sabato 21 dicembre 2013

Recite di Natale, fermo immagine






C'è un momento bellissimo durante le recite di Natale dei nostri bambini.
C'è un istante veloce, piccolo, microscopico, durante gli appalusi, i canti, in mezzo ai cappellini rossi di cartapesta ed alle dita nel naso, c'è un attimo nascosto fra i cappotti dei nonni, la tosse nella platea, le lacrime dei bambini, le musiche fortissime,i saluti di quelli che urlano "ciao mamma!" dal palcoscenico.
Esiste un preciso momento durante il quale ti volti, incontri il viso del padre dei tuoi figli ed immediatamente vi sorridete dello stesso sorriso, vi commuovete dello stesso pianto, vi emozionate della stessa stretta al cuore, dello stesso singulto, della medesima gioia.

In quel momento speciale vi riconoscete, siete esattamente voi: il vostro amore, la vostra Famiglia.

lunedì 9 dicembre 2013

Diagnosi familiari


In ogni casa la malattia ha una risonanza peculiare, ogni famiglia ha una caratteristica risposta al dolore, una personalissima ed irripetibile reazione all'accidente.
I genitori crescono i figli accompagnandoli con una serie di credenze e terapie specifiche, spesso avulse e lontane dalle fondamentali conoscenze mediche.
Le diagnosi familiari ed i conseguenti protocolli di cura, sono piuttosto rocamboleschi.
Ci sono madri che per anni ripetono ad i proprio figlioli ammalati:"hai mal di pancia? lavati i denti vedrai che starai meglio".
Altre ancora: "hai mal di testa e sei pallido? ma hai fatto la cacca oggi?", il figliolo in questione ha però frequentemente una età media compresa fra i 40 ed i 50 anni, figli e moglie a carico, un posto di lavoro prestigioso ed una reputazione da difendere.
Mani sulla fronte durante il vomito, bagnoli con aceto od alcool per abbassare la febbre(i capelli ne conservano tracce odorose per settimane), caffè amari con il limone, canarini bollenti, fasce strettissime sulle tempie, tazze di latte e miele ustionanti, sorsate di brandy a digiuno, spremute di limone assoluto, massaggi su arti contusi, monete premute sui ficozzi, pennellate con olio extra vergine con spremitura a freddo, su ustioni di terzo grado, urine appena prodotte,versate sulle punture di tracine, buste di piselli congelati sdraiate su setti nasali frantumati, bistecche chianine schiacciate su occhi pisti, sono solo parte del nostro patrimonio di primo soccorso familiare.
Le notti svegli sul divano ad osservare i figli appena impattati con il cranio sul pavimento del salone, concentrati nel vano tentativo di non farli addormentare, gli scherzi paurosi organizzati per far trasalire bambini affetti da singhiozzo incoercibile, minestrine iperproteiche post partum, canzoncine consolatorie, pasta acqua e farina fatta a mano per stimolare la produzione di latte materno, ovatte ficcate nei nasi gocciolanti sangue, stecche di legno avanzate dalla posa in opera del parquet, poste sotto ad ossa rotte, camomille preparate nel cuore della notte, secchi raccogli vomito, sulfumigi con il vicks che ti spalancano contemporaneamante tutti i chakra, ognuna di queste barbare pratiche racconta di noi, delle nostre origini, profuma di casa e tende ad essere perpetuata di generazione in generazione.
La famiglia segue fili e convinzioni radicate, le pratiche di automedicazione spaziano dai granuli di belladonna, a tonnellate di antibiotici somministrati indistintamente al primo starnuto, da opercoli erboristici, ad allopatia selvaggia.

La cosa bella che accomuna tutti i metodi di diagnosi e cura familiare, è certamente l'amore, la premura, l'assistenza dell'altro, e questo forse rappresenta buona parte del viaggio verso la guarigione di tutti i mali.

Quando un caro ti si siede accanto per curarti e parla il tuo linguaggio, hai già iniziato a guarire.

lunedì 2 dicembre 2013

Capitalismo spicciolo



Ho aperto la pagina della mia posta elettronica e c'erano ben venti mail ricevute, ancora tutte da leggere.
Mi scrivevano: Auchan saldo-carta punti Nectar, Promod-ti invitiamo a spendere 60 euro nel reparto pantaloni di fustagno- ti faremo un buono sconto di 5 se dirai la parola "Sdraio" una volta giunta in cassa, profumerie Limoni-compra Lancome con il venti per cento di sconto a fronte di 3500 punti scaricati, segreteria-pensare con il corpo-saper leggere le rughe e trarne una morale, Monte dei paschi di siena-questo mese è sotto di 68 euro mo' so cazzi amari, quiz per le donne che vanno al cinema-rispondi alle domande(la prima dovrebbe essere: "ci sei più andata al cinema imbecille?"),news dalla tua libreria preferita-effettua il corso di giardinaggio pensile ed allenamento dell'olfatto con il grande scienziato austroungarico Gustav La Patat, wodafone-telefonia mobile-ti offriamo un piano tariffario vantaggiosissimo tutto illimitato anche il prezzo,il tuo centro estetico di fiducia-ti depiliamo in maniera permanente (ovunque) con un semplicissimo prestito che prevede rata irrisoria di 39 euro al mese per 20 anni lunari, profumerie no Limoni-facci sapere cosa ti ha offerto limoni noi faremo certamente di più.

