ciò che vedeva lui avendola di fronte.
Lui le aveva detto che tenerla stretta a sè lo faceva sentire vivo ed al tempo stesso annientato dall'impotenza di difenderla davvero quando ne avrebbe avuto bisogno.

Lui le aveva detto cose che nessuno le aveva detto mai, e lei infondo, amaramente, semplicemente, non ci aveva creduto.

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