mercoledì 23 marzo 2016

Con i baci


Lui l'aveva conosciuta camminando in montagna, l'aveva vista e l'aveva capita.
Sei meno di zero le aveva detto, ma poi la desiderava, la voleva per sè, vicino.
Sei meno di zero, si ripeteva lei, e come frase d'amore le era sembrata parecchio strana.
Lei era una selvaggia, giovane, spettinata, sola e senza vestiti nell'armadio della casa nella quale viveva con un cane femmina dall'orecchio moscio.
Lei ed il suo cane femmina, un giardinetto striminzito che amava, giardino che adornava per accoglierlo, con candele e tovaglie colorate, la musica diffusa intorno,un ombrellone bianco.
Cucinava per lui piatti senza radici, cercando di stupirlo, di coccolare il suo palato, di sedurlo, di renderlo dipendente da lei, dalla sua casetta irregolare, dal suo cane femmina, dal suo modo di fare l'amore, dal suo dormirgli accanto ed ascoltarlo con la bocca aperta mentre parlava.
Lei era giovane e tutte le sere gli saltava al collo con un tuffo allegro del corpo intero, lo cercava, lo annusava, lo toccava anche di notte.
E' lui, pensava ogni volta che gli venivano in mente le sue mani ed il suo petto, è lui si diceva quando lo immaginava diventare padre dei suoi figli, è lui, pensava quando si immaginava diventare madre dei suoi figli.
Malediceva ogni sigaretta che fumava, ogni graffio che gli aveva fatto la sua storia.
Lo avrebbe difeso da chiunque e da qualunque sgarberia, avrebbe difeso suo padre con gli occhi liquidi e sua madre piccolissima e tenera.
Ogni volta che lo aveva osservato da lontano, senza che lui sapesse di essere visto, le era piaciuto da morire.
Era ruvido e gentile con i deboli, giusto e fermo, lei lo trovava nello stesso posto ogni volta che smarriva la strada, lo poteva raggiungere di nuovo dopo aver vagabondato come il suo cane femmina dall'orecchio moscio, ed allora tirava nuovamente il fiato e si ritrovava.
Lui non si agitava, sapeva che una ragazza meno di zero come lei, sarebbe potuta diventare qualsiasi cosa avesse desiderato, se solo si fosse sentita guardata davvero, se la trottola del suo cuore e del suo sentire si fossero fermate almeno un poco.
Lei masticava i giorni e ricordava ogni singola volta in cui si erano amati selvaggiamente e baciati, baciati così a lungo da perdere la cognizione di ogni spazio ed ogni tempo.
Si erano urlati sulla faccia insulti e ricatti, frustrazioni e paure, si erano spintonati, persino sputati, ma non avevano mai smesso di baciarsi.
Erano passati quindici anni e baciarsi era ancora la cosa che preferivano fare sopra ogni altra, non riuscivano neanche a sfiorarsi senza passare dalle labbra e dalla lingua.
Così iniziavano ad abbassare il livello della rabbia e della stanchezza quotidiana, con i baci facevano pace senza parlare, con i baci facevano l'amore, con i baci avevano fatto i figli.
Attraverso la bocca contattavano i loro odori, spingevano i loro fiati lungo le gole affamate e si sbranavano e si perdonavano e si fondevano e si dimenticavano della vita e della morte.
Mentre tutto intorno perdeva di senso e loro arrancavano dentro alla fatica ed alle preoccupazioni, mentre correvano dentro ai giorni frenetici ed assaggiavano nuove pietanze e vecchi cibi, mentre si conoscevano sempre più a fondo e le debolezze e le fragilità erano ormai scoperte come le cose belle di ognuno di loro, si faceva sempre più forte la sensazione che quella fosse la vera storia di una vita.
Una storia reale senza orpelli, senza scusanti, una storia che li aveva visti lontani, uno dentro l'altro, traditi, separati e poi di nuovo insieme, comunque una storia da guardare dritta in faccia.

Una notte, dopo l'intervento, lei si era svegliata di soprassalto dentro al buio più intenso, si era svegliata morta, in un silenzio melmoso e fermo, un'oscurità impenetrabile, un peso intorno che le impediva il respiro ed il movimento, si era riempita di paura si, ma soprattutto di pena, la pena l'aveva invasa tutta mentre i suoi occhi fermi piangevano perchè non avrebbero potuto rivederlo un'ultima volta.

