mercoledì 23 settembre 2015

Un lento ma inesorabile declino




Il primo giorno ci siamo svegliati all'alba, con baci e musica diffusa per casa.
Il primo giorno siamo usciti alle otto in punto, capelli ben pettinati, docce appena fatte, vestiti puliti e non spiegazzati, profumino dietro le orecchie, unghie tagliate di fresco, zaini preparati la sera prima, vitamine somministrate a digiuno.
Il primo giorno abbiamo fatto una colazione equilibrata ed abbondante, consumata dentro ad un raggio di sole, merende confezionate a mano, grembiuli stirati e rigidi.
Dietro di noi ho lasciato una casa moderatamente ordinata e pulita, letti rifatti, locali aerati, piatti lavati e cibi riposti accuratamente.
Siamo entrati in macchina con calma, abbiamo percorso la strada fino alla scuola chiacchierando lentamente, rispettando i turni di conversazione, ridendo amabilmente.
Abbiamo camminato paralleli diretti verso la grande entrata gremita di bambini e genitori e nonni e canetti molesti.
Il secondo giorno abbiamo dimenticato di prendere le vitamine e metterci il profumino.
Il terzo giorno abbiamo saltato la colazione perché si era fatto troppo tardi.
Il quarto giorno non è suonata la sveglia e siamo arrivati a scuola con gli occhi cisposi ed i capelli indomabili.
Il quinto giorno meno male era sabato.
La seconda settimana abbiamo incartato i panini imbottiti con i fogli a quadretti, soffiato il naso con le mani mentre eravamo in macchina perché non trovavamo i fazzoletti, dimenticato i grembiuli dietro alla porta, lasciato i letti disfatti ed i piatti sporchi nell'acquaio.
A metà della seconda settimana ho iniziato ad urlare alle sette meno un quarto di mattina, loro si sono azzuffati per i cereali soffiati, per il posto a tavola, per i cucchiaini di cacao, per la gelatina dei capelli.
A metà della seconda settimana il piccolo si è quasi soffocato con una fetta biscottata, è uscito il latte dal pentolino, inondando la macchina del gas senza pietà, la doccia è stata sostituita da un bidet veloce, il venerdì mattina addirittura da una passata di fazzolettino imbevuto sui culetti innocenti.
A metà della seconda settimana, in macchina c'era musica a tutto volume, i discorsi e le minacce si accavallavano frenetici, le facce si schiacciavano sui finestrini causa pressione di mani minacciose ed altrui.
La terza settimana ci siamo scapicollati in maniera disordinata, lungo il vialetto della scuola, pestandoci i piedi ed arrotando bambini e canucci con le ruotine dei trolley.

Oggi sono rientrata in macchina dopo averli accompagnati in maniera caotica e sbilenca, mi sono guardata nello specchietto retrovisore, avevo ancora il fiatone, ho provato a dare un senso ai miei capelli, ho visto la data impressa sul telefono, era solamente Settembre.

