martedì 20 dicembre 2016

Quasi Natale un nodo e la tredisema


Sarebbe dovuto partire con il pullman all'alba, un viaggio lungo, con delle luci da vedere vicino al mare, ed un ritorno in orario quasi notturno, lei era agitata, nel suo silenzio, senza verbalizzarlo a nessuno, ma era agitata.
Quella era la sua prima partenza da ragazzo invece che da bambino, era questo forse il motivo di tanta ansia?oppure era il lento, inevitabile e sano distacco che una crescita crea fra madre e figlio, un distacco dei corpi, la riduzione della vicinanza delle mani, le coccole ed i baci che diventano meno fluidi, meno spontanei, più impacciati?
Cosa le annodava lo stomaco in quel lungo venerdì con tre gradi ed un cielo pulito come un vetro lavato?
Si sentiva in allerta, rapida e confusa nei movimenti e nella gestione di quella giornata nella quale, tendenzialmente mascherava solamente l'attesa.
Stava attendendo, ogni momento trascorso era un pezzo di attesa che diminuiva di ore ed aumentava di intensità.
Lo aveva lasciato andare, sapeva che non aveva scelta e che quella sarebbe stata l'unica cosa giusta, lasciarlo andare.

Poi all'ora di pranzo aveva saputo della morte orribile di quella giovane madre e della sua piccola bambina.
La piccola frequentava la prima elementare nella nostra stessa scuola, stava per entrare in classe, era il giorno della recita, un sorpasso per mangiarsi il ritardo ed arrivare in tempo.
La notizia era arrivata poco prima della recita di Natale del suo bambino piccolo, i genitori erano entrati attoniti e silenziosi nel teatro della scuola, si erano sistemati sui gradini gommati, avevano applaudito ai piccoli con i cappellini di babbo natale ed alle loro cinte di cartoncino marrone.
Si era rimasti tutti in quel lago di stupore che la morte ti lascia quando ti sfiora e ti soffia in faccia il vento crudele del suo arrivo, si stava tutti fermi, abbandonati a quel terrore che una tragedia tanto vicina ti getta addosso.
Ogni cosa era simile alle nostre storie di tutti i giorni, il suo zainetto nuovo per la prima elementare, il lettino disfatto, una colazione troppo veloce, una sgridata, il pigiamino lasciato sul divano, la particina della recita, qualche bacino ed una carezza, il panino imbottito per la merenda delle dieci, una madre e la sua bambina.
Uguale alla storia di tutti noi.

Lei lo aveva aspettato ogni minuto, camuffando chiamate quasi accidentali, distratte, inviando un messaggio, lo aveva aspettato mettendogli il pigiama sul termosifone, accendendo presto l'albero ed il presepe, inseguendo con il pensiero quel pullman che tagliava l'autostrada nel buio denso.
A mezzanotte l'aveva finalmente sentito salire per le scale, arrivarle addosso in un abbraccio entusiasta da cucciolo festoso, lei gli aveva annusato i capelli che non sapevano più di casa, ma di cuscini di velluto e di mare, sapevano di fuoco e chilometri, lo aveva ascoltato raccontare ogni particolare di quella incredibile giornata con gli amici vecchi e nuovi.
Mentre lui le parlava standole steso accanto, lei aveva lentamente lasciato andare la morsa dello stomaco, aveva permesso che il suo odore di figlio le sciogliesse la tensione trattenuta a lungo, si erano addormentati vicini nel lettone come quando era più piccolo.
Un padre, suo amico, quella stessa notte, a mille chilometri di distanza le affidava lacrime e foto di peluche per una figlia che andava a vivere da sola, quell'uomo le aveva parlato del suo dolore e del suo stupore, le aveva scritto quella cosa giusta che lei si ripeteva da anni, quella cosa dei figli da scoccare come frecce nel mondo, lei però, aveva pensato che fra l'allattarlo e lo scoccarlo, dentro a questo spazio di tempo che era passato, ci aveva trovato mille sfumature di gioia e dolore, e che lo strappo era grande e bruciante e che era bellissimo e sconvolgente insieme.

Si era svegliata con la voglia di fare i regali di Natale a tutti, regali stupidi, superflui, folli, ma si era accorta che non era ancora arrivata la tredicesima.

2 commenti:

Massimo ha detto...

Non vorrei essere nei panni di quel padre tuo amico. Non potrei esserlo, perchè le nostre case distano solo 592 chilometri.
Lui sarà stato il primo, sia pure di pochi secondi, ad accogliere con occhi di amore quella figlia quando è venuta al mondo.
Al mondo. E' nel mondo che poi i figli vivranno la loro vita.
Certo, prima è la famiglia. La nidiata di Nemo ne sa qualcosa.
Prima e durante ci sono i baci, le annusate, le sgridate, le storie e i giochi della buonanotte.
E le vacanze insieme e le gioie e le malattie anche quelle che piangi per mesi e ti segnano.
E le prove di essere indipendente nel mondo, quel mondo che la aspetta, e tu che sei sicuro di non averla protetta a sufficienza.
Poi un giorno la saluti in una casa piccolissima e lei è orgogliosa e si chiede se meritarsela ma quando tu ti rimetti la giacca le si allargano gli occhioni e allora basta tu pensi vieni via torna a casa con me per sempre ma non lo puoi dire.
No, non vorrei essere nei panni di quel papà.

Ho guardato la biografia di Gibran. Non si parla di figli, e allora cosa ne sai, bauscia.

silvia ha detto...

Devo aver mantenuto il ricordo della frase "più di mille chilometri", ma era una somma, lo sapevo, ma in quel momento no.
Buon Natale.
Appuntamento qui per il 25 Dicembre dopo le 22.

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