Erano tutte mail inviatemi da persone che mi chiamavano "caraSilvia" anzi, in realtà non erano neanche persone ma tasti, invii automatici, offerte speciali, anzi richieste speciali, affinché io spenda i pochi soldi che guadagno.
Neanche uno straccio di amico, la mail scottante di un amante focoso, la poesia di una sorella, l'abbraccio di una famiglia di Milano conosciuta tre estati fa.
Nessuna mail era davvero per me, allora mi sono chiesta quanto davvero avessi bisogno della quarta nuance di rosso per le mie labbra, del terzo paio di stivali, ma stavolta bassi-neri-scamosciati e non pelle-neri-con-tacco.
Mi sono domandata se il ventesimo completino intimo, peraltro piuttosto inusato direi, dovesse essere acquistato proprio in fretta e furia, se il jeans non aderente a sigaretta, ma scampanato e morbido, mancasse effettivamente nel mio armadio.
Quante e quali cose mi servono veramente?
Cosa mi fa felice davvero?
La sciarpa grigia regalata alla mia migliore amica, andava immediatamente sostituita o ne avrei serenamente potuto fare a meno ?
Ho lasciato che mi convincessero di avere bisogno e necessità della tal cosa nel tal momento, con attenzione chirurgica ho permesso che ciò che sceglievo fosse rintracciabile, monitorabile ed addirittura prevedibile, hanno anticipato i miei desideri e li hanno impacchettati con nastri luccicanti.
Ho creduto davvero fossero i miei, di quella CaraSilvia.
Ogni mese ci sono nuovi obiettivi che devo raggiungere, imbustare e scartare appena tornata a casa.
Poi, una volta ottenuti tali oggetti, dovrei sentirmi meglio.


Già, dovrei.

sabato 23 novembre 2013

Pausa


Svegliarsi ed accorgersi di essere svegli, un'altra volta, un altro giorno.
Lenti aspettare.
Disdire appuntamenti ed impegni.
Staccare i telefoni.
Rinunciare ad uscire, chiudere porte e finestre.
Respirare, indugiare con il pigiama ed i piedi fermi.
Quasi non parlare.
Un po' di musica, la musica sempre.
Un po' di acqua, l'acqua sempre.
I bambini dove vogliono, liberi come vogliono, sempre con me però, a terra, sul letto, arrotolati sul divano. Io e loro.
Termosifoni e forno accesi.
Noi, muoverci piano per casa.
Il legno dei mobili e del pavimento, senza parcheggiare.
I soldi senza spenderli, il lavoro senza lavorarlo.
Neanche un semaforo, un ritardo, una corsa.
Tagliare, eliminare, ridurre.
Smettere, fermarsi, nessuna meta se non esserci e basta.
Nessun luogo da raggiungere se non il cuore.
Ascoltarsi senza fretta, senza sbrigarsi, senza accumulare fare.
Lasciare che piova e che faccia freddo, ora non ci importa, siamo qui insieme.
Annusarci e toccarci, un po' in braccio a mamma, un po' su un foglio con una matita, un po' a bere e mangiare piano.
Un po' sedia sediola, un po' di favole, un po' di solletico.
Il tappeto grande, i giochi da muovere dentro alla fantasia, le coperte, un sonnellino come una volta, di pomeriggio, quando eravate piccoli ed eravate solo miei.
Un lasciare che scorra, che succeda, un niente di tutto.
Uno stare.
Qualche biscotto per addolcire la lingua e la pancia.
Nessuno entri, nessuno bussi, nessuno spezzi, distrugga, si intrometta, nessun rumore da fuori, che resti fuori.
Dentro siamo qui, ora con queste nostre età, madre e figli, niente sport, niente catechismo, niente scout, niente terapie, solo noi.
I calzini ed i piedi, le ginocchia e le mani, le carezze e le vecchie fotografie.
Quando siete nati, dirvelo ancora una volta, chi siete, riconoscervi.

Hanno bisogno di mamma, mamma ha bisogno di loro.

