giovedì 9 giugno 2016

Una specie di spinta



Ormai ci si sveglia ogni mattina e ci si addormenta ogni sera, è una specie di spinta insopprimibile.
E' come una palla al centro del costato, una palla infuocata ed ingestibile che non l'abbandona mai.
Certe volte questa spinta si fa mordace, le muove il corpo, le quadruplica i passi.
Questa sfera di energia inutile ed incontrollata deve essere infilata quotidianamente dentro ai suoi impegni di lavoro e famiglia.
Questo tondo irrefrenabile che le si agita dentro, non ha un nome e la sua origine è quantomeno vecchia ed indecifrabile.
Questa specie di spinta fortissima deve essere incastrata dentro al pranzo di fine elementari, nei compleanni, nei brevetti di nuoto, nelle visite oculistiche, nei bilanci pediatrici, nelle relazioni cliniche, nei test di valutazione, nella rata del mutuo, nella cena da preparare, nella dichiarazione dei redditi, negli scontrini della farmacia accumulati e sbiaditi .
La spinta propulsiva che si nutre di sè stessa e consuma anche le sue ore di riposo, non smette di svolgere il suo compito e continua pertanto a spingere e spingere.
Talvolta la spinta bussa, spinge e bussa, e lei sta guidando, sempre dentro allo stesso percorso, sempre verso lo stesso ufficio, sempre dentro al suo letto matrimoniale vuoto.
La spinta la maltratta, la scuote, la sbatacchia e lei ogni volta è più confusa e nervosa ed agitata.
Lei la spinta la sente benissimo anche se finge di ignorarla, spesso tenta di soffocarla come si fa con i troppi vestiti dentro una valigia sola, ci salta sopra, la schiaccia, la comprime, ma la palla che spinge si ribella ed esplode nuovamente, creando ancor più caos intorno, spargendo brandelli di lei senza più appartenenza, pezzi indistinti di un puzzle che non potrà mai essere finito.
Questa specie di spinta si nasconde dentro al suo cibo che vuole essere divorato senza essere masticato, dentro al semaforo rosso che lei non vuole più attendere si trasformi in verde, dentro alle rughe che vorrebbe strapparsi via con le unghie, perchè le pare di non aver avuto la possibilità di accorgersi del tempo in cui non le aveva.
Lei non ha pace, ne cerca un pò la sera nell'orto sotto casa sua, ma la quiete smuove ancora più forte la spinta folle e la rimanda nuovamente a sbattere da una parte all'altra del suo fare quotidiano, fra i panni da piegare, fra i messaggi inutili a cui rispondere, la spinge a non fermarsi per guardare in faccia la ragione della sua rabbia, della sua insoddisfazione, ed a muoverla senza tregua, lei così disarticolata, senza disciplina alcuna, senza logica nel suo agire.
Il suo corpo si gonfia e si ammala, la sua pelle si riempie di bolle, le sue mucose si ulcerano, l'aria non l'attraversa, ha fame ha sete ha sonno ha dolore ha paura.
L'unica immagine che le regala un senso di liberazione dalla spinta incontrollata, è quella di sè stessa in mezzo ad una montagna altissima, che dopo ore ed ore di cammino solitario, riesca ad urlare così forte da assordare le sue stesse orecchie, da perdere completamente la voce, da cadere tramortita a terra senza più forze.
Le manca il coraggio, le mancano i soldi, le manca la libertà, le manca l'ardire, le manca la spensieratezza e le manca la leggerezza.
Vorrebbe sedersi e frantumare il bancomat, dilaniare i soldi di carta, spaccare il badge, incendiare i fogli della banca, distruggere il telefono, disconnettere internet, abbandonare le chat, trovare il silenzio perfetto.
Le manca la voglia di fare ancora finta.
Le manca la motivazione a resistere a questa messa in scena quotidiana.
Le manca il diaframma libero per prendere ancora un sorso d'aria che sia decente.
Le manca di svuotarsi del vuoto, di cancellare la mancanza, la nostalgia, il rimpianto.
Le manca di potersela prendere davvero con qualcuno e lanciargli addosso questa palla, la specie di spinta è sua, è solo colpa sua se si ritrova una palla infuocata al posto di uno stomaco, è solo a causa sua se si ritrova un'offesa al posto di un cuore.

7 commenti:

Massimo ha detto...

Vorrei dirti che, certo non tutti i giorni, capita anche a me di sentirmi un criceto che, girando nella sua ruota, tiene in movimento un meccanismo mostruoso che lui stesso ha contribuito giorno per giorno anno dopo anno a costruire intorno a se.
Anzi, sono sicuro che la tua è una condizione comune a molti, moltissimi.
Ed ecco allora il desiderio di una stanza bianca, di una stanza vuota, nel senso di svuotata non di da riempire. O di spazi aperti, nel senso di chiusi da niente.
Rimane la speranza, ricordi la frase sulle sbarre, sulla gabbia?
Running over the same old ground, what have we found? The same old fears.
Wish you were here.

PS non mi toccare il Bancomat, lui non mi dice mai di no e non mi chiede mai niente

silvia ha detto...

P.S.
Il mio bancomat si comporta in maniera molto diversa dal tuo, mi dice praticamente sempre di no e mi fa un mucchio di domande, tipo:"ma per chi mi hai preso?ma ti ricordi i salti mortali che faccio per far quadrare i conti, ma sei scema?un altro paio di scarpe con il tacco che non sai gestire?non posso pagartele, saldo a secco, sono rosso non lo capisci?"
e così via così discorrendo.

Per il resto, Massimo mio, è più complicato di così.
Anche io vorrei che tu fossi qui, a sparigliare le nostre vecchie paure ed anche quelle nuove.

Massimo ha detto...

Tutto è sempre più complicato di così.
Bisognerebbe vivere una seconda volta, ricordandosi la prima però.
Mi riconosco nel tuo fare finta.
E se parliamo di fisico danneggiato, ancora oggi l'unica cosa che riesco a sollevare è un'obiezione.


silvia ha detto...

Massimo, se avessimo la possibilità di vivere una seconda volta, ricordandosi la prima, faremmo finta nuovamente?
Finchè solleverai obiezioni, vorrà dire che sarai ancora fortissimo nelle intenzioni, nei dubbi, negli interrogativi.

Massimo ha detto...

Ne sono sicuro, la mia seconda vita eventuale sarebbe molto differente.
Sono solo speculazioni, si intende.
Non avrò mai la controprova.
Magari nelle mie eventuali vite precedenti avrei invidiato il mio percorso attuale, chissà.
L'incidente però mi ha un po' cambiato il punto di vista.
Già sapevo, anche prima, che si vive una volta sola, e delle volte nemmeno quella tutta per intero, però il concetto mi si è internalizzato, come i sassolini dell'asfalto nel derma.
Cerco di vivere una prossima vita da adesso, almeno in parte.

silvia ha detto...

E' giusto Massimo, una vita può essere ricominciata se davvero davvero lo si vuole.
La vita sarà pure breve ma bisognerebbe renderla almeno larga e piena di cose, escluse pietre e ghiaia infilate nel derma.
Io sono talmente in regime dietetico che le uniche cose che posso nutrire, sono i dubbi.

Grassi come tordi.

Massimo ha detto...

Io sollevo obiezioni, tu nutri dubbi: da due metafore si fa un'anfora, un vaso di Pandoro da dove sarà possibile scatenare venti di zucchero a velo. O centoquaranta di una (tua) danza dei sette veli. Fino a che l'ultimo, incerto, il velo pendulo, mi strapperà un grido cadendo.

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