sabato 19 dicembre 2015

Nei pensieri no





Se ti penso sento un colpo nello stomaco, vicino al cuore, accanto alla pancia, sotto la pelle.
Se ripercorro noi è come un tuffo, senza fiato.
Se ti immagino, mi manchi sopra alla pelle, in mezzo alle ossa, fra i denti, sulla lingua.
Se mi lascio andare ai ricordi, mi manchi nelle orecchie, nel naso, nel microscopico mondo delle sue cellule olfattive, mi manchi nelle pupille che non ti vedono, nelle mani che non ti sfiorano, nelle braccia che non ti stringono.
Manchi nella mia voce che non ti racconta, nei miei capelli che non ti cadono sul ventre, nelle mie gambe che non si schiudono per accoglierti, mi manchi nei gesti che vorrei mostrarti e nel fiato che vorrei farti respirare mentre respiro te.

Però non mi manchi nei pensieri, lì è pieno zeppo di te.

mercoledì 9 dicembre 2015

Paura



Tocco il tuo petto agitato, ci sento dentro il battito accelerato del tuo cuore, hai il viso contratto, mi tendi la mano.
Da un pò di tempo hai paura.
Sei ancora così piccolo quando ti tengo vicino, sei già grande quando ti guardo girare per il mondo.
Ti capita di tremare qualche sera, per questo ti abbraccio piano e ti massaggio, non per bloccarti ma per calmare l'onda della paura che finora non conoscevi.
Per prendere fra le mani la tua paura, ti tocco, e faccio cerchi sulla tua pelle morbida e calda di bimbo.
Il mio bimbo.
I sussulti della vita ti scuotono, spingi per allontanarti un pò, ti riavvicini per farti proteggere ancora.
Mi guardi, mi chiedi aiuto, ti rannicchi.
Sono lì con te e cerco di farti guardare in faccia la paura che non conoscevi finora, sono vicino a te per sussurrarti piano poche parole.
Respira, ti dico.
Prendi aria dal naso e sputala dalla bocca amore mio.Ti ripeto.
E' sempre buio quando succede, ed il tuo corpo sussulta un pò.
Sento i tuoi piedini premere sulle mie cosce, come quando eri più piccolo, li custodisco lì.
Ti scaldo e ti respiro vicino.
Il ritmo del tuo prendere aria si placa, diventiamo un solo respiro, non parliamo quasi più, continuo a massaggiarti piano.
Finalmente sento che lasci andare la morsa dello spavento, che abbandoni i muscoli sciogliendo la contrazione, che il tuo corpo espelle l'angoscia ed accoglie il sonno.
Ti sento addormentarti, continuo a parlarti vicino all'orecchio, non smetto di massaggiarti.Ora dormi.
Veglio il tuo dormire, resto a sua guardia fino a tardi.

Da un pò di tempo hai paura, questa tua paura sconosciuta mi ricorda l'urlo agghiacciante che facevi da neonato, mi si accapponava la pelle al solo sentirti, perciò correvo a prenderti per stringerti a me e ti toccavo e ti consolavo e ti cantavo.
Mi dicevano che questo tuo urlo poteva essere causato dal tuo rivivere la nascita.
Oggi credo che sia il diventare grande che ti fa tremare al buio.
Oggi come allora è un'altra volta nascere che ti spaventa.

lunedì 23 novembre 2015

Meno male



Un giorno si ed uno no, guardando con sdegno e schifo la mia automobile, penso: "oggi la porto assolutamente a lavare, cascasse il mondo".
Poi succede che porto i bambini a scuola, corro a lavoro, mi precipito a riprendere i bambini, pulisco casa, facciamo i compiti insieme, andiamo a scuola nuoto, cucino, leggo storie, mi arrabbio, lavo i piatti, svengo sul letto poco dopocena.
Il giorno no entro in macchina e penso: "meno male che non ho fatto pulire la macchina", ricordandomi che ha diluviato, che ci bambini ci sono entrati con i piedi inzaccherati di fango, che siamo andati al mare ed abbiamo insabbiato persino i sedili, che ci abbiamo mangiato dentro i wafer al cacao, che ci è salito il cane pastore tedesco dei nonni ed i suoi peli hanno intasato pure i bocchettoni dell'aria calda.
Guardo avanti guidando piano e sussurro...meno male.

Così, immutatamente da anni.

mercoledì 4 novembre 2015

Il battito



Aveva sentito il suo battito, conosceva bene quel tipo di battiti.
Era un battito uguale a quei battiti, forte, impetuoso, ritmico, identico ai battiti dei Suoi.
Quel battito avrebbe poi dato uno di quei nasi, due di quei piedi, due di quegli occhi lì, proprio quelli che erano tutta roba sua, lei sapeva bene come sarebbe andata a finire se avesse continuato ad ascoltare quel battito.
Quel giorno aveva un camice verde, corto, aperto, troppo leggero per un Marzo appena incominciato, il Marzo dei suoi quaranta anni.

Era nuda sotto, solo lenzuola per il suo letto e per il letto delle altre.
Lunghissime ore lì dentro, una giornata interminabile, senza alba.
Nessuno veniva a dir loro nulla.
Nessuno rivolgeva loro la parola,nessuno era lì per spiegare, rassicurare, chiedere.
Faceva spesso pipì, quando era agitata le capitava così.
Talvolta aveva conati di vomito, il freddo l'avvolgeva tutta, nessuna parte di sé esclusa.
Il freddo le faceva battere i denti e contrarre le mandibole, per giorni le avrebbero fatto male anche di notte.
Un freddo incontrollabile, un freddo tutto.
Era arrivata una pillola adagiata sopra una garza, portata da un'infermiera sbrigativa ed avvezza.
Le altre l'avevano ingoiata subito.
Lei l'aveva chiusa nella sua garza, poi nel cassetto.
La pillola l'aveva atterrita, terrore puro.
Si era allontanata verso la finestra, gli aveva mandato un messaggio, gli aveva scritto: "portami al mare a mangiare spaghetti alle vongole".
Lui le aveva risposto:" resta lì e stai tranquilla".
Aveva ingoiato la pasticca.
Poco dopo, troppo poco dopo era arrivato il sangue.
Poi l'avevano chiamata.
Era scesa giù.
Aveva scelto di restare sveglia, di stringere la mano di una sconosciuta, di fissare la parete opposta, di dirsi "ora finisce tutto, ora passa", di provare a respirare.
Rumori assurdi l'avevano violata e torta, aveva dato lei il via a quei rumori, a quel tramestìo innaturale.
Aveva lasciato che l'agguantassero, colto dentro al suo calore più profondo.
Aveva fatto in modo che passassero senza opporre resistenza, senza più proteggere.
Era risalita senza.
Era risalita sopra senza la possibilità di diventarlo ancora.
Il suo battito, ora che sarebbe stato il tempo di stringerlo e curarlo e vederlo diventar naso e piedi ed occhi come i suoi, le martellava dentro ogni passo, diventava sempre più spesso il ritmo dei suoi incubi più scuri, del senso di colpa più asfissiante, dei suoi sogni più dolci di mamma.