lunedì 18 novembre 2013

Certe volte mi chiedo




Certe volte, come ora mentre tutti dormono, mi chiedo dove sei.
Mi chiedo cosa ti ha portato via in questo modo ingiusto e violento.
Mi chiedo cosa ti abbia convinto ad andartene senza voltarti indietro, senza guardarmi negli occhi, senza avere il bisogno di dirmi "vado via".
Certe volte mi chiedo cosa stai facendo, quale cibo stai ingoiando, se mastichi come quella volta in piedi con il nostro dolce per due, a piedi nudi in gennaio, o se lo fai in modo diverso senza me.
Certe volte mi chiedo chi sei veramente, ma tanto non lo so ancora di me, perché dovrei saperlo di te?
Certe volte mi chiedo se guidi la macchina nuova che aspettavi, se vai a piedi, se hai già messo i maglioni di lana che annusavo come un cane segugio, se hai freddo, se mi pensi e se davvero mi pensi, che forma ho nei tuoi pensieri.
Certe volte sfioro le calze nere, il copricollo annodato, i tuoi bigliettini dai quali si può ancora indovinare la tua scelta attenta, quasi lussosa di un tempo lungo che ti prendevi per decidere, di spazio preciso sul quale far scorrere i tuoi occhietti scuri.
Certe volte mi chiedo chi sei stato, cosa sono stata io per te, e cosa siamo stati noi per noi.
Mi chiedo se dormi bene, se mangi pizza bianca e gelato al cioccolato come allora, se hai la pelle screpolata come in quei mesi, se mi hai mai sognata, se ti chiedi come sto, se ho poi avuto tanta paura come quel periodo in cui avevo tanta paura, mi chiedo se hai mai voglia di proteggermi, o cogliermi alle spalle quando esco da lavoro per sorprendermi un po'.
Certe volte vorrei prenderti a schiaffi, mandare a fare in culo il tuo gelo improvviso, dimenticarti, cancellarti come hai fatto tu con me, mi chiedo se hai idea di quanto male faccia non essere considerati degni neanche di una risposta, se sei meschino, bloccato, o più semplicemente, uno stronzo.
Uno stronzo come tanti.
Certe volte mi chiedo se ti ho spaventato, se ti ho soffocato, se hai creduto potessi essere una minaccia.
Certe volte mi chiedo se stai ridendo, se sei a casa di amici e scorgi fuori dalla finestra un altro inverno che arriva e mi vedi, quasi mi vedi su quei vetri appannati e ti ricordi del colore del mio cappotto e della consistenza fragile del mio freddo.
Mi chiedo se ricordi i brividi, i morsi sulle labbra ed il fascio di sole sulla mia faccia quando imparavamo a conoscerci.
Certe volte mi chiedo se ti scrocchiano le caviglie o ti fa rumore la cartilagine delle ginocchia, se leggi poesie e cosa stai riascoltando nelle tue cuffiette.
Mi chiedo se al cinema hai trovato qualcosa che ti emozioni davvero, se i tuoi capezzoli si sono sentiti coinvolti, se hai rammarico per quel massaggio che non ti ho mai fatto, se hai più mangiato una moussakà così buona anche senza di me.
Mi chiedo se cammini come camminavi per le vie del Flaminio con quel peso leggero che hai ma così sicuro e rassicurante come sembri.
Certe volte mi chiedo se mi facevi davvero sentire così bene quando ti accorgevi che deglutivo davanti ad un fagottino alle mele e se ti ricordi ancora dei miei chupa chups alla ciliegia.
Mi chiedo se hai un pigiama, se ristrutturerai la cucina che ti ha stancato, se hai litigato ancora con tua figlia, se hai progetti per te e la tua fuga in Australia.
Certe volte mi chiedo se conservi da qualche parte il profumo dei miei capelli, se hai impressa nella mente, la trama della mia biancheria, se hai il ricordo esatto del mio corpo, delle mie asimmetrie, del mio profilo.
Mi chiedo se quando vedi un libro pensi di regalarmelo perché te ne mancano ancora novanta da impacchettarmi e scriverci sopra i numeri con la penna nera, mi chiedo se potrò più farti assaggiare le altre due specialità del quartiere africano, se ti sia più venuta voglia di montare sullo scooter e venirmi a prendere per portarmi alla Garbatella.
Chissà se ti sei più chiesto come sta il mio amico Tommaso che hai visto nudo sotto ad un foglio di alluminio, se hai un segreto con il quale ti addormenti accanto a lei ogni sera o se non ci pensi più ai segreti.

Certe volte, come stasera, mentre tutti dormono, mi chiedo se non ti sia stancato amore, di camminarmi dentro ai sogni, quasi ogni notte, da troppo tempo ormai.

domenica 10 novembre 2013

In una vita




Non mi appartiene neanche il mio corpo.
Però essere tenuta nella mente, rimanere dentro, lasciare una traccia, in qualche modo appartenere a qualcuno, mi fa sentire viva.
In una vita ho sempre cercato un posto, anche piccolo ma speciale, accanto alle persone che ho amato.
Far parte, aggregarmi, sentirmi compresa, presa, considerata, pensata, sorretta, mi è indispensabile.
In una vita ho paura di essere dimenticata, o peggio, vivo nel timore e quindi nella convinzione profonda, di poter essere scordata.
In una vita ho riempito molte pagine di diari e quaderni, ho consegnato lettere e poesie, biglietti e pensieri appuntati sui tovaglioli del bar, ho scritto ovunque, solo quando davvero ne avevo voglia.
Ho usato le parole scritte per dire, le ho domate, incanalate, spinte, indirizzate e poi cancellate.
In una vita ho accatastato righe quando finivo il cambio di stagione e negli scatoloni infilavo fogli, quando facevo la lista della spesa e ci associavo i pensieri, ho aperto il pc di notte e ci ho rovesciato dentro cose che poi ho dimenticato, rileggendole molto dopo ho pensato: "sono mie?".
Le parole mi ossessionano, così come i libri e certe canzoni, l'immagine scritta, il suono e l'idea che una parola riesce ad evocarmi, mi distraggono, mi ipnotizzano e divento schiava di questa attrazione.
Un giorno camminavo verso la mia macchina ed ho letto i nomi dei miei figli stampati su adesivi grandi, appiccicati sul vetro posteriore, ho avuto una stretta allo stomaco, due nomi, i loro due nomi, io, nel mondo, ci avevo messo due figli miei, due bambini che stavano già crescendo ed erano concreti e veri come i loro nomi così visibili, e ci poteva passare sopra il tergicristallo, la pioggia, il sole, ma loro restavano lì, chiarissimi nello spazio.
In una vita la violenza di certe parole mi ha atterrito, così come mi ha intenerito l'anima
una parola piccola, apparentemente casuale, che qualcuno aveva scelto per me.
Sono solo parole, non ci ho mai creduto.
In una vita ci sono state le cartoline che non mi bastavano mai ed i fogli protocollo che puntualmente richiedevo alla cattedra perché finivano sotto alla mia penna pazza.
C'è stato il biglietto per dire che aspettavamo il nostro primo bambino e poi il nostro secondo, c'è stata la lettera di addio a tuo padre, quelle per mio nonno, i messaggi fra me e mia sorella, le mail ostinate e disperate, i messaggi di notte, il libro scritto a mano che ora gonfia un grande quaderno che non ho più riletto.
In una vita ho viaggiato troppo poco, mangiato molto, ho cancellato centinaia di mal di testa e vissuto dolori assurdi, il mio corpo parla troppo perché sono in contatto con tutte le anime fuorché con la mia, il mio corpo si lamenta continuamente perché so ascoltare i pensieri di tutti ma ignoro i miei, mi accascio di malessere perché riesco a sintonizzarmi con uno sconosciuto, profondamente, intanto che non so dove sono.