mercoledì 9 marzo 2016

Quando lei arrivava



Quando lei arrivava lui la sentiva prima che arrivasse.
Piombava come può fare una sciagura, fra capo e collo.
Faceva il chiasso di un gruppo di ragazzini, il suo arrivo era forte come finestre spalancate d'improvviso.
Cambiava l'aria in un colpo, diventava più fresca, più pulita, più frizzante.
Lui alzava il naso ed annusava in giro, lei era lì, al suo stesso piano di lavoro, dall'alto poteva talvolta guardare il suo ingresso nel grande ufficio.
Scendeva dal suo abituale taxy sempre trafelata, la spalla del cappotto scivolata in basso, la borsa a tracolla come le studentesse, i capelli perennemente spettinati, lunghissimi, spesso fermati da una matita mentre si metteva a fare le telefonate per la segreteria.
Indirizzi, cartelle, numeri di telefono, aveva tutto sotto controllo sempre, almeno a lui sembrava così.
Un ordinato disordine, solo lei sapeva raccapezzarcisi.
Quando era malata non era praticamente sostituibile in tutto quel marasma che aveva lasciato il giorno prima.
Quando lei arrivava lui trovava una scusa per andarla ad incontrare per i lunghi corridoi morbidi di moquette, il passo silenzioso, lo sguardo attento, le orecchie in ascolto sottile.
La voce di lei era ruvida, quasi maschile, maledettamente femmina.
Lui voleva solo guardarla, un pò da lontano, un pò da vicino dicendole cose senza senso.
Era come se pensasse che lei sarebbe stata troppo per lui, troppo bella, troppo giovane, troppo divertente, troppo appassionata, troppo fragile, troppo tenera.
Lui accanto a lei si era sempre sentito vecchio nonostante fossero nati nello stesso periodo.
Troppo stanco, troppo curvo, troppo anemico, troppo annoiato.
Quando lei arrivava era un fiume in piena.
Un tempo erano stati molto vicini, una passione bruciante, a tutto tondo, dove il sesso non era stata l'ultima cosa, ma forse la penultima, parlavano invece e ridevano ed il lavoro non era mai entrato nei loro discorsi.
Non erano mai diventati genitori, perciò ogni tanto parlavano di come sarebbe stato ed era bello ed era penoso farlo.
A lui veniva voglia di chiederle come si facesse a vivere e contemporaneamente di cosa avesse bisogno per farlo.
Lui talvolta avrebbe voluto omogeneizzarle la vita perchè a pezzi così grossi non ce l'avrebbe fatta ad ingoiarla, altre volte invece sentiva che da sola aveva già inghiottito e digerito tanti dolori ingrassando anche un pò per l'angoscia che le avevano lasciato addosso.
Era forte ed era minuscola, ed era giovane e vecchissima, quando lei arrivava era il riassunto di tutte le contraddizioni di una vita.
Era estremamente felice, e tristissima, era instancabile ed affannata per una semplice riunione del personale, era capace di rivoluzioni emotive che la lasciavano senza forze e poi di nuovo rigenerata, starle accanto non era facile.
Starle lontano era una condanna, una condanna alla quale avevano deciso di piegarsi dopo pochi anni, nel momento in cui solitamente una storia prende una forma precisa, è quello e non altro, oppure svanisce e muore.
Loro erano morti, avevano deciso che sarebbe stato più facile così, ma quando lei arrivava, sembravano ricominciare e respirare insieme, debolmente, senza intenzione.
Riprendevano a respirare naturalmente come un pesce rimesso in acqua, o come un uccello che ricominciasse finalmente a volare.
Lui non avrebbe voluto mai scuoterla nè guardarla in faccia per chiederle nulla, era esattamente tutto come prima, in fondo, da qualche parte dentro di lui, una parte della quale aveva smarrito le coordinate.

sabato 5 marzo 2016

Che razza di amore è?


Fratello maggiore rivolto a fratello minore:" però tu non vuoi bene al tuo peluche Yuma come io voglio bene al mio peluche Mimmo".
Il fratello più piccolo risponde con faccetta triste e confusa, la madre riversa bocconi sul letto, al termine di una giornata normotipo indi devastante, decide di intervenire: " sai figlio mio più grande, non è giusto fare sempre paragoni fra te e tuo fratello piccolo, giudicando in maniera negativa ogni cosa che vi rende diversi, te lo dico con il cuore in mano perché tu mi somigli molto ed anche io spesso tendo a pensare che se qualcuno non ama alla mia stessa maniera non ama bene e punto, tendo a credere che esista un solo modo di amare e tutto il resto è una scusa, ma vedi figliolo, fare questo è sbagliato perché ognuno possiede il proprio modo di amare e questo non andrebbe mai misurato, prendete me e papà, siamo molto diversi in coppia, io bacio, abbraccio, faccio coccole, complimenti e lui no, questo non vuol dire che mi ami di meno di quanto faccia io capito?"

Figlio piccolo:" ammazza che brutto."
Madre:" cosa tesoro?"
Figlio minore:" che brutto questo modo di amare, senza baci, senza abbracci, senza coccole, ma che razza di amore è?".

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