Era risalita senza e non esisteva posto in questa sua vita ormai, in cui poterselo andare a riprendere.


lunedì 26 ottobre 2015

Temi e farfalle



Si sentiva una tigre in gabbia, andava avanti ed indietro sbuffando nervosa.
Si sentiva come una mosca in un bicchiere, chiusa e disorientata.
Si sentiva come una farfalla inchiodata al muro per le ali, appena tentava un minimo movimento, sentiva strapparsene un pezzo, sentiva l'ala sgarrarsi, ad ogni piccolo movimento perdeva la possibilità di riprendere a volare.
In classe, seduta ai banchi di quinta elementare, svuotata da un'altra giornata sfinente, già buio fuori, aveva chiesto alle maestre:"ma i temi non si fanno più?", le maestre avevano risposto che no, non si facevano proprio più, che ora si manipolava e criticava il testo.
A lei, era sembrato un grandissimo peccato.

martedì 20 ottobre 2015

La smania



La smania di vivere l'aveva travolta.
La smania di prendere, guardare, afferrare, cambiare.
Avrebbe voluto ancora più bellezza, sempre più bellezza.
Una vita da miserabili, non la voleva più.
La vita da miserabile l'avviliva, non era correlata alla sola mancanza di denaro,intorno a lei da troppo tempo si accumulava un'apatia purulenta, si respirava un'aria di morte, di assenza di energia, nessuna iniziativa, poca voglia.
Lei di voglia invece ne aveva moltissima e spesso la subiva, lasciava che le attraversasse il corpo e la testa, permetteva che la voglia la tramortisse, lasciandola stanca ed insoddisfatta.
Alcune mattine, prima dell'alba, la voglia la destava bruscamente.
Era un bel risveglio però, forte ma ricco, aprire gli occhi e goderne era così piacevole.
Si guardava i piedi fuori dalle coperte, li trovava pallidi ed eleganti, affusolati e femminili.
Poi c'erano le cavigle subito sopra a rovinare un pò il disegno della gamba, una gamba forte, massiccia, tonda.
Ogni giorno avrebbe voluto andare, partire, scoprire, leggere e guardare.
Era affamata,voleva creare con le mani, cucinare, camminare a lungo, prendersi tutto il tempo che invece non aveva mai.
Voleva arrivare a piedi fino al giornalaio, comprare il suo settimanale preferito, sedersi davanti ad una tazza calda di te', e metterci un'infinità a togliere il cellophane, ad annusarlo, a sfogliarlo, poi a leggerlo tutto, fino in fondo per una volta almeno.
Non voleva più orari ed impegni, ma solo tante cose da vivere, anche faticose, ma non obbligatorie, voleva cose belle per sè e per i suoi bambini.
Basta con quella corsa folle di ogni giorno, detestava l'idea di dover timbrare il proprio tempo, di lavorare con i piccoli pazienti con una durata esatta ed impersonale, qualcuno aveva bisogno di tempi più corti e malleabili, altri ancora necessitavano di un tempo più lungo, ma non importava a nessuno, ci si atteneva.
Attenersi l'annoiava, le toglieva la capacità di decidere, di distinguere, attenersi l'appiattiva.
A lei piaceva cogliere le differenze e regolarsi di conseguenza.
Voleva accoglienza e vicinanza, non vedeva quasi più negli occhi dei maestri e degli allenatori dei suoi figli, la passione, il passaggio, la testimonianza, vedeva solo la fabbrica, la folle fabbrica di bambini tutti scolarizzati, tutti a dorso, tutti a tuffarsi uno dopo l'altro, infondo,le pareva che nessuno li vedesse davvero.
Ci voleva tempo per guardare ed accorgersi, ci voleva pazienza e desiderio.
Lei voleva quella possibilità.
Ci si mandavano tantissimi messaggi in un giorno, un pò con chiunque e non ci si abbracciava quasi mai, non si andava più insieme da qualche parte, verso qualcosa.
La fame di momenti preziosi non si placava in lei, ne voleva di più, di meglio, di più intensi, di più veri.
Detestava il falso, il tanto per fare, il come si conviene.
Voleva brutalmente amare ed essere amata dalle sue amiche, dal suo uomo, dai propri bambini.
Avrebbe falciato convenzioni, luoghi comuni, banalità per balzare in piedi ed afferrare per sè, l'essenza dell'altro che le stava vicino.
"Guardami in faccia" le veniva da dire alle persone che aveva intorno, io sono qui, tu dove sei?
Molte le sembravano bugie, meccanismi di difesa, scarichi di coscienza, meschinerie.
Pensava che per il sublime avrebbe rischiato qualsiasi cosa, allontanando chi non voleva rischiare come lei.
La pochezza la sfiniva, la superficialità la rendeva aggressiva, era sempre più una belva intollerante, e la spinta a vivere davvero, la catapultava nel mondo.
Non iniziava davvero a fare l'amore perchè temeva il momento in cui sarebbe finito, allora languiva godendosi l'inizio, l'attesa, l'incontro.
L'affetto vero la scaldava fino in fondo alle ossa, le imitazioni o le brutte copie la raggelavano.
Diventava una signora con la foga di una bambina.
Iniziava a mettere i tacchi e voleva fare capriole.
Curava gli altri come solo un'adulta sa fare e contemporaneamente si sarebbe rannicchiata per giorni e notti dentro l'abbraccio caldo dell'uomo che sapeva capire la sua lingua, che parlava le sue stesse parole, che in fin dei conti la voleva com'era.

Stava invecchiando ed aveva sempre più voglia di vivere.

lunedì 5 ottobre 2015

Lei


Aveva appena compiuto un'età che la maggior parte delle persone considerava "matura".
Da allora era diventata drammaticamente bella.
Era di una bellezza pungente, commovente, dolcissima.
La sua bellezza aveva acquisito un non so che di sfacciato ma mai volgare, qualcosa di potente, di disperato.
Era disperatamente bella, perchè portava addosso la consapevolezza di avere ormai poco tempo, pochissimo tempo per esserlo ancora.
Aveva fretta e smania di essere bella, attraente, sensuale, aveva la sensazione che tutto il fascino che proveniva da lei stessa, le scivolasse dalle mani, arrancava dietro la propria bellezza ma senza scomporsi, tentando di restare integra nella sua corsa al piacere.
Comprava profumi e se li metteva di notte prima di dormire, per sentirli mentre si rigirava fra le lenzuola, bramava tessuti nuovi, sofisticati, eleganti, guardava scarpe ed annusava l'odore delle calze nuove nei negozi di intimo.
Si lavava con più dolcezza, indugiava sulla sua pelle toccandola, bagnandola, curandola.
Pensava alla propria bellezza con l'eccitazione di una bambina che inizia un nuovo gioco, trangugiava sguardi e sputava via i commenti degli uomini grevi.
Era una donna di mezza età.
I capelli lunghi, lisci, sottili e lucidi, qualcuno bianco, qui e là, quasi esaltato in mezzo agli altri ancora colorati.
Il collo vitale, stanco ma vitale, le mani lunghissime e candide ed i piedi così femminili, morbidi e pallidi.
Aveva pensato che occupandosi della propria bellezza, avrebbe illuminato la morte, spaventato la paura, ingannato il dolore.
Camminava bella, piegando le ginocchia, talvolta la borsa che scivolava giù, le scopriva la spalla lasciandola nuda, si inumidiva le labbra in un gesto irresistibile, raccoglieva i capelli con le dita e poi li lasciava cadere di nuovo, ogni volta in una nuova forma, una diversa sfumatura, un nuovo disegno.
Conosceva il suo piacere, decodificava perfettamente ogni suo più intimo pensiero, seguiva il suo desiderio con fedeltà e precisione, non falliva più.
Si prendeva ciò che voleva.
Non sprecava più neanche un sussulto, non rinunciava mai.
Sapeva diventare la seconda pelle di un uomo se voleva, ed era in grado di uscirne appena ne fosse stata delusa, senza soffrire troppo.
Palpitava e sbatteva ma sempre mantenendo la direzione, poi riprendeva a cammianre dritta.
Aveva una luce magica sulla faccia, un'aria arrendevole, irresistibile, ma non rumorosa, piuttosto era invece strisciante, avviluppava e colpiva improvvisamente, quasi silenziosa.
Non aveva più vent'anni, ma ogni vibrazione la scuoteva più di quando era ragazza.
Lo stupore le si annientava sul volto ogni volta che sbatteva contro il muro di una volgarità, di un egoismo, di una trascuratezza di maschio.
In fondo dentro sè, sperava ancora di innamorarsi, immaginava che qualcuno la avrebbe amata davvero, l'avrebbe amata tutta quanta.