In una vita le parole all'improvviso mi mancano perché non ricordo più se lo amo davvero, che colore avesse precisamente la mia infanzia, cosa desidero esattamente stamattina; e chissà poi cosa potrei finalmente capire di me, se avessi qualcuno accanto che sapesse leggermi senza il bisogno che io scriva.

venerdì 1 novembre 2013

Donne, seconda parte, la più bella.




Amo le donne.

Quando nel nevischio sporco dello schermo ecografico si fanno riconoscere dolcemente in utero da un chicco di caffè che solo l’ottusità tenta di definire negativamente come mancanza del pisellino

Quando si prendono cura di bambolotti e peluches anziché smontarli e farli uccidere l’un l’altro.

Quando apparecchiano per il tè prima di tirare fuori dai cassettoni gli invitati.

Quando portano a casa una foglia di acero come fosse un tesoro.

Quando disegnano le mamme con gli occhioni, le manone e le tettone.

Quando provano a mettere in ordine il mondo a partire dai loro quaderni.

Quando pensano che il loro papà non le deluderà mai.

Quando parlano con le amiche di un amore che è neve appena caduta.

Quando nidificano.

Quando danno a un uomo qualcosa di più nobile rispetto ad un gioco che negli anni cambia solo nome.

Quando il loro corpo si schiude alla nuova vita.

Quando si richiude ma solo in un abbraccio ai figli che sa durare nel tempo senza rendere meno liberi entrambi.

Quando fanno collezione di ricordi.

Quando non rimangono loro che i ricordi.

Quando anche i ricordi svaniscono.


Quando stai per perdere tutto e ti rimane il ricordo del sorriso di una donna.



Quando trovi un commento così e lo rubi per metterlo in prima pagina, perché speri che sia tornato, perché è sicuramente lui con quella penna precisa e piena di cuore, con quel suo modo di raccontare che ti ipnotizza e ti emoziona, perché tu, non hai e non sapresti fare di meglio.
Perché una donna fra le sue mani, ha trovato Casa.

martedì 29 ottobre 2013

Donne



Mi sorprendo sempre più spesso a guardare le donne.
Prima pensavo che un bell'uomo fosse come una bella donna, da osservare ed ammirare, punto.
Ora mi capita di pensare che una donna bella sia più bella di un uomo bello.
L'armonia di una femmina, le sue curve, i suoi dislivelli, i profili dolci, le punte dei capelli, le pance appena accennate sotto al cotone delle magliette, le borse messe a tracolla, il passo veloce ed incerto, i fermagli scesi fra i ricci indomiti, il gesto lento di allacciarsi una camicetta, il soffio che fanno sulle loro unghie per asciugare lo smalto, l' espressione che assumono mentre aspettano l'autobus, quando fanno la spesa o tengono per mano i loro bambini, tutto di loro mi incanta.
La bellezza di una femmina mi appare più piena, complessa, ricca ed articolata rispetto a quella di un uomo.
Avvicinarmi ad una donna e sbirciarla, osservarne i movimenti, guardare il modo che ha imparato per spostare la sua bellezza nel mondo, per fare un passo ed allineare i piedi quando indossa i tacchi, quando infila una matita in bocca per poi incastrala fra i capelli puliti, quando si prova un vestito ed aspetta un giudizio altrui mentre già conosce perfettamente il proprio di giudizio, ed è incrollabile, fissato dentro lo specchio come un quadro perenne.
Mi piacciono le donne quando vanno insieme a prendersi un caffè, quando si sfogano una con l'altra, quando riescono a coalizzarsi e difendere qualcosa alla quale tengono molto, quando parlano di colpi di sole per non parlare di dolore e morte, quando si scambiano ricette e consigli, e soprattutto quando ridono, quando ridono mi piacciono molto.

La bellezza di una donna si rintana nel suo sterno, al centro esatto dei suoi seni, nella fossetta giugulare, dove batte forte il loro cuore, nel collo e nelle vene che la rendono viva, nelle mani piene di storia, dentro agli occhi e fra le ciglia quando le colpisce il sole di traverso.
Le gambe delle donne belle si accavallano, si intrecciano, accolgono e respingono, le caviglie sottili sotto alle calze velate si intravedono e sono incantevoli.

