lunedì 27 marzo 2017

I manichini e l'anestesia



Era quasi buio, lei stava raggiungendo la macchina per tornare a casa dopo una lunga giornata di lavoro, lo vide accanto a se, era un uomo di età indefinita, estraeva dalla sua macchina, manichini nudi di donna e li gettava, uno alla volta nel secchione.
Era lento nei movimenti, accurato, si appoggiava sulla pancia i busti pallidi dei manichini, avevano seni floridi, l'uomo inforcava le loro gambe rigide e tornite e le infilava nel secchione che restava spalancato come una bocca affamata.
L'uomo ne aveva tantissimi di questi manichini femmina, erano lisci, le teste staccate, le gettava a parte.
Il senso di angoscia e vuoto l'aveva assalita sempre di più, fin dalla mattina, in una crescente morsa che a poco a poco le aveva levato il fiato.
Ora si era fatto soffocante questo disagio, l'aveva stritolata come le spire di un boa, si era fatta di nuovo trovare tanto scoperta e tanto indifesa, la rabbia ed il disarmo le riempivano gli occhi di onde che la offuscavano e stordivano.
Era stato solo amore, in una intera giornata insieme, non c'era stato un solo minuto di sesso, era stato solo amore ne era certa.
Ed ora c'era solo questo vuoto davanti, un enorme baratro freddo di silenzio che non aveva la forza di rompere in nessun modo.
Lei aveva sempre odiato l'anestesia, il sentirsi addormentare da qualcosa di diverso dal benefico sonno.
Era terrorizzata dall'idea di essere stesa e sdraiata da qualcuno, senza che lo potesse decidere lei lucidamente.
Non amava perdere il controllo se non per abbandonarsi nelle mani di chi l'avrebbe semplicemente potuta amare od accudire.
Lei entrava in sala operatoria a piedi, si faceva raschiare da sveglia, nessuno riusciva a tenerla sdraiata su una barella.
Il dolore si era fatto lancinante, si guardava in giro spaventata dal suo stesso cuore, lo ricordava bene tutto questo senso di vuoto, lo sentiva forte come un calcio nello stomaco, ci aveva impiegato così tanto a ricacciarlo, a tentare di dimenticarlo e adesso eccolo, sbattuto addosso nuovamente quando non se lo aspettava più.
I manichini erano ormai diventati una montagna di corpi accatastati, mani e piedi e ventri gettati via.
L'uomo aveva svuotato completamente la propria macchina dai corpi di quelle donne dure e ferme.
Lei era rimasta seduta in macchina, con le mani immobili sul volante, lo sguardo fisso sull'uomo, aveva atteso che finisse di gettare fino all'ultimo pezzo di quelle curve sinuose, che avesse terminato le mani e le carezze, le braccia ed i baci, che avesse esaurito il suo bottino ed alla fine, ormai si era fatto buio, era ripartita piano, senza neanche riuscire a piangere.

sabato 25 marzo 2017

Canti


Arrivo cantando, con i finestrini semi aperti, un raggio di sole sulla faccia, parcheggio.
Scendo cantando, entro a lavoro cantando, vado al badge cantando.
E' primavera, lo vedo, lo sento, lo annuso.
Una collega mi dice:"da un po' di giorni canti"
Io:"Ho sempre cantato, sempre"
lei scuotendo la testa: "no, ora canti diverso".