Lei era sempre stata bella ma non lo aveva mai saputo prima d'ora.

Adesso, solo adesso, troppo tardi ormai, era riuscita ad essere finalmente Lei.

mercoledì 23 settembre 2015

Un lento ma inesorabile declino




Il primo giorno ci siamo svegliati all'alba, con baci e musica diffusa per casa.
Il primo giorno siamo usciti alle otto in punto, capelli ben pettinati, docce appena fatte, vestiti puliti e non spiegazzati, profumino dietro le orecchie, unghie tagliate di fresco, zaini preparati la sera prima, vitamine somministrate a digiuno.
Il primo giorno abbiamo fatto una colazione equilibrata ed abbondante, consumata dentro ad un raggio di sole, merende confezionate a mano, grembiuli stirati e rigidi.
Dietro di noi ho lasciato una casa moderatamente ordinata e pulita, letti rifatti, locali aerati, piatti lavati e cibi riposti accuratamente.
Siamo entrati in macchina con calma, abbiamo percorso la strada fino alla scuola chiacchierando lentamente, rispettando i turni di conversazione, ridendo amabilmente.
Abbiamo camminato paralleli diretti verso la grande entrata gremita di bambini e genitori e nonni e canetti molesti.
Il secondo giorno abbiamo dimenticato di prendere le vitamine e metterci il profumino.
Il terzo giorno abbiamo saltato la colazione perché si era fatto troppo tardi.
Il quarto giorno non è suonata la sveglia e siamo arrivati a scuola con gli occhi cisposi ed i capelli indomabili.
Il quinto giorno meno male era sabato.
La seconda settimana abbiamo incartato i panini imbottiti con i fogli a quadretti, soffiato il naso con le mani mentre eravamo in macchina perché non trovavamo i fazzoletti, dimenticato i grembiuli dietro alla porta, lasciato i letti disfatti ed i piatti sporchi nell'acquaio.
A metà della seconda settimana ho iniziato ad urlare alle sette meno un quarto di mattina, loro si sono azzuffati per i cereali soffiati, per il posto a tavola, per i cucchiaini di cacao, per la gelatina dei capelli.
A metà della seconda settimana il piccolo si è quasi soffocato con una fetta biscottata, è uscito il latte dal pentolino, inondando la macchina del gas senza pietà, la doccia è stata sostituita da un bidet veloce, il venerdì mattina addirittura da una passata di fazzolettino imbevuto sui culetti innocenti.
A metà della seconda settimana, in macchina c'era musica a tutto volume, i discorsi e le minacce si accavallavano frenetici, le facce si schiacciavano sui finestrini causa pressione di mani minacciose ed altrui.
La terza settimana ci siamo scapicollati in maniera disordinata, lungo il vialetto della scuola, pestandoci i piedi ed arrotando bambini e canucci con le ruotine dei trolley.

Oggi sono rientrata in macchina dopo averli accompagnati in maniera caotica e sbilenca, mi sono guardata nello specchietto retrovisore, avevo ancora il fiatone, ho provato a dare un senso ai miei capelli, ho visto la data impressa sul telefono, era solamente Settembre.

venerdì 11 settembre 2015

Settembre ed un riassunto


L'acqua calda, le maglie sformate ed accoglienti, i grembiuli stirati il giorno prima della ripresa delle scuole, lasciati sulle stampelle di notte.
La colazione delle vacanze, i chili ripresi perchè finalmente si sta meglio, il foglio con la biopsia negativa, stretto fra le mani sotto al sole rovente, e quel sorriso di gratitudine immensa, la musica di mattina, ma anche quella di sera prima di dormire, le camminate nei boschi e l'odore di terra e funghi dentro al naso.
Il caffè che borbotta, la pennichella del pomeriggio, le riviste in riva al lago, il temporale estivo, la sensazione dell'inverno che torna.
La prima notte con il piumino leggero a coprire le spalle, gli zaini nuovi, i libri sul comodino che ti aspettano ogni giorno fedeli e pieni di storie, una scrivania da scegliere per farci studiare i piccoli, la pausa pranzo con le colleghe, l'abbronzatura che va via a macchie come per fare più piano, gli amaretti caldi, la fila per comprare le salsicce buone, una bottiglia di genziana per papà, svegliarsi senza il trillo della sveglia, passeggiare per il borgo ogni giorno con lo stesso identico entusiasmo.
Un concerto intenso ed un concerto scemo da ballare come i bambini, un trenino bianco e blu, i cavalli, un fermaglio nuovo che i capelli stanno ricrescendo.
Metri di liquirizia purissima,mamma prepara dei pranzi squisiti, guardarli dormire e sfiorarli e baciarli nel buio, seguendo quel respiro tranquillo di bambini che stanno crescendo veloci ma anche piano, il fuoco acceso da noi, la legna raccolta con i bambini, le salsicce arrostite sui bastoni affilati dal suo primo coltello, appena regalatogli.
Parlare con quell'uomo vecchio dalle mani storte che mi regala i suoi fagiolini, il suo sudore, la sua vita dura che non ha mai smesso di essere un gioco, ancora no.
Gli amici e la famiglia che si avvicendano nell'affetto, tante buffe foto, un vento rinfrancante, le figurine all'edicola della piazza, la palla appena comprata, caduta nel tombino profondo.
I primi chicchi d'uva, il vino con gli amici, al piccolo si muove il primo dentino da latte,i capelli da tagliare, forse desidero un bel tappeto caldo per il salone, il servosterzo bloccato in mezzo alle montagne umbre, lui con il cappellino che gli ha schiacciato i capelli scuri e tantissimi, le curve per andare via ed il pianto che sale agli occhi come quando mille anni fa stavi tu dietro in macchina.
Le cicatrici violacee ed indurite che non guardi quasi mai, il conto alla rovescia che invece non hai mai interrotto, sarebbe stato fra poco.
Le prime cene calde, la torta al mosto infornata di domenica, l'agenda con l'elastico, il pranzo d'autunno tutti insieme tra poco.

Ogni giorno, una violentissima sensazione di bello, che è questa vita quando ci si mette.

giovedì 3 settembre 2015

Le polpette di zia



Ci sono cose che riescono solo a pochi, solo a qualcuno.
Io avevo una zia piccola, bionda, magrina, con gli occhi nocciola, uno scricciolo di donna, un portento.
Questa zia aveva un'energia che trascinava oggetti, persone, piante e spazi.
Addormentava i neonati di tutti noi con due colpi sicuri e rilassanti delle sue braccia, stirava, organizzava, sperimentava, usciva, guardava curiosa, si incazzava, si schierava, difendeva, attaccava, si ingelosiva, voleva fortemente, e soprattutto lei, preparava delle polpette strepitose.
Cucinava delle polpette speciali che io ho mangiato solo da lei, in tanti abbiamo provato a rifarle seguendo pedissequamente la sua ricetta, ma non sono mai riuscite a nessuno.
Quelle erano le sue polpette, dentro c'erano tutto il suo amore, la sua dedizione, le sue mani, il suo olio, l'odore della sua cucina.
Senza le sue polpette non era Natale.
Quando è morto suo marito, il mio zione bello, dolcissimo uomo premuroso che l'ha trattata come un fiore prezioso fino all'ultimo dei suoi giorni, era smarrita ma dritta, addolorata e fiera, piena di tutta una vita d'affetto.
Nella chiesa gremita nonostante un agosto rovente, difendeva il suo amore ribadendolo.
E' stata forte, ha continuato ad appassionarsi, a seguire figli e nipoti con trasporto,a cucinare polpette, ma il suo sguardo era cambiato, era sempre un po' oltre ciò che le si parava davanti.
Un mese fa mi ha chiamata per dirmi che, anche se ormai era vecchia, mi avrebbe volentieri aiutata per qualsiasi cosa fosse servita a me o a mia sorella in difficoltà.
Dopo la sua chiamata, l'ho immaginata tornare ad occuparsi di tutto con precisione e forza, come faceva sempre.
Pensarla ferma in coma, costretta in un letto, era una tortura per tutti.
Domani, tornando dal suo funerale, tenterò di rifare le sue polpette, lascio la ricetta scritta sul mio prezioso libro, si intitola "le polpette di zia", e nessuno potrà mai dimenticarla.Lei.