L'armonia che emana un corpo pieno di donna, mi è talmente cara da commuovermi.

lunedì 21 ottobre 2013

Apologia della banana




Amo mangiare le banane.
Sono però molto esigente in fatto di banane.
La banana perfetta per me, deve essere necessariamente: poco matura ma non eccessivamente acerba, grande e soda, di due marche specifiche, tutte le altre, prive di tali caratteristiche, purtroppo non riesco proprio a mangiarle.
La banana però è infida: esiste un momento preciso per mangiare la banana giusta e spesso questo momento rischia di sfuggirmi.
Compro la banana quando è ancora verde, la sistemo nella fruttiera, ogni tanto le passo vicino e le lancio un'occhiata vogliosa, "troppo presto" mi dico, "troppo immatura ancora", "devo attendere".
Non capisco mai come succeda, ma improvvisamente, passandole nuovamente vicino, mi accorgo che è drammaticamente troppo tardi e non posso più mangiarla.
La banana oscilla, in un leggero squilibrio temporale, dall'essere troppo verde, ad essere eccessivamente matura.
La banana immatura è acerba, allappante, ingrippa i denti, entra nello stomaco e ci resta come ci resterebbe un masso alpino.
La banana matura ha quell'odore puntuto, odioso, è appiccicosa, la sua consistenza è divisa a piccoli blocchi, non è liscia, sembra sempre sul punto di sfarinarsi, possiede un sapore stucchevole e presenta tragiche macchie marroni, che mia madre hai voglia a dirmi essere "solo zucchero" quando ero bambina,(lo dico anche io ai miei figli ora e continuo a non crederci), ma sono davvero odiose, filamentose, indeglutibili.

La banana è come certe cose della vita, per un bel pezzo è troppo presto, ad un certo punto è troppo tardi.

Tutto sta nel cogliere il momento esatto.

E non lasciarsi sfuggire la banana giusta.

giovedì 17 ottobre 2013

La dieta dimagrante


La dieta dimagrante è quella cosa che inizi a fare quando hai toccato il fondo della tua autostima, quando ti schifi guardandoti nelle fotografie e ti saltano i bottoni dei jeans, intraprendi la dieta nel momento in cui ti si slabbrano le cerniere, scuciono le gonne, o quando alzi un braccio per salutare qualcuno e subito sguscia fuori la pancia che tenevi segretamente acciambellata sul tuo torace.
La dieta è privazione, rinuncia, riduzione, eliminazione, già questo sarebbe sufficiente a renderla odiosa, tutti vorremmo poter aggiungere, abbondare, esagerare nella nostra vita con le cose goduriose, con il buon sapore, con il conforto di qualcosa di piacevole, toglierle e limitarle ci getta in una situazione di punizione, di mancanza.
La dieta è quella cosa che nessuno ti aiuta a portare avanti, tutti intorno ti dicono:" ma stai benissimo ANCHE così" oppure: "ma mangia che ti frega!" e tu ti senti in imbarazzo a rifiutare piatti appena preparati, torte di compleanno, polente con salsicce fumanti nei giorni di festa con gli amici.
La dieta ti fa sentire superficiale, sai bene che la vita è fatta di cose molto più importanti, di dolori e preoccupazioni e che almeno con il cibo, bisognerebbe sentirsi liberi, ma tu, così proprio non ti puoi vedere e soprattutto non ti puoi sentire, ti da fastidio anche scendere le scale e percepire nettamente quelle zavorre che ti ancorano a terra, non sopporti più sfiorare con la mano il gluteo trasbordante, il panciotto ripieno, il doppio mento allegro.
Finalmente convinta, vai in giro con 80 grammi di bresaola, prendi a calci il filone di Genzano, dichiari guerra al lievito, sputi sui carboidrati, tagli milioni di finocchi e carote, ingurgiti freddi yogurt magri mentre vorresti mangiare un panino con la porchetta completo di crosta croccante.
La dieta è quella cosa che continui a fare con grande sacrificio e spirito di abnegazione, poi, dopo mesi, hai finalmente perso 15 chili e ti accorgi che hai completamente smarrito le tette.
Ti dispiace molto questa cosa delle tette, perché ti piacevano, ti sembravano proprio gradevoli, femminili, tonde, amavi guardarle o lasciare che le guardassero con bramosia maschile.
Allora, riprendi lentamente a mangiare, ti lasci andare, pensi che se mangi un po' di più non ti farà male, magari questo rimpolperà i seni.
Inesorabilmente riprendi peso, lentamente ricompaiono le mammelle di un tempo, sei quasi felice, poi ti guardi di nuovo giù, lontano dalle tette e ti rendi conto di avere un'altra volta il culo come una portaerei.
La vita è piena di scelte difficili.
Culo normale e tette belle non ci sono concesse, mannaggia ai pescetti.

lunedì 14 ottobre 2013

Puzze e fastidi



C'è una situazione specifica che mi fa sentire a disagio, mi mette in ansia, mi avvilisce in senso evoluzionistico.
Esiste un fatto, un accadimento, una vicenda, che è sempre assolutamente spiacevole quando mi capita: entrare in un bagno, specie quello del posto in cui lavoro, che maleodora.
Non sopporto aprire la porta della toilette ed essere investita dall'olezzo fastidioso per le mie nari, non tanto per me e le mie nari appunto, quanto perché immagino che quelli che verranno dopo, i posteri, individueranno me come l'origine di tale maleodore e questo non mi piace.
Non sopporto uscire dal bagno, sorridere alla collega e lasciarla entrare in un luogo puzzolente, sapendo con certezza che sei secondi dopo penserà: " oh mamma mia benedetta senti che puzza ha creato questa Silvia, chi se lo sarebbe mai aspettato".