venerdì 11 settembre 2015

Settembre ed un riassunto


L'acqua calda, le maglie sformate ed accoglienti, i grembiuli stirati il giorno prima della ripresa delle scuole, lasciati sulle stampelle di notte.
La colazione delle vacanze, i chili ripresi perchè finalmente si sta meglio, il foglio con la biopsia negativa, stretto fra le mani sotto al sole rovente, e quel sorriso di gratitudine immensa, la musica di mattina, ma anche quella di sera prima di dormire, le camminate nei boschi e l'odore di terra e funghi dentro al naso.
Il caffè che borbotta, la pennichella del pomeriggio, le riviste in riva al lago, il temporale estivo, la sensazione dell'inverno che torna.
La prima notte con il piumino leggero a coprire le spalle, gli zaini nuovi, i libri sul comodino che ti aspettano ogni giorno fedeli e pieni di storie, una scrivania da scegliere per farci studiare i piccoli, la pausa pranzo con le colleghe, l'abbronzatura che va via a macchie come per fare più piano, gli amaretti caldi, la fila per comprare le salsicce buone, una bottiglia di genziana per papà, svegliarsi senza il trillo della sveglia, passeggiare per il borgo ogni giorno con lo stesso identico entusiasmo.
Un concerto intenso ed un concerto scemo da ballare come i bambini, un trenino bianco e blu, i cavalli, un fermaglio nuovo che i capelli stanno ricrescendo.
Metri di liquirizia purissima,mamma prepara dei pranzi squisiti, guardarli dormire e sfiorarli e baciarli nel buio, seguendo quel respiro tranquillo di bambini che stanno crescendo veloci ma anche piano, il fuoco acceso da noi, la legna raccolta con i bambini, le salsicce arrostite sui bastoni affilati dal suo primo coltello, appena regalatogli.
Parlare con quell'uomo vecchio dalle mani storte che mi regala i suoi fagiolini, il suo sudore, la sua vita dura che non ha mai smesso di essere un gioco, ancora no.
Gli amici e la famiglia che si avvicendano nell'affetto, tante buffe foto, un vento rinfrancante, le figurine all'edicola della piazza, la palla appena comprata, caduta nel tombino profondo.
I primi chicchi d'uva, il vino con gli amici, al piccolo si muove il primo dentino da latte,i capelli da tagliare, forse desidero un bel tappeto caldo per il salone, il servosterzo bloccato in mezzo alle montagne umbre, lui con il cappellino che gli ha schiacciato i capelli scuri e tantissimi, le curve per andare via ed il pianto che sale agli occhi come quando mille anni fa stavi tu dietro in macchina.
Le cicatrici violacee ed indurite che non guardi quasi mai, il conto alla rovescia che invece non hai mai interrotto, sarebbe stato fra poco.
Le prime cene calde, la torta al mosto infornata di domenica, l'agenda con l'elastico, il pranzo d'autunno tutti insieme tra poco.

Ogni giorno, una violentissima sensazione di bello, che è questa vita quando ci si mette.

giovedì 3 settembre 2015

Le polpette di zia



Ci sono cose che riescono solo a pochi, solo a qualcuno.
Io avevo una zia piccola, bionda, magrina, con gli occhi nocciola, uno scricciolo di donna, un portento.
Questa zia aveva un'energia che trascinava oggetti, persone, piante e spazi.
Addormentava i neonati di tutti noi con due colpi sicuri e rilassanti delle sue braccia, stirava, organizzava, sperimentava, usciva, guardava curiosa, si incazzava, si schierava, difendeva, attaccava, si ingelosiva, voleva fortemente, e soprattutto lei, preparava delle polpette strepitose.
Cucinava delle polpette speciali che io ho mangiato solo da lei, in tanti abbiamo provato a rifarle seguendo pedissequamente la sua ricetta, ma non sono mai riuscite a nessuno.
Quelle erano le sue polpette, dentro c'erano tutto il suo amore, la sua dedizione, le sue mani, il suo olio, l'odore della sua cucina.
Senza le sue polpette non era Natale.
Quando è morto suo marito, il mio zione bello, dolcissimo uomo premuroso che l'ha trattata come un fiore prezioso fino all'ultimo dei suoi giorni, era smarrita ma dritta, addolorata e fiera, piena di tutta una vita d'affetto.
Nella chiesa gremita nonostante un agosto rovente, difendeva il suo amore ribadendolo.
E' stata forte, ha continuato ad appassionarsi, a seguire figli e nipoti con trasporto,a cucinare polpette, ma il suo sguardo era cambiato, era sempre un po' oltre ciò che le si parava davanti.
Un mese fa mi ha chiamata per dirmi che, anche se ormai era vecchia, mi avrebbe volentieri aiutata per qualsiasi cosa fosse servita a me o a mia sorella in difficoltà.
Dopo la sua chiamata, l'ho immaginata tornare ad occuparsi di tutto con precisione e forza, come faceva sempre.
Pensarla ferma in coma, costretta in un letto, era una tortura per tutti.
Domani, tornando dal suo funerale, tenterò di rifare le sue polpette, lascio la ricetta scritta sul mio prezioso libro, si intitola "le polpette di zia", e nessuno potrà mai dimenticarla.Lei.

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