domenica 9 agosto 2015

Io sono



Io sono il mare, le sue onde, la sua brezza frizzante,i primi bagni di primavera, gli scogli che filtrano l'acqua,l'odore di sale e di pesce che porta il vento.
Io sono la sabbia sottile che scorre sulla pelle, quando scotta a metà del giorno e brucia a tradimento.
Io sono l'ombra dei boschi, il profumo umido di terra e funghi, le more selvatiche e le spine dei rovi.
Io sono la montagna aspra, alta e prepotente,il maglione indossato in alta quota a riparare i brividi, il panino al formaggio nello zaino.
Io sono la salita verso la vetta, il fiato spezzato, io sono la discesa che sfilaccia le ginocchia, il temporale improvviso che fa tremare la terra, sono la pioggia incessante che ti cola nelle ossa.
Io sono il lago, le sue anse rotonde, la sua stasi, la sua calma,l'immobilità dell'acqua.
Del lago io sono lo scuro del profondo, il guazzetto brodoso dei pensieri, la melma e la sabbia che avviluppa le gambe incapaci di spingere.
Del lago io sono il mulinello impazzito, il frullare dei battiti del cuore, la bocca che cerca l'aria.
Io sono il rossetto mezzo cancellato dopo il pranzo, il rimmel trascinato da una lacrima che non volevo piangere, le gote rosse dopo un imbarazzo.
Io sono la domenica mattina quando c'è il sole, e la notte d'estate che si gonfia di vento fresco a portare il sonno sulle palpebre stanche dell'uomo.

Sono gli occhi che non ci guarda più dentro nessuno, perchè ci ho nascosto così tanto dentro, che il colore è mutato.

domenica 2 agosto 2015

Il bambino felice


Ride spesso con il suo viso aperto e schietto.
Ha una sventagliata di dentoni buffi, almeno quattro in più del dovuto.
Indossa tute di pile e maglioni che non vedevo più da almeno vent'anni.
Porta il nome del nonno paterno, morto prima di conoscerlo.
Profuma di naftalina, ha degli occhialetti di plastica azzurra, d'estate non va mai in vacanza ma è contento di fare avanti-indietro fra Roma ed Ostia per tutto agosto, portandosi l'insalata di riso da casa.
D'inverno non va mai in vacanza ma è entusiasta di fare avanti ed indietro tra Roma ed il Terminillo portandosi i panini con la frittata da casa.
A Babbo Natale ha chiesto un Monopoli e non un tablet,gioca assemblando fossili di dinosauri e costruendo ziggurat, mette dei pedalini sotto ai pantaloni e non dei calzini come gli altri suoi coetanei, ha lo sguardo vispo ed esplode in un:"incredibile, grazie!" se solo gli offri una liquirizia od uno zainetto come regalo di Natale.
Ti ascolta attento quando parli e ti racconta della sua vita senza incontrare angosce nè blocchi, semplicemente si racconta per lasciarsi vedere e conoscere.
Il lunedì mi chiede sempre cosa ho fatto nel fine settimana e come mi sento.
Ha fatto la comunione indossando un buffo paillon, aveva una camicia dal sapore antico, ha regalato bomboniere di porcellana lucida.
Abita nell'estrema periferia di Roma ma non dice una parolaccia, un tempo possedeva un cane che amava moltissimo e che una brutta notte è scappato da casa sua, lasciando tanta tristezza nel suo cuore di padroncino modello.
Mi chiede quanto ci vorrà a superare le proprie difficoltà scolastiche, perchè studiare a volte, gli procura tanta fatica.
Gioca a calcio in una squadra improbabile che si chiama il Santa Rita, vorrebbe fare l'attaccante ma lo mettono sempre in difesa, va tutti i pomeriggi all'oratorio e torna da quel posto tutto impolverato e sudato, entusiata e col fiatone.
La sera prima di addormentarsi prega.
Lo osservo spesso restando in silenzio, è così dolce e tenero nei suoi nove anni striminziti, che è un piacere starlo a guardare.

E' raro, è prezioso, perchè è semplicemente, incredibilmente, un bambino felice.

lunedì 13 luglio 2015

L'attesa



Lei era fuori dall'ospedale, l'asfalto era rovente di sole, l'aria si muoveva come fosse fumo deformando oggetti e strade.
Era asciutta, come si asciugava ogni volta che aveva paura, un dimagrimento del benessere più che della carne.
Aveva respirato a stento fino al momento in cui l'avevano legata stretta ed infilata nel tubo, lì dentro non aveva praticamente respirato.
I suoni violentissimi le avevano fatto compagnia mentre lei cercava di spingere il pensiero al di sopra del tubo, lontano da quella plastica pallida, dalla malattia, dal dolore, dalla pompetta sudata che stringeva nella mano destra.
Ne era uscita da quel tubo asfissiante, aveva camminato per risalire le scale, aveva risentito il sole e l'aria.
Aveva aspettato i risultati per un'ora, bevendo tè freddo lentamente.
Intorno a lei altre donne ed altri uomini attendevano.
Chissà a cosa pensavano, se le immagini che scorrevano dentro di loro erano le stesse sue, se si assomigliavano le paure e le domande.
Avevano ritirato le risposte quasi contemporaneamente, lei aveva aspettato ancora un po' tenendo la cartellina fra le mani.
Una donna aveva iniziato a piangere forte, l'altra sembrava quasi abituata a questo momento e passeggiava leggendo piano.
Sarebbero arrivati giorni senza sonno, ondate di paura agghiacciante, sensazioni di qualcosa di buono che invece poteva arrivare, fiducia improvvisa, forza e fragilità indicibili, sarebbero arrivati i giorni dell'offesa della carne, dello strazio dei corpi costretti nei letti da mesi, delle ore in cui qualcuno aveva fatto battere il suo cuore e respirare i suoi polmoni al suo posto, sarebbero arrivati giorni di camici allacciati dietro e flebo e drenaggi infilati nella pancia, sarebbero arrivate orrende minestrine scotte e flebo fuori vena, telefonate ai figli e baci alla loro macchinetta portafortuna, sarebbero arrivati gli urli stravolti dei malati soli nella lunga notte del reparto, la madonnina con la mano incollata in mezzo all'atrio dell'ospedale dove molti pregavano in silenzio, sarebbero arrivati i massaggi di sua madre sul viso e sulle spalle, la corsa dietro alla lettiga per soffiarle sulla testa un "è tutto finito".
Sarebbero arrivate le sorprese belle, le risate nonostante, la doccia rinfrancante, il sonno finalmente il primo sonno a casa.
Sarebbero rimaste le canzoni piantate nelle orecchie per superare la notte, il profumo della chirurga mentre spiegava i rischi dell'intervento senza minimamente capire quanta paura stesse gettando dentro ad un cuore solo.
Sarebbero rimaste pagine da scrivere ancora, con la faccia illuminata da questo schermo azzurro, come stasera.