Non sopporto essere incolpata di qualcosa che non mi riguarda, non mi tiro indietro quando mi mettono sul banco degli imputati per qualcosa che ho commesso realmente, ma starci sopra accusata ingiustamente no, mi fa andare ai pazzi.

Prima di uscire allora, faccio cose inutili tipo soffiare, sventolare la cartaigienica per far circolare l'aria, aprire e chiudere la finestra come fosse un ventaglio, saltellare, spalancare le ascelle profumate di deodorante per contaminare l'aria con un buon odore.
Alla fine mi arrendo, apro la porta sperando non ci sia nessuno ad attendere il puzzolente turno, e se invece c'è qualcuno, provo ad intrattenerlo con notizie meteo o di interesse stagionale, dando sfogo a delle comode ovvietà: "mi cadono un sacco di capelli, sarà perché è il periodo delle castagne...", "hai già fatto il cambio di stagione?" e simili.
Non mi piace che si sospetti di me, che si pensi sia stata io se non sono stata io.

E' ora che la gente la smetta di fare puzze tremende ed uscire furtiva dai bagni, è giunto il momento che le persone si facciano carico delle proprie "creature", è arrivata l'epoca dell'outing, bisognerebbe dire: "ragazzi il bagno è impraticabile, mia suocera mi ha preparato la ribollita ieri, abbiate pazienza".

E' il momento che il mondo si renda responsabile delle proprie puzze.

lunedì 7 ottobre 2013

Il momento esatto




Amo il momento esatto in cui:

Mi sveglio e mi guardo mentre metto i piedi a terra.
Trovo una cosa che cercavo da mesi esattamente dove l'avevo cercata per mesi.
Rimando dicendo:" ci penserò dopo".
Trovo parcheggio.
Arriva lo stipendio.
Ho un intero giorno di ferie davanti a me.
Sforno la torta.
Mi siedo per guardare un film in solitaria.
Timbro l'uscita dal lavoro.
Mi sento così bene che correrei.
Riesco a rinunciare ai carboidrati.
Mi rigiro nel letto assaporando il cuscino.
Fuori piove e noi siamo dentro.
Faccio un bellissimo sogno.
Scrivo sul mio moleskine con la penna.
Compro un libro che mi piace.
Passeggio senza meta.
Mi sveglio di soprassalto pensando che sia troppo tardi e poi mi ricordo che è sabato.
Il sole asciuga i miei panni stesi.
Accendo il diffusore di essenze.
Mi fanno davvero il cappuccino con la schiuma.
Mi scaldo le mani davanti al camino di mamma e papà.
La psicologa accetta di prendermi in terapia per un anno.
Il parrucchiere fa quasi quello che avrei voluto facesse alla mia testa.
Faccio benzina e non ci devo pensare per almeno una settimana.
Un bambino mi abbraccia felice appena spunto in sala d'attesa.
I miei figli mi dormono accanto con quelle braccia aperte ed arrese.
Alla radio mandano una canzone che mi piace tanto.
Finalmente l'acqua della doccia raggiunge la temperatura perfetta per me.
Apparecchiamo per cenare insieme.
Ci sediamo per la colazione della domenica mattina.
Buzz Lightear dice a Woody: "si da il caso che io possa volare"
Mia suocera prepara le polpette.
Mia madre cucina le carote per Marco.
I miei figli mi annusano.
Un bambino mi chiama Sippia, Titia, Sibbia, Siva
Nel negozio di abbigliamento mi piace qualcosa che è in saldo e c'è persino la mia taglia
Buzz Lightear dice a Woody:"sei uno strano e triste omuncolo e ti compatisco"
Si forma la nebbiolina vaporosa sui vetri di casa mentre fuori fa freddo ed io sto cucinando.
Cominciano i palinsesti estivi.
Scopro di essermi innamorata.
C'è la cena pronta perché è avanzato qualcosa di buono dal pranzo della domenica.
Mangiamo insieme il brodo vegetale con la pastina all'uovo
Ci sistemiamo tutti e quattro sul divano per la serata-cinema del sabato sera.
Guardo Giacomo e Filippo mentre giocano con gli altri o fanno sport.
In chiesa dicono "tutti seduti".
Cominciano i palinsesti invernali.
Durante le previsioni del tempo dicono: "temperature in brusco calo" ed io rimetto i piumoni nei nostri letti".
Iniziano le vacanze di Natale.
Arriva la prima notte invernale con i piumoni.
Arriva la prima notte estiva con le lenzuola.
Abbiamo finito di fare l'amore e ti lasci abbracciare e baciare
Ho terminato il cambio di stagione di tutti e quattro e scrivo il bigliettino che leggerò solo la stagione seguente
Compro i pigiami nuovi per i miei bambini ed i calzini da maschio.
Ho appena fatto la ceretta.
In cui mi passa un dolore.
Ritrovo una vecchia fotografia.
Annuso la scatolina contenente il nuovo completino intimo
Metto un cerotto sulle vesciche e riprendo a camminare.
Arriva la pizza che avevo ordinato, proprio quella e non un'altra.
Ho in mano il mio giornale ancora incellophanato.
Woody dice a Buzz Lightear: " quello non è volare, quello è cadere con stile".
Marco borbotta: "vieni qui che ti faccio un massaggio".
I miei figli cantano.
Gli altri chiamano i nostri figli con il tuo cognome.
Mi preparano una tisana o mi sbucciano la frutta.
Faccio un brutto sogno, mi sveglio tremando piena di brividi grossi e tondi e ti abbraccio ritrovando il sonno ed un respiro regolare.
Finalmente consegnano le bomboniere.
La domenica sera ritorniamo verso casa.
Scarto le calze nuove e mi arriva il loro odore irresistibile.
Rimetto un vecchio jeans taglia 40/42.
Mi fanno una sorpresa.
Ridono per una mia battuta.
Una collega mi chiede:" vuoi qualcosa al distributore?"
Grattugio il parmigiano e ne mordo un bel pezzo di nascosto.
Compro qualcosa in pasticceria per una cena con gli amici.
Si sente il brusìo dietro le quinte nelle recite dei nostri figli e solo noi riconosciamo le loro voci fra quelle degli altri.