sabato 18 marzo 2017

Il giorno del tuo compleanno



Una mattina ti svegli ed i tuoi figli ti portano nel letto una colazione preparata con le loro manine, happy birthday di Stevie Wonder a tutto volume, ed un cartellone azzurro disegnato d'amore.
A guardare le candeline a forma di numero hai 42 anni, delle buffe calamite sul frigo, un cuore mai in pace ed alcune bollette arretrate.
Una mattina nel giorno del tuo compleanno hai nascosto nell'armadio un regalo bianco chiuso nella carta velina ed una promessa di vedere Venezia.
Una mattina come oggi hai ricevuto due libri scritti da te e fatti stampare da qualcuno che ti vuole bene.
Una mattina hai ordinato una crostata di frutta per soffiare le candeline ed hai gonfiato i palloncini con i tuoi bambini, ma tu li sai solo chiudere i palloncini, tu che di fiato non ne hai molto eppure non hai mai neanche fumato.
Una mattina ti arriva una valanga di amore disordinato, illegittimo, accavallato, fuori dagli schemi, ma tutto per te.
Dentro quest'amore ci ritrovi te stessa e ti assomiglia, è spettinato e vivace, ostinato e fragilissimo, palpitante e tenero.
Una mattina ti scrivono "auguri sogno svanito" e ti senti trafiggere lo stomaco perché non avresti voluto fargli tanto male a quel cuore che hai strapazzato.
Una mattina ti arriva un messaggio così: "buon compleanno, una carezza ai tuoi ragazzi" e ti piange il cuore per tanto amore sprecato, per tanto amore maltrattato.
Una mattina una vecchissima amica ti scrive "buon compleanno vado a Milano" e ti accorgi solo ora che ti dispiacerebbe proprio non vederla anche se è troppo tempo che non la vedi più.
Una mattina in cui compi 42 anni, due cari amici ti scrivono che ti hanno regalato i biglietti per andare a sentire un concerto insieme, e non ti pare vero, e scoppi di gioia.
Una mattina come oggi capisci che i denti che avevi davanti piacevano tanto a chi ti voleva bene davvero e te ne rammarichi.
Una mattina del 18 marzo hai saputo che una tua amica ha pianto mentre era a lavoro senza di te e pensi che avresti voluto esserci per stringerla un po'.
Una mattina del 18 marzo hai iniziato a festeggiare il 17, con una giacca bianco panna, un body nero di pizzo ed il cuore immerso in una vecchia emozione che avevi tentato di dimenticare ma che ora ti guarda e ti fissa ed è identica a sé stessa e splendente di pericolo e gioia, un'emozione che oggi ti fa tremare di paura e di voglia.

Di amici veri ne sono rimasti pochi e poi di vero in questa vita cosa c'è?
Che il pollo ti unge le mani e che a Marzo il tempo è variabilissimo, ed un minuto hai freddo ed un minuto dopo hai caldo, ecco cosa c'è di vero nella vita, che forse, non saresti potuta che nascere in Marzo, con questo tempo assurdo, tu che sei una contraddizione vivente.

lunedì 13 marzo 2017

Cara Giulia




Cara Giulia,
volevo ringraziarti per il bellissimo trucco festivity che mi hai fatto l'altra mattina, per esserti emozionata insieme a me durante i miei folli racconti, per avermi applicato un copriocchiaie infallibile e per aver preparato le mie labbra ai baci.
Cara Giulia, a te che sei bella giovane e solare volevo dire che non si decide che il proprio destino sarà avverso e pieno di solitudine, perché semplicemente non è così, non pensarlo mai.
Cara Giulia, volevo raccontarti come è andato quel giorno speciale e segreto, un giorno di vento freddo e mimose e cielo improvvisamente pulito.
Cara Giulia volevo dirti che la parola difficile che usa tua sorella per indicare assurde ed inspiegabili storie di sintonia e chimica in esplosione, forse non la conosco nemmeno io, però so che non ce l'ha insegnato nessuno a me ed a lui.
Non ce lo ha insegnato nessuno a stare insieme.
Nessuno ci ha indicato come fare per ascoltarci, per accarezzarci, per essere vicini.
Non ci è voluto del tempo per imparare a ridere fino alle lacrime ed a commuoverci mentre ci ascoltiamo.
Mai è stato il tempo di darci regole ed adattarci l'uno all'altro.
Abbiamo iniziato a stare insieme in maniera inaspettata e ci è venuto da subito benissimo.
Volevo dirti Giulietta bella, che non c'era quasi nessuna interferenza esterna, dentro la nostra bolla, nella nostra isola nascosta era pieno di noi, che lì dentro ci veniva tutto semplice.
Era una bolla soffiata con le nostre labbra, una bolla calda e delicata, una bolla inventata, protetta ma fragile come una placenta, una bolla senza rumori che non fossero nostri.
Volevo dirti Giulia, che non mi passava mai la voglia di sentire le sue storie assurde, di seguirlo nei viaggi fantastici che ha fatto da ragazzo quando aveva il braccialetto di cuoio ed i capelli lunghi, ed in quelli che sta per fare.
Vedessi com'era bello Giulia, con la barba selvaggia ed il cappello da esploratore in giro per il mondo.
Mi veniva spontaneo come un riflesso prendergli il viso e baciarlo e nascondermi dentro di lui.
Eravamo perfetti dentro al cerchio dello specchio del bagno scoordinato, avresti dovuto vederci, ed anche quando mi rinfilavo le calze mentre lui si rivestiva raccontando ancora.
Volevo dirti Giulia, che c'era il sottile, quotidiano, incuneato dolore del separarsi fra pochissimo, per rivedersi quando e chissà.
C'era il silenzio dopo l'incontro, un incontro al quale non si trovavano parole da aggiungere, lì s'era già detto tutto.
C'era lo stupore rinnovato dell'essersi ancora una volta ritrovati nonostante la fitta selva delle difficoltà, nonostante il districato percorso delle nostre vite altrove.
C'era il pensare a noi due invece, una volta a casa, da sola, la sera tardi, mentre tutti dormivano, e quasi rivederci e risentirci, costruendo un ricordo indisciplinato e capriccioso che restava fermo su alcuni momenti e poi scorreva e si incagliava ancora, dove più gli piaceva indugiare.
C'erano i messaggi segreti lanciati come ragnatele da parti opposte della città, che ci facevano ridere od arrossire tutto ad un tratto ovunque stessimo.
C'eravamo scritti Giulia, parole balsamiche e pensieri più avvolgenti delle coperte di lana in inverno.
Ed anche il linguaggio di noi era tornato presto chiaro e definito, solo nostro ed irripetibile, il nostro codice originale che lasciava uscire parole senza controllo, spontanee come fiori di campo.
C'era il momento in cui eravamo uno nelle braccia dell'altra e ci veniva da chiederci: "ed ora come si fa?".
Ad un tratto devi sapere Giulia, che lui mi hai preso il mento fra le mani e mi ha detto:" l'amore mio ha fame".