domenica 21 giugno 2015

Una madre normale

Ci sono stati momenti in cui vi ho divertiti fino alle lacrime.
Giorni in cui vi ho stupiti, allattati, protetti, coperti.
Ci sono state intere notti in cui ho vegliato sulla vostra febbre, controllato le vostre flebo respingendo il sonno e la fame e l'arresa.
Ci sono stati giorni in cui mi sono sentita la peggiore delle madri, pomeriggi nei quali vi ho offerto cartoni animati in sostituzione di me.
Ci sono state occasioni nelle quali ho avuto la certezza di riuscire a proteggervi, altre in cui vi ho letteralmente salvato la vita.
Ci sono stati pranzi con la migliore delle carni, il pesce più fresco, le verdure biologiche, e pranzi nei quali un toast mi è sembrato troppo da prepararvi, uno scoglio insormontabile.
Ci sono state punizioni esagerate, schiaffi brucianti che hanno fatto male prima di tutto alla mia coscienza, nottate in cui ero così stanca che ho finto di non sentirvi.
Ci sono stati dei No detti al momento giusto, con convinzione e fermezza, ci sono stati dei Si detti per sfinimento e perché era l'unica cosa che avrei potuto sopportare in quel momento, un risolutore Si.
Ci sono state ginocchia piegate dal peso e paure che mi hanno risucchiato ogni voglia.
Ci sono state feste di compleanno nelle quali ho giocato con voi e con i vostri compagni con energia e gioia e feste nelle quali ho pensato per tutto il tempo che sarei voluta stare ovunque piuttosto che lì.
Ci sono state storie buffe raccontate bene e ninne nanne cantate a denti stretti perché l'unica cosa che desideravo era andarmene ad incontrare un sonno balsamico e profondo.
Ci sono state domeniche di gite ed arrampicate e domeniche di noia e sconforto.
Ci sono state volte in cui ero dentro di voi anche guardandovi da lontano e giorni in cui ero lontano pur avendovi vicino.

Ogni giorno, lentamente ho capito che quella ero sempre io, non una madre speciale, non una madre peggiore, non una madre migliore, ma sempre io, un essere umano con dei figli, una donna con tutte le sue contraddizioni, semplicemente una madre normale.

lunedì 8 giugno 2015

Quattro giugno


Sei nato il quattro giugno, un giorno lunghissimo dopo una gravidanza lunghissima.
Non sapevo dire ancora la parola mamma riferita a me.
Eri una meraviglia ed una fitta di paura mi ha attraversato l'anima quando ti ho visto uscire nel mondo, così piccolo, cosa avrei potuto fare per proteggerti?
Succhiavi il latte al seno per pochi minuti e subito ti addormentavi, ascoltavi le storie che ti raccontavamo per ore, facevi mille domande.
Con te è stata da subito un'avventura incredibile, le tue prime parole così presto, i tuoi occhioni grigio-blu e le ciglia fittissime, piene di sguardi curiosi ed attenti.
Quando correvi trotterellavi e mi facevi tanto ridere, volevi uscire ed arrampicarti, giocare all'infinito.
Siamo stati un tutt'uno io e te, mano nella mano, fra pic nic e merende sui plaid, giochi di ristorante e pastrocchi di ogni genere.
La prima volta che ti ho lasciato per tornare a lavoro è stato come se mi strappassero la carne a morsi ma crescere ci ha fatto bene.
Ti svegli sempre all'alba carico di energia e mille progetti, sei leale e corri senza risparmiarti.
"ci prendiamo una bella pizza bianca mammina?" mi dicevi il pomeriggio quando sentivamo sfornare le teglie candide e profumate.
Oggi hai dieci anni, i capelli sempre più spettinati, il cuore gentile, un modo leggero di fare qualsiasi sport, scrivi in una grafia incomprensibile, detesti disegnare, ti incanti davanti a qualsiasi lavoro che si possa osservare, divori film di ogni genere e documentari sulle otarie o sulle blatte.
Sei bello, e dietro quelle ciglia lo sguardo è sempre lo stesso, vispo e limpido.

Hai detto che hai finito le dita delle mani per contare i tuoi anni, e come ti ha risposto tuo fratello:adesso dovrai iniziare con quelle dei piedi.

Buon compleanno amore mio.

lunedì 18 maggio 2015

Facciamo piano




Lascia che ti sbottoni lentamente la camicia.
Fammi avvicinare all'odore caldo del tuo petto e fammi restare lì per un po' a respirarlo.
Sta fermo e permettimi di piangere davanti alla tua pelle pallida, che ancora non ha visto il sole di questa stagione.
Fai in modo che io possa seguire il verso di ogni tuo singolo pelo, con un dito, con la lingua, con i miei occhi.
Lasciami scoprire il tuo collo grande per guardarci dentro la vita che ti fa battere ancora.
Fatti raggiungere dalle mie mani, lì all'attacco delle tue cosce che hanno corso tanto, fammi scorrere con i polpastrelli la tua spina dorsale dentro la quale sono scivolati dolori e piaceri, fremiti e brividi, di tutta una vita.
Mostrami la cicatrice, la falla, lo sbreco incisi sulla tua carne.
Fatti baciare tutto, fatti baciare le palpebre e le ciglia lunghe dei tuoi occhi miopi.

Io e te, per un intero giorno, per un'intera notte, facciamo piano.

venerdì 8 maggio 2015

Approdi


Mi piace vedere come stai al mondo
Amo sentire l'odore che hai su questa terra
Mi incanta osservare il tuo passo per la strada
Mi diverte intercettare il tuo sguardo sulle cose
Mi gonfia il cuore vederti dormire
Mi commuovo seguendo il ritmo del tuo respiro
La tua voce riecheggia dentro alla mia anima antica

Spesso mi lascio portare dall'onda, talvolta annaspo, talvolta arrivo sulla battigia zuppa e senza fiato, altre volte mi sembra di nuotare contro corrente, altre ancora i crampi mi mordono le gambe,ogni tanto ho l'impressione di aver attraversato un oceano intero senza poi trovare un approdo.

domenica 26 aprile 2015

Il mio controverso rapporto con la tecnologia



Quando, dopo anni che ho lo stesso indirizzo mail e password, tentando di entrare come sempre nel mio server abituale per leggere le mia posta elettronica, mi dice improvvisamente, con una scritta minacciosa e rossa: "ID o PASSWORD non corretti" ed io la digito nuovamente, applicando mille variabili, in stampato, in stampato minuscolo, tutto grande, tutto piccolo,solo le iniziali grandi, solo le iniziali piccole, il trattino in alto piuttosto che in basso, e poi, esattamente scrivendola come sempre, decide di concedermi l'accesso, come ai vecchi tempi.
Ogni volta che entro sulla mia pagina di home banking e clicco il generatore di numeri, ne leggo il codice lunghissimo e trascrivendolo penso: "ma se ne scrivessi uno inventato cosa succederebbe? come fanno a comunicare fra di loro un sito bancario ed una specie di accendino di plastica?" e poi mi manca sempre il coraggio.
Ogni volta che riduco ad icona e sono convinta che perderò l'intero file, nell'infinito abisso interinale.
Quando, per dimostrare di non essere un robot (ma perché mai?)digito tremante l'indecifrabile codice numerico messo su uno sfondo raffigurante una finestra fuori fuoco, e mi sento una perfetta idiota.
Quando, con il dito indice seleziono un link che voglio condividere su whats app, e poi prendo,con lo stesso dito ed il pollice una galletta di mais da sgranocchiare, ed ho la netta sensazione, fortissima, non allontanabile, di aver ingoiato anche il link selezionato.