Qualcuno legge un mio post e si diverte o si commuove o si arrabbia insieme a me.

giovedì 3 ottobre 2013

Quel tempo



Quel tempo della mattina presto quando l'aria è frizzante e piena degli odori della stagione, del profumo dei forni, del vento carico di promesse, io non ce l'ho.
Quel tempo che è ancora presto e puoi fare cose bellissime come sederti e bere un cappuccino, fare la cacca senza contemporaneamente, allacciare le scarpe ai tuoi figli o scolare la verdura per la sera, io non ce l'ho.
Quel tempo vuoto e lento, senza appuntamenti, pieno di possibilità da vagliare, quel tempo da riempire con una passeggiata in centro, un libro su una panchina, una corsa al parco, la visita ad un museo, una mostra di pittura, dello shopping consolatorio, una fuga al mare, del sesso con l'amante, un massaggio in un hammam con un'amica, io non ce l'ho.
Quel tempo dopo aver portato i figli a scuola, quando hai ancora i capelli spettinati dalla notte, quando non c'è trucco sul tuo viso, quando i muscoli sono molli di sonno e gli occhi pieni di sogni, quel tempo per decidere cosa essere, per rimettersi sotto alle coperte in barba al mondo frenetico, io non ce l'ho.
Quel tempo per andare a fare la spesa al mercato, riempire le buste di frutta e verdura, di pesce fresco da preparare per pranzo con cura ed attenzione, di chiacchiere con le altre persone libere come saresti tu, quel tempo per prendere ricette dalla signora che ti vende i carciofi, per osservare la pasta che lievita sul termosifone, tempo pieno di film da guardare con le ginocchia al petto, raggomitolati sul divano, io non ce l'ho.
Quel tempo in cui la vostra casa è piena di luce ed ha bisogno della tua attenzione e della tua fatica senza controllori, di una fatica che in fondo tu ami perché la puoi gestire, quel tempo in cui torni a casa e ti prepari un caffè, una tisana bollente e pretratti una federa del cuscino, macchiata di rimmel, quel tempo in cui telefoni a lungo ad un vecchio zio e leggi i fumetti sul lettone, quel tempo in cui puoi permetterti di sederti a scrivere senza rubare il tempo a nessuno, io non ce l'ho.
Quel tempo in cui prepari la casa per accogliere tutti quelli che ci vivono insieme a te, in cui la profumi e la rendi casa, un tempo per buttare giù i libri e spolverare li sopra, staccare le tende e riappenderle umide e fresche, ordinare le fotografie e riderne o piangerne un po' e magari, finalmente ordinarle.
Quel tempo per restare zitta, per non fare, immobilizzarsi o partecipare ad un corso di kung fu intensivo, per respirare come gli yogi, per mettersi lo smalto sulle unghie, un tempo senza guidare né parcheggiare, né atrofizzare il piede sulla frizione, un tempo per fare l'uncinetto o cucire una coperta di lana pesante, io non ce l'ho.

Quel tempo che vedo ogni mattina accanto a me, dentro ai visi di quelli che mi vivono vicini mentre io corro e loro, a questa corsa non partecipano, ne restano fuori.

Io vorrei quel tempo, anelerei quello spazio, sogno quell'opportunità tanto lussuosa ed incredibile, resto dentro invece, salgo ogni mattina su quel treno in corsa del quale ogni tanto smarrisco la destinazione.

giovedì 26 settembre 2013

L'immortalità di domani






Credo che dovremmo insegnare ai nostri figli a morire.
Penso che insegnare loro a vivere tralasciando la morte, sia un lavoro di dubbio valore, incompleto, insufficiente.
Comprendo che sia più facile insegnare ad amare la vita che far prendere dimestichezza con l'ineluttabile fine, anche se talvolta è un'impresa titanica anche passare questo amore.

La morte non dovrebbe piombare sulle teste dei bambini come un evento imprevedibile, come una disgrazia nella quale inciampare vivendo, un buco oscuro di cui non parlare ma del quale avere terrore, continuamente, silenziosamente.
La morte non è l'opposto della vita ma un'appendice di essa, vivendo si muore.

Potremmo crescere i nostri bambini ponendo la loro attenzione sull'immortalità dei piccoli gesti, sul passaggio di ricordi, sensazioni, esperienze, sugli scambi profondi, sul petto uguale al loro padre e le unghie spiccicate a quelle del nonno.
Mi piacerebbe far riflettere i miei figli sul fatto che siamo immortali ogni giorno, quando chiediamo ad un amico cosa farà per Natale e mancano ancora sei mesi, quando acquistiamo 16 bottiglie di passata di pomodoro perché era in offerta ed il pensiero ci va ai sughi che prepareremo nelle domeniche di pioggia, alle lasagne con la crosticina ai bordi, quando facciamo l'amore e ci sembra che in quel momento non potremmo morire mai, quando compriamo un piumone caldo per l'inverno che verrà, quando facciamo il cambio di stagione, quando prenotiamo un albergo, quando diciamo:" l'anno prossimo si va in montagna", quando organizziamo un compleanno a sorpresa o nel momento in cui, guidando di mattina presto, pensiamo "stasera preparerò una bella torta".