Non sapevo che rumore facessero le nocciole nella sua bocca, carissima Giulia, ora lo so, ed è un suono dolcissimo.



lunedì 6 marzo 2017

Ci pensi mai




Ehi tu faccetta furba, ci pensi al fatto che non potremmo mai scattarci una foto insieme?
Ci pensi al fatto che non sai che faccia io abbia al mattino e che pigiami indossi per dormire?
Ci pensi mai ragazzo,al fatto che non posso accompagnarti a fare una visita, che non ti vedrò mai a Natale, che il sabato e la domenica non possiamo neanche scriverci?
Ci pensi ogni tanto, al fatto che non puoi baciarmi il collo mentre ti preparo la cena e che non potrò farti trovare il caffè caldo sul comodino quando dovrai partire presto?
Ci pensi di sfuggita, al fatto che se stai male sarò l'ultima a saperlo, che non posso litigare con te perchè non ne abbiamo il tempo, che non sai in quale cassetto del bagno piccolo tengo il phon?
Ci pensi mai al fatto che non conosco i tuoi amici, che non posso cercare tracce di te guardando la tua famiglia, che non ho visto le fotografie di te bambino grassoccio, che non mi potrò annoiare a morte a casa dei tuoi cugini sorridendoti mollemente da un divano sformato?
Ci pensi ogni tanto che se sto male sarai l'ultimo a saperlo e che non conosci le mie calze smagliate e la mia depilazione un pò trascurata, quella dei giorni normali, quella dei giorni di sempre, delle corse e dei capelli spettinati, quella del raffreddore e dei sogni rovesciati.
Ci pensi che camminare a testa alta in realtà non ci potrà mai accadere e che le nostre mani dovranno sempre restare separate e le nostre labbra nascoste?
Ci pensi mai al fatto che non posso guardarti mentre ti addormenti e che non posso annusare il tuo odore dopo una giornata di lavoro?
Ci pensi al fatto che non sai in che posizione leggo la sera e che dormo rannicchiata sul lato destro con una mano agganciata al cuscino?
Ci pensi al fatto che non sai che faccia avesse zia Adele e di cosa sapesse il suo sugo della domenica?
Ci pensi mai al fatto che non lascio passare la mia stanchezza e che non posso raccontarti del mio dolore per non sciupare la festa della nostra sintonia e perchè il nostro tempo è piccolissimo, prezioso e crudele?
Ci pensi mai al fatto che non conosci il mio disordine caotico ed il mio ordine ossessivo, che non so come sistemi i libri sulle tue mensole?

Ci pensi mai al fatto che un giorno potrai portarmi al mare lo stesso?

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