lunedì 13 aprile 2015

Desideri o bisogni


Mi hanno chiesto se vi ho desiderati o se ho avuto bisogno di avervi.
E' stato difficile rispondermi.
So solo che mi manca così tanto quando eravate piccini.
Mi mancano i gesti di cura, quelli piccoli, continui, minuziosi, le copertine, i cappellini, il latte al seno da offrirvi quando piangevate, avevate sonno fame o paura.
Mi manca potervi cullare, proteggere, salvaguardare.
Mi manca stare dentro la vostra testa, dentro ai vostri respiri, dentro ai desideri che indovinavo appena si affacciavano.
Mi manca coprirvi, decidere per voi, sapere cosa fosse meglio in quel preciso istante.
Mi manca prendermi cura di voi perché con voi mi prendevo cura di me.
Mi manca l'avervi addosso, lo stringervi, il mischiarvi con la mia stessa pelle.
Mi manca quando dormivamo attaccati mentre fuori pioveva o c'era il sole ed il mondo andava mentre noi restavamo, un tutt'uno di amore e pausa.
Vi guardo crescere, correre lontano, decidere se coprirvi o meno, se mangiare o saltare un pasto, vi guardo cercare di diventare ciò che siete e sarete e mi riempie di gioia e mi riempie di terrore.
Ogni passo più lontani da me,sempre più lontani dai cucchiaini pieni d'amore imboccati facendo le facce buffe, ora invece masticate il mondo con il vostro ritmo ed avanzate con i vostri tempi.
Fate cose che non vedo, scoprite cose che non conosco, mi sono resa conto che pregate insieme il sabato mattina e chissà come sia nata questa cosa segreta fra voi, mentre io ero di là che lavavo i piatti e riempivo lavatrici.
Iniziate a scegliere i pantaloni più giusti, a chiedere oggetti dei quali credete di avere bisogno, a viaggiare senza di me, a parare rigori, a subire ingiustizie e spintoni, a fare domande così difficili che mi sembra di non avere mai avuto una risposta.
Avete iniziato a gareggiare ed il tifo spudorato che faccio per voi da qualsiasi angolazione, mi fa quasi tenerezza.
Diventate grandi, ogni giorno di più ed io mi trovo ad arretrare per farvi spazio e poi a corrervi di nuovo addosso per non lasciare che questo spazio vi disorienti o vi faccia smarrire la strada.
In un ritmo doloroso ed eccitante, mi troverete sempre qui, a guardarvi diventare voi, in un esplosione di stupore immenso e di fiato sospeso, a mettere via piatti che si saranno ormai freddati perché avrete mangiato altrove, ma continuando a cucinare per quando tornerete qui affamati.

mercoledì 1 aprile 2015

Pesce d'Aprile




Per i primi quattro mesi di gravidanza eri minacciato da un buco nella placenta, ma sei rimasto aggrappato come una scimmietta al suo albero.
Sei stato per il resto del tempo in cui ti ho atteso, puntato di testa a darmi capocciate per aprirti il varco verso la luce.
Sei nato con pochissimi capelli biondi, gli occhi già azzurri fiordaliso che non sono mai cambiati, un accenno di collo ed una distribuzione di grasso corporeo, imbarazzante.
Appena ti spostavano da me per misurarti, pesarti, lavarti, urlavi come un'aquila, ti attaccavi al seno con fretta, risolutezza e voracia.
Volevi solo latte ed hai continuato a volerlo per lunghissimi mesi.
Sapevi esattamente come ti piaceva essere tenuto in braccio e facevi di tutto per farcelo capire, hai preso a calci e lanciato il mondo intero, quando non ottenevi ciò che volevi.
Hai manine dolcissime e coccole tenere per pochi intimi.
Mi annusi e mi riconosci anche nei maglioni lasciati in giro, sei intelligente e testone, generoso e caparbio.
Invii allegati e scarichi aggiornamenti dal pc o da altri dispositivi come dici tu stesso.
Ti arrampichi ma con prudenza, la notte ti togli le coperte scalciando come un puledro pazzo.
Mangi solo quello che ti pare quando ti pare e queste condizioni si applicano più o meno a tutte le tue attività vitali.
Hai imparato a tuffarti dal bordo senza braccioli, quando risali dall'acqua sembri sconvolto e felice, mi saluti sempre dal vetro quando ti guardo, ti metti la cuffia lasciando fuori le orecchie e ti fai la doccia da solo usando un quintale di bagnoschiuma.
Hai ascoltato in silenzio le parole dei grandi ed improvvisamente hai iniziato a parlare, hai osservato i passi degli altri ed improvvisamente hai iniziato a camminare, hai ascoltato ma soprattutto osservato letture e libri ed a cinque anni hai iniziato a leggere.
Ami le lenzuola pulite e gli abiti molto femminili per me.
Leggi tanti libri, a volte vuoi farlo da solo, in silenzio, poggiato di sguincio su un letto o su un divano
Cerchi la compagnia ma sai stare da solo, ti piace restare a casa e preparare dolci o colorare zitto zitto.
Fai delle litigate furiose con tuo fratello che adori e spesso lo chiami:" Giacomì".
Oggi festeggeremo i tuoi sei anni al parco, con un grande pic-nic e tutti i tuoi amici.
Speriamo che quest'anno tu non abbia da ridire niente sulla torta, come sei solito fare, l'ho presa esattamente come vuoi tu, tutta panna e cioccolato, tanto non la mangerai lo stesso.
Buon compleanno Amore mio.

giovedì 26 marzo 2015

Un bicchiere di vino


Sarebbe bello potermi permettere di bere un bicchiere di vino.
Vorrei essere capace di lasciarmi andare e berlo senza paura.
Sarebbe bello bere serenamente e rovesciarti la testa sulla spalla, la spalla grande che hai.
Vorrei dirti "occupati di me ora che sono un po' brilla e mi viene da ridere ma soprattutto da piangere".
Sarebbe bello lasciarmi andare ovunque senza controllare, permetterti di portarmi senza che io guardi e controlli.
Vorrei assaporare il vino e la sua freschezza, raccontartela con gli occhi chiusi, vorrei che mi ascoltassi e poi mi azzittissi con un dito premuto sulle labbra.
Sarebbe bello che cercassi le tracce del vino sulla mia lingua,che mi baciassi l'anima ubriacandola più dell'alcool.
Vorrei che mi toccassi la schiena, dovresti davvero toccarmi la schiena e provare a succhiarle via la paura, a farle di nuovo scorrere dentro il sangue ed il calore.
Sarebbe bello se ti potessi occupare della mia pancia offesa, snaturata, vuota, mentre la mia testa gira dolcemente senza atterrirmi.
Vorrei sorseggiare il vino mentre mi ami senza freni, per scoprire un vitigno assolato ed aromatico, scandalosamente profumato dentro alla mia gola, un vino fatto apposta per me.

Desidererei tantissimo un bicchiere di vino mentre sono ancora astemia, anche oggi che ho quarant'anni.

sabato 14 marzo 2015

E' già Marzo ma io non lo sapevo



Non so mai quando inizi la quaresima, ignoro quale sia la carreggiata interna, non sono in grado di leggere il contachilometri di una macchina e dire "sono tanti chilometri, sono pochi chilometri", non ricordo mai se a Marzo debbo mettere l'orologio avanti od indietro e soprattutto non ho mai compreso se dormiremo un'ora in più od un'ora in meno in quel frangente.
Non sapevo cosa volesse dire sentire di non farcela, di non avere più le risorse, di temere di non avere latte a sufficienza.
Non ho mai saputo quali fossero i giorni della merla e non so come si faccia a dire quella cosa che dell'inverno semo dentro o semo fora.
Non credevo che avrei mai sognato di essere incappucciata come un boia ed esposta al pubblico schifo,non sapevo che infondo non mi fido di nessuno, neanche di chi mi deve addormentare per operarmi.
Non so come Binacci faccia ad avere il mio numero di cellulare, perchè compriamo le uova prendendole dallo scaffale e poi le infiliamo subito in frigo, non capisco come si possa trasferire una musica da un violino ad un cd di plastica, cosa ci sia dentro ad un arcobaleno perchè a me pare di vedere solo poesia.
Mi è ignoto come si possa applicare la formula "soddisfatti o rimborsati" ad uno yogurt che promette defecazioni facili (si deve allegare un'ecografia addominale?), mi distrugge come possano esistere persone senza pietas, donne senza complicità, sorelle senza bene.
Mi sconvolgono la solitudine ed il lievito per i dolci, credo che nessuno voglia andare alla festa di compleanno di qualcuno,non capisco perchè certe canzoni mi piacciano così tanto, perchè la gente ponga domande assurde del tipo:" sei ingrassato?" "quando fate un figlio, quando fate il secondo figlio?" "quando ti sposi?".
Non comprendo quelle con i sandali ad ottobre quando già piove da un pezzo, quelli che comprano 64 barattoli di pomodoro, le donne con le unghie di gel spesse 20 centimetri e le borsette tenute addotte al petto.
Ignoro come qualunque essere umano possa trovare bello un tessuto zebrato o maculato, o scegliere dei mobili scuri laccati di legno massello su cui adagiare centrini rigidi.
Non conoscevo la sensazione orribile e terrificante di non percepire più una parte del proprio corpo e pensare di averla perduta per sempre.
Non sapevo cosa volesse dire interrompere la cosa più naturale e bella che una donna potesse vivere, sognare acqua calda alla quale affidare il proprio figlio mentre si cerca di capire se lo si può fare ancora oppure no.