Siamo davvero immortali, fino a che non moriamo.

lunedì 23 settembre 2013

La Strategia manchevole


Manco di strategia, non ne possiedo, evidentemente non l'ho ricevuta in dotazione.
Non conosco strategie di sorta, manco di tattica, improvviso, vado a braccio da 38 anni, e questo braccio non è che mi abbia portato sempre in luoghi meravigliosi, c'è da riconoscerlo.

Non rifletto, non pianifico, non prevedo, non capisco ancora bene il meccanismo di causa-effetto, ignoro la relazione, neanche troppo sottile, che esiste fra le azioni e le conseguenze, sono ferma ad uno stato primordiale, piò o meno collocabile fra i primi due-tre anni di vita.

Le cose mi accadono ed io accado alle cose come un accidenti, inciampo negli eventi, mi espongo, rischio, mi mordo le mani, rotolo, mi lancio come un cataclisma, parto, "pio e parto" si dice a Roma.

Non ho strategie in amore, amo.
Non ho strategie musicali, ascolto.
Non ho strategie seduttive, seduco.
Non ho strategie comunicative, dico.
Non ho strategie sessuali, faccio l'amore.
Non ho strategie tecnico-professionali, accolgo i bambini.
Non ho strategie di lettura, divoro i libri.
Non ho strategie fotografiche, scatto.
Non ho strategie culinarie, cucino.
Non ho strategie educative, tento.
Non ho strategie di danza, ballo.
Non ho strategie alimentari, mangio.
Non ho strategie contro il dolore, soffro.


Ho poche certezze, scarsi capisaldi, nessuna risorsa militare, alcuna regola, possiedo un ordine disordinato, dentro di me regna il caos, vivo sempre in mezzo alla bufera dei miei sentimenti, resto agganciata all'altalena delle mie emozioni, ho una sensibilità acuta ed animale, sono un'incontinente emotiva molto probabilmente, una cavalla pazza.

Necessito urgentemente di molteplici ore trascorse a giocare a Risiko, una buona volta tentando di invadere la Kamchatka piuttosto che fissarmi estasiata, sul colore brillante dei carri armati.

lunedì 16 settembre 2013

Soddisfazioni e momenti difficili



Con i figli e grazie ai figli si raggiungono momenti di estasi e felicità estrema, sono momenti intensi e bellissimi ma davvero fugaci, il resto del tempo è fatto di fatica, paura, dolore, preoccupazione, stanchezza, noia, sonno arretrato, nervi scossi, attacchi di panico, sensazione di nausea, secchezza delle fauci, alito pesante.

Sono momenti pregni di patos quando:

-Siete tutti stipati in macchina, destinazione mare, gonfiabili già gonfi che ingombrano lo specchietto retrovisore e di conseguenza ridotta visibilità alla guida, la temperatura interna dell'abitacolo si aggira pericolosamente intorno ai 50 gradi, non cè un parcheggio neanche a pagarlo oro incenso o mirra, e loro si prendono a zoccolate, morsi e sputi bagnati, urlano: "quanto mancaaaa perché non scendiamo, perché non parcheggi? vogliamo farci il bagnooo" e contenuti affini.

-Giungete tutti ad un concerto, dopo mesi di attesa, prendete posto, vi sedete cercando di non fare rumore, la musica inizia, voluttuosa e bellissima ed uno dei due, o nei casi più fortunati, entrambi dicono ad alta voce:" devo fare la cacca, ora" perché loro devono sempre fare la cacca ora, non dopo, proprio ora, anche se sei nel momento clou della cerimonia della tua amica del cuore, appena arriva il piatto di pasta fumante ordinato al ristorante, mentre siete sdraiate a prendere cinque minuti consecutivi di sole sul lettino, mentre dormite la domenica mattina all'alba, durante i velocissimi preliminari pre-coito mentre avete affidato due minori nelle mani scriteriate di Peppa pig chiudendovi disperatamente a chiave nella camera patronale.

-Tornate da una cena lunghissima, in piena notte ed i cuccioli si sono addormentati, ve li caricate in braccio, uno per uno (con tre e multipli di 3 come si fa?)e non trovate le chiavi o meglio non avete le mani per rimestare nella borsa, i bambini iniziano a scivolarvi dalle braccia, vi incollate al muro ed il fiato vi si spezza, avete la netta impressione che rimarrete lì, come gechi inermi, fino all'indomani mattina quando il primo condomino aprirà il portone scoprendovi abbarbicati sui muri limitrofi ad esso.

-Vi rispondono, davanti a tutti in malo modo, con frasi del genere:" ma che stai dicendo? neanche per sogno, giammai, scordatelo, faccio come mi pare, non mi va, non ci penso proprio, ma vattene a quel paese" e così via , così discorrendo.

-Non escono dal bagno in mare e voi, che siete partiti pazienti e comprensivi, con il tono di voce e l'appeal di Maria Montessori, raggiungete presto l'apogeo educativo urlando come forsennate, gli occhi fuori dalle orbite