mercoledì 30 gennaio 2013

Depressione ed uscirne fuori

Ti agguanta come un gatto appena metti i piedi giù dal letto, ti sorprende per la sua cruenta precisione, ti sbaraglia, ti spiazza. Cerchi punti di riferimento ai quali aggrapparti, anche piccoli, anzi, solo piccoli, per gli altri invisibili, accumuli un gruppetto di coperte, un vecchio maglione che non lavi più e diventa il vestito della tua sofferenza, della tua estraneazione,un bicchiere d'acqua, un farmaco, un pacchetto di biscotti, un libro che non ti và di leggere, i telefoni, tutto fra te, il letto ed il comodino. Scavi una cuccia, stai quasi bene, solo lì dentro, accomodandoti piano come un cane che gira in tondo per cercare la giusta posizione. Solo lì dentro, quasi sepolta, ti sembra sopportabile. Il freddo non ti passa mai, sei curva, piegata, non riesci ad aprire le braccia, ad esporre il petto, hai solo freddo ovunque, brividi che ti scuotono e non passano mai. Trascinarti in salone ti appare un'impresa impossibile, preparare i bambini e portarli a scuola, qualcosa di improponibile, ingoi la saliva mille volte di più, cerchi di prendere aria, di rilassare, di distendere, di riprenderti la lucidità, ma invece ti sembra di essere lucida solo ora, mentre guardi tutto e tutto ti sembra un'enorme massa spaventosa di cose ed eventi. Gli altri arrivano e ti spronano, ti guardano, si preoccupano, si arrabbiano, non ti capiscono e meno male che non ti capiscono perchè solo così possono aiutarti a venirne fuori. Non ascolti più la musica, non esci,non guardi più un film, non vedi nessuno, non scrivi, non chatti, non compri, ma quel che è peggio, non desideri. Vedi tutto, come fosse un film, un film che, lo ricordi benissimo, aveva colori vividi e riconoscibili, ora è in bianco e nero, e non riesci più ad entrarci dentro. Tutto è lontano da te, quasi non ti riguarda più, tutto è staccato e minaccioso. Lo sai cosa dovresti fare, ci provi pure, ma crolli quasi subito o poco dopo. Ti spegni, si spegne la luce dietro ai tuoi occhi ed hai meno facce a disposizione, meno espressioni. Non dormi, il sonno ti prende come una vertigine che ti risucchia verso il basso e ti risveglia come un urlo, uno schiaffo in piena faccia, il cuore batte forte e di nuovo torni a non dormire. Le notti in cui non dormi si quadruplicano ed ogni giorno stai peggio. Le corse di sempre ti sembrano ridicole perdite di tempo, il parrucchiere, i cappuccini, le chiacchiere, tutto inutile, privo di senso. Non hai fame e per poco non ti accorgi di non aver mangiato quasi nulla anche oggi. Sai che in fondo perchè stare così male?devi reagire, fatti forza, fallo per i tuoi bambini, hai una bella casa, un bel lavoro, perchè stare così? Il perchè non lo sai neanche tu, o forse lo sai ma non ti sembra sufficiente, eppure sei svuotata, rovesciata come un cappotto da ricucire, eppure anche respirare ti appare faticoso, troppo faticoso ed allora annaspi nelle ore, non metti più il tuo lucidalabbra, non riesci ad inventare le storie da raccontare, sono tutte storie stristissime e le storie tristi non si raccontano ai propri bambini. Tutti vogliono che tu esca, che mangi, che sorridi, che ti faccia forza, ma tu la cerchi senza trovarla questa forza, te la ricordi pure bene quella forza di quando lavoravi e ridevi e guidavi e crescevi i tuoi bambini e litigavi e ti rompevi le palle in fila alla posta, ma vivevi, accipicchia se lo facevi, ti emozionavi e l'emozione non ti faceva vacillare come ora. Ora l'emozione ti fa tremare, e vorresti silenzio e pace, assenze e vuoti, spegnere le luci, lasciarne solo una piccola che ti faccia da faro, ora non vuoi sconvolgimenti, passioni, gioie, perchè tutte queste cose si portano dietro il rischio, la paura, l'inatteso. Ti pesi ed hai perso 23 chili non te ne sei quasi accorta veramente, ancora hai l'immagine di te come eri un tempo, gli altri te lo dicono, tu non lo capisci a pieno che sei secca, un'altra persona, che i pantaloni ti cadono per terra anche allacciati, che il seno è stato risucchiato via insieme al grasso ed al benessere d'un tempo. Poi inizi la cura, il tempo sembra non passare mai, ma all'improvviso è trascorso un mese, ti compri una gonna ed una camicia leggera, hai fame e guardi di nuovo i film, uno dietro l'altro, leggi tre libri tutti d'un fiato, hai di nuovo fame e rimangi ma mangi davvero, con gusto, non tanto per mangiare, giochi di nuovo con i bambini e riprendi a raccontare le storie e sono meno tristi, fanno un sacco ridere a pensarci bene, hai voglia di tornare a lavoro con i tacchi ed il bisogno di ascoltare i tuoi pazientini, le loro avventure diverse,fare le fotocopie vicino al distributore del caffè, compri una crema antirughe, ti riiscrivi al corso di yoga e fra poco, magari, riprenderai la tua bicicletta viola con il cestino, accendi la musica ogni mattina ed hai fame di nuovo e mangi ancora. Poi, capita che telefoni agli amici e cucini di nuovo, improvvisamente, come hai sempre fatto, vuoi farti tante docce, e pulisci sotto ai letti, sparpagli il cumulo che stava dentro la cuccia e ti accorgi che sta tornando ad essere un semplice letto dove torni a dormire solo la sera, magari dormendo una notte intera senza girare per il salone con gli occhi spauriti alle tre, quando fa freddo e la casa respira i respiri del sonno, quelli profondi, lenti, rumorosi. Poi succede che porti i bambini a scuola e scivoli via con loro abbracciandoli e sospingendoli, facendo le imitazioni buffe ed il solletico sui loro colli odorosi, che la mattina lasci che si faccia anche un pò tardi pur di fare colazione insieme, niente più cartoni che prima accendevi per non fare sentire troppo il vuoto di quelle mattine vuote e spaventose. Poi capita che una mattina scrivi un post e ti accorgi che è passato un Natale senza che tu l'abbia vissuto e che hai quasi la tentazione di ricominciare dagli addobbi, dalle decorazioni, dai regali che non hai fatto, ma fra due giorni sarà Febbraio, ed a pensarci bene, hai più voglia di una Primavera, decisamente di più.