Non ho avuto il coraggio ed intanto era già Marzo.

sabato 7 marzo 2015

Non farti vedere Nuda



Finisce un'altra giornata normale e per questo bellissima, mi spoglio lentamente, lasciando scorrere quel tempo utile a sentire un pò di freddo, quel tanto che basta per avvertire i brividi e poi rivestirmi per la notte, calmandoli con il calore dei panni.
Mio figlio piccolo mi guarda, si avvicina e mi sussurra nel buio:"mamma non devi farti vedere nuda:"
"perchè tesoro?che male c'è, sto andando a letto" chiedo io distrattamente, continuando a spogliarmi.
"non devi farti vedere nuda da nessuno mamma, sei troppo bella, sei troppo sexy, se qualcuno ti vede nuda poi ti sposa".

domenica 22 febbraio 2015

Sospesa



Il depilatore elettrico è rimasto fermo sul mio comodino.
Il libro che stavo leggendo è incagliato a pagina 63 da una settimana.
Il mio costume è rimasto appeso al termosifone.
Non ho finito di scrivere le relazioni cliniche.
Non sono più andata dal parrucchiere.
Non ho camminato veloce nel parco, nè ho più gonfiato la ruota della biciletta per andarci a lavoro.
Ho messo i calzini sporchi nel water invece che nel cestone della biancheria.
Non dormo un buon sonno da troppe notti.
Sensazioni assurde, inaspettate, un sentire esagerato, esasperato, un battito, un calore, una spinta verso di qua e poi subito dopo verso la parte opposta.
Se potessi vedere dentro una scelta ed indovinarne l'esito, se potessi sbirciare il suo viso,le sue manine, se potessi misurare la mia forza, la mia resistenza, quantificare il mio egoismo, andare infondo alla mia paura, guardare in faccia il mio terrore.
Se potessi vedere le due porte e cosa c'è oltre la loro cornice.
Se solo avessi la possibilità di conoscere chi potrei diventare, assecondare la sorpesa, sentire il coraggio,abbandonarmi all'onda delle cose.
Se solo trovassi pace in questi giorni febbrili, in questi miei movimenti irrequieti,se potessi tornare ad aspettare la primavera come facevo pochi giorni fa.
Se solo avessi ancora voglia di strizzarmi dentro una taglia 42.
Se solo fossi più leggera, più semplice, meno zavorrata.
Se solo fossi capace.
Se solo capissi chiaramente di non essere capace.
Se non mi sentissi così profondamente sola anche se è giusto così.
Se indovinassi la risposta giusta come in un quiz a premi, dritta verso la vittoria.

Se solo potessi fermarmi e darmi la possibilità di sorprendermi inaspettatamente felice.

mercoledì 18 febbraio 2015

Mi commuove



La genetica mi commuove, le dita come suo padre, la voce di sua nonna, un modo di addormentarsi, il disegno delle sopracciglia, la genetica mi devasta proprio l'anima.
La musica mi commuove, specie certe mattine mentre guido ed accendo la radio ed una canzone è trasmessa per le mie orecchie ed il mio cuore.
La primavera che trovi dentro le ultime giornate d'inverno, mi commuove, niente mi commuove di più di un sentore di primavera nel naso e negli occhi.
Mi commuove l'odore del mare la mattina presto ed i panini delle mamme dentro agli zaini dei loro figli.
La neve mi commuove, perchè è zitta ed assomiglia ad una poesia d'infanzia.
Mi commuove la mano di un bambino che dorme, una donna che compra un test di gravidanza, le prime fragole al mercato.
Mi commuove "vorrei" di Guccini e la colazione della domenica mattina.
Mi commuove il gesto dell'abbraccio ed una carezza sul viso.
Mi commuove il signore anziano che si fa la barba e si mette il profumo.
Mi commuove lo squillo del vicino di casa al quale non può risponde più da un mese.
Il nonno del bambino piccolo che porta in braccio il suo nipotino tutte le mattine sia che piova o che faccia freddo, senza mai posarlo a terra.
Mi commuove l'odore del pane all'alba ed un sogno che mi accompagna per tutta la giornata.
La frase che dice Tom Hanks a quella disgraziata di Catherine Zeta Jones, quando lei gli chiede: "tu cosa aspetti?" e lui risponde:"te,aspetto te".
Mi commuove Giulio Cesare in ginocchio davanti a Commodo che gli dice:" i tuoi difetti di figlio sono le mie mancanze di padre, perdonami".
Mi commuove sempre con la stessa intensità la storia d'amore di Up, soprattutto quando lei non ce la fa più a risalire la collina e lui le tende la mano.
Mi commuove l'ennesimo, nuovo, piccolo pazientino che mi chiama "Titia".

sabato 7 febbraio 2015

Quando facevo l'amore



Quando facevo l'amore con M. mi sentivo bellissima, lui non mi restituiva mai l'mmagine di un mio difetto, fosse anche uno solo, nonostante se lo trovasse davanti agli occhi o fra le mani, lui non lo vedeva.

Ma io ho la cellulite.

Quando facevo l'amore con D. mi sentivo sempre inadeguata, flaccida, grassoccia, brutta, senza cose piacevoli da mostrare.

Ma io ho dei bellissimi piedi.

Quando facevo l'amore con lui, mi sentivo io, riuscivo a rintracciare il mio odore, a seguire il mio movimento, potevo osservare la linea della mia spalla, riconoscere le mie gambe, sentire le mie labbra.

Facendo l'amore con lui ero semplicemente io.

Con la mia cellulite ed i miei bellissimi piedi.

venerdì 30 gennaio 2015

Nuoto Libero



Mi spoglio velocemente, è comodo perché le ultime cose che tolgo saranno le prime che indosserò dopo, a ritroso.
Cammino dentro i corridoi lunghissimi, salgo le scale e la vedo, immensa, piena di cloro e vapore, pochissimi rumori di bracciate e respiri.
Quell'odore mi prende alla gola nascosta dell'infanzia e mi ricordo bambina e secca, spaurita e confusa.
Non mi ricordo se mi piacesse veramente.
Siamo pochissimi a quell'ora, talvolta inizio persino da sola.
Entro lentamente, ogni volta la temperatura è diversa, la valuto, la saggio, la lascio passare su di me.
Mi immergo e scivolo dentro di lei spingendomi con i piedi, la testa bassa, gli occhi dentro l'azzurro.
Se non è nuvoloso, un raggio di sole risplende di mille specchietti vibranti, mi ci tuffo dentro, mi fermo a galla in superficie, respiro all'indietro, spalanco le braccia e le gambe, lei mi prende tutta.
Nuoto e nuoto, il cuore mi rimbomba nelle orecchie, a bracciate mi mangio l'acqua e la distanza, vado avanti ed indietro, su e giù fra le corsie.
Talvolta nuoto ascoltando l'armonica di Bob Dylan, o Bocca di rosa, od un rullo di batteria, oppure mi canto una canzone da sola.
Talvolta ascolto la noia dell'andirivieni solitario, talvolta accetto la paura, la fatica, la sensazione che oggi non ce la farò.
Alcune mattine mi scrollo il sonno dalle spalle, altre mi cullo nel calore e vorrei solo tornare a dormire.
Scivolo lenta sul pelo dell'acqua, poi accelero, poi batto fortissimo.
Sospesa fra il dentro ed il fuori, fra il peso e l'oblio.
Nuoto e nuoto, le mie braccia, le mie gambe, la mia testa, rompono l'acqua, fuori piove o tira vento, ed io guardo gli alberi dalle grandi finestre chiare.
Gioco con l'acqua e mi lascio andare sul fondo, poi mi rigiro sul ventre, danzo nell'acqua.
Faccio capriole e sto finalmente zitta.
Non competo più e mi parlo senza tentare di piacermi.
La botola dell'acqua che pulsa non mi fa più paura.
Non mi fa più paura neanche sbattere sul bordo mentre nuoto a dorso, talvolta infatti ci picchio la testa e sorrido di me, finalmente non ho controllato la distanza usando le bandierine blu come riferimento.
Nessuno sa che sono lì, niente può raggiungermi in quel posto, nessuno può chiamarmi in quel tempo, dentro quel liquido non sono una madre, una professionista, una sorella, una moglie.
Dentro quello spazio liquido non può accadere quasi nulla, non sono raggiungibile se non dalla morte, quella sa sempre dove trovarti.

Dentro l'azzurro non sono quasi niente eppure sono finalmente tutto.




domenica 25 gennaio 2015

L'ultimo incontro



Lei non era stata affatto originale.

Come tanti prima e dopo di lei, gli aveva chiesto un altro incontro.
Un ultimo incontro.
Voglio rivederti.Gli aveva detto.
Voglio piantarti gli occhi addosso.
Voglio guardare la vena battere sul tuo collo.
Voglio sentire ancora il tuo profumo.

Così gli aveva detto.
Voglio vederti accanto a me, allungare la mano e trovarti.
Voglio agganciarti con la mia coscia e tenerti fermo un'ultima volta.
Voglio riconoscere i tuoi gesti, i movimenti che iniziavo a conoscere bene, a volte addirittura a prevedere.

Lei era stata capace di chiederglielo persino stando zitta per mesi.

Voglio guardare dentro ai tuoi occhi, fissare il bordo della tua camicia mentre ordini il caffè.
Voglio vedere se è vero che sei bravo a stare senza di me, oppure hai finto finora.
Voglio sedermi vicino alle tue mani, stringerle un attimo, poi più a lungo.
Poi voglio starti davanti alla faccia ad annusare il tuo respiro,chissà se è cambiato.
Voglio un tuo ultimo abbraccio, sapere che sarà l'ultimo e da lì potrò capire se sarò in grado di ripartire, senza.

Lei gli aveva chiesto un'ultima volta insieme, con lo sguardo, con una lettera, con un messaggio più divertente o brillante del solito.

Voglio sentire se bruci ancora per me da qualche parte, se è sparito tutto o lo hai solo soffocato.
Voglio che sbirci ancora una volta se deglutisco davanti a qualcosa di buono.
Voglio vedere se stando vicini ci viene di nuovo voglia di fare l'amore e se ne siamo ancora capaci.
Ti chiedo un ultimo incontro perchè spero potremmo accorgerci che non è possibile sia l'ultimo.

Lei aveva fatto tanta fatica, una fatica bestia per farsi dire di sì da lui che aveva continuato a stare zitto e distante per un tempo lunghissimo.
Lei lo aveva osservato, provato a risolvere, a lasciarlo andare, a riprenderselo, a sedurlo, a farlo ridere.

Ad un certo punto lui le aveva detto di si, si sarebbero rivisti.
Lui le aveva concesso un altro incontro.

A lei era sembrato di scoppiare di gioia, le tremavano le ginocchia, pensava a cosa avrebbe indossato, a quali passi la avrebbero condotta da lui, a come lo avrebbe potuto guardare fino a dentro.

Poi di colpo si era sentita stanchissima e sgonfia, quasi nauseata dalla stanchezza.

Aveva finalmente trascinato il cadavere di un uomo, fin sull'uscio della sua casa, poi lo aveva guardato bene, morto ed arido, zitto ed inerme, incapace di un qualsiasi slancio verso di lei, ed allora si era domandata sfinita:" ed ora che ci faccio?"


venerdì 16 gennaio 2015

I piatti sporchi


Amore mio
vivere accanto a te è come quando hai lavato una pila di piatti, pentole, posate, bicchieri.

Amore mio calvo
Starti accanto è come quando hai insaponato, sgrassato, smacchiato, grattato per ore, oggetti unti che galleggiavano dentro ad un'acqua sempre più torbida e schiumosa, tanti oggetti maleodoranti e viscidi.

Amore mio vecchio
stare con te è come quando hai appena finito di sciacquare una montagna di cose schifose e scivolose, ed hai già asciugato perfettamente il lavandino, riposto la spugnetta, chiuso il rubinetto dell'acqua, impilato le stoviglie nello scolapiatti, assaporato il sollievo da tutto quel mal di schiena accumulato, una volta che, di lì a poco, ti saresti potuta finalmente abbandonare sul divano esausta, ed invece ogni volta arrivi tu, silenzioso e noncurante, mi metti un ultimo, dimenticato, piatto sporco dentro all'acquaio.

Ed io devo ricominciare.


venerdì 9 gennaio 2015

Il mito sperduto




Nel lettone, chiacchierando durante le vacanze natalizie, mi sfugge un esplosivo:"Bravo Filippo sei un mito!
Lui: "Mamma, cosa significa un mito?"
Io, madre spettinata, ciancicata, stanca, ore ventitré, lucine intermittenti ovunque:" Vuol dire qualcuno talmente bravo da entrare nella storia ed essere ricordato, uno forte e gagliardo"
"Mamma io non posso essere un mito"
"perché piccolino?"
"perché non sono un bimbo sperduto"
"spiegami Fili, che vuol dire un bimbo sperduto?"
"che io non sono un bimbo solo e sfortunato, io ho te che sei la mia madre, finchè ho te non può succedermi qualcosa nella storia"
"continua a spiegarmi ti ascolto"
"io ho te, se ci sei tu nella storia, non possono succedermi avventure, spari, cose brutte, tu mi proteggi, no, non posso essere un mito."

Inizia un nuovo anno, le lucine si sono spente, e stare dentro la sua Storia è bellissimo, anzi, mitico.

sabato 3 gennaio 2015

Lui aveva detto



Lui le aveva detto che lei aveva una specie di potere, era come se desse la luce ai posti che visitava, poco importava di quale luogo si trattasse, lei lo illuminava, e la sua era addirittura una luce rara e preziosa.
Lui le aveva detto che appena l'aveva vista entrare in quel bar, aveva perso quasi l'orientamento, come se alcune sue certezze gli fossero venute meno improvvisamente.
Lui le aveva detto che aveva delle mani bellissime, lunghe ed eleganti, mani che avrebbe cambiato religione perchè lo accarezzassero.
Lui le aveva detto che più volte aveva avuto la sensazione che lei avesse indossato un vestito appositamente per lui, scegliendo il taglio, il colore, il tessuto,l'accostamento con le calze e gli orecchini, ed ogni volta che lo aveva sentito, era stato bellissimo.
Lui le aveva detto che respirarle la schiena agganciandola per i fianchi, era stato sconvolgente, ma smarrire le proprie mani fra i suoi capelli, lo era stato ancora di più.
Lui le aveva detto che avrebbe dovuto mettersi dalla sua parte di tavolo perchè vedesse ciò che vedeva lui avendola di fronte.
Lui le aveva detto che tenerla stretta a sè lo faceva sentire vivo ed al tempo stesso annientato dall'impotenza di difenderla davvero quando ne avrebbe avuto bisogno.

Lui le aveva detto cose che nessuno le aveva detto mai, e lei infondo, amaramente, semplicemente, non ci aveva creduto.

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