martedì 15 gennaio 2013

Un senso

Era da più di un mese che non mi sedevo davanti al mio pc aperto, la pagina bianca, pronta per essere macchiata dai miei pensieri. Vorrei potervi dire che il motivo è stato un lunghissimo viaggio in Lapponia, dove io e la mia famiglia abbiamo trascorso un Natale commovente e strepitoso, ma ahimè non è andata proprio così. Sono stata e sto ancora male. Bello il concetto di malessere, rende così bene l'idea, male in essere, essere malamente, non sentirsi bene, sgretolarsi pezzo pezzo, e mentre ti chini a raccoglierne un pò, ti cadono tutti gli altri. Ho avuto lunghi giorni di ricovero lontano dai bambini, ho resistito a denti stretti e con il pigiama sotto al maglione, fino alle recite di Natale dei miei nani, poi sono crollata al pronto soccorso, su una barellina piccola ed instabile e mi sono lasciata portare. Non sarei potuta mancare alle loro recite, ero paralizzata e congelata, l'emozione che mi arrivava dalle loro voci era potente ma offuscata, quasi lontana, un'onda fortissima ma ingestibile per me. Nelle notti insonni in ospedale, le loro canzoncine natalizie mi ridondavano in testa senza tregua. Siamo ancora alla ricerca della diagnosi esatta, ho mille cose che non vanno ed in sostanza non funziono. Vorrei solo ripercorrere, per buttarli fuori, certe sensazioni e certi momenti vissuti in questi giorni di ricoveri ed indagini, perchè mi sono chiesta per molto tempo che senso abbia tutto questo, non riferendomi a me, ma all'Uomo, all'esistenza in genere. Che senso ha massacrare un corpo, lasciare che qualcuno subisca interventi su interventi, torture di carne e spirito, attendere sentenze, insistere su un fisico debilitato, schiacciato, aprirlo, prelevarlo, analizzarlo, scandargliarlo, deviarlo, ricollegarlo? Odio la posizione che si assume quando si sta male, odio quello stare sdraiata, chi sta bene sta in piedi, è in posizione eretta, e può guardare tutto e tutti, chi sta male è come se avesse una mano che gli preme la testa tenendogliela giù, da giù hai una visuale ridottissima, puoi guardare solo piccolissimi particolari insignificanti, puoi fare pochissime cose come leggere mille volte la marca dei lenzuoli dell'ospedale, o quella cosa strana che è scritta intorno all'anello delle bombole di ossigeno, od osservare le bolle della flebo che si rincorrono nel flacone rovesciato e capire che non fanno mai lo stesso percorso. Chi sta male sta giù, a cuccia, il tempo gli scorre ai lati, chi sta male non fa parte della marea che si sposta, cammina, parcheggia, lavora, si trucca, và a cena fuori. Chi sta male resta ai bordi della vita ed aspetta di rientrarci al prossimo giro, magari a quello dopo ancora. Ho visto le mani di una donna anziana con tutte le costole rotte, che nel sonno denso degli antidolorifici, cucivano sciarpe e tessevano tovaglie, i medesimi gesti che ha compiuto per tutta una vita e che si trascinava anche dentro al dolore. Ho visto compagne di stanze morire, strozzandosi dentro all'ultimo respiro, ho visto le facce atterrite e sperse dei suoi cari, ho sentito le urla di una moglie che supplicava i dottori di "risvegliare" suo marito perchè doveva ancora dirgli delle cose che non gli aveva detto, che non poteva essere morto così, che nessuno l'aveva avvertita, e vi prego svegliatelo solo un attimo ancora. Sono rimasta agghiacciata dai corpi che si consumavano giorno dopo giorno, dalle foto dei propri figli sui comodini, da una madre che dormiva aggrappata alla maglietta del suo bambino che non vedeva da un mese. Ho camminato per i corridoi di notte verso un bagno vecchio e sporco, ed ho intravisto le luci di Roma e l'inverno limpido ed immobile fuori, ho controllato la febbre della vicina di letto che la mattina mi aveva raccontato tutto del suo matrimonio, del viaggio di nozze a Savona, del pizzo del suo vestito da sposa, e poche ore dopo non parlava più, aveva gli occhi indietro e l'uomo che l'aveva portata a Savona, improvvisamente non aveva più senso per lei, cancellato, mentre lui cercava di tenerle ancora la mano, come in quarant'anni di vita insieme. Mi sono chiesta dove fosse il senso e forse l'ho trovato nelle scatoline che i mariti o le madri portano ai loro cari ammalati, dentro c'è il cibo più buono, il piatto preferito, il gusto più gradito. L'ho trovato in quelle mani che accarezzano e nelle voci sussurrate dentro all'orecchio:"resisti che ce la fai, forza amore mio", l'ho trovato nel filo che lega il malato a quelli che aspettano il loro ritorno, l'ho trovato in una figlia che lavava i denti alla propria madre, le metteva una crema profumata, la pettinava anche se sapeva perfettamente che non sarebbe mai più scesa da quel letto, l'ho trovato in quel balzo di sopravvivenza, in quelle bocche che cercano l'aria nonostante tutto, in quel disperato istinto alla vita che conserviamo dentro da subito, come di animale, di belva ferita che tenta un ultimo attacco anche se ne è rimasto solo un accenno. Il senso sta nelle voci dei bambini che sentivo tutti i giorni e mi chiedevano:"ti stanno facendo male mamma?quando torni sarai guarita vero?", in una battuta fatta con gli infermieri nonostante le loro giornate allucinanti, trascorse a correre fra una vita e l'altra, il senso sta nel fatto che li ho visti commuoversi e preoccuparsi per noi sinceramente e poi riprendere a lavorare a testa bassa, senza fermarsi troppo a lungo. Il senso sta in quella lavagna di vetro sui quali erano scritti a pennarello i nostri nomi, nel batuffolo di ovatta che ne cancellava qualcuno, mano a mano che i giorni passavano, sfiorando il tuo, sopra o sotto, la morte ti passava accanto con un colpo leggero di cotone imbevuto d'alcool e per un attimo hai pensato che forse non farà poi così tanto male quando arriverà. Il senso sta nell'amore. Voglio guarire. Buon 2013 ai miei lettori, trascurati proprio nel periodo in cui di solito, li coccolo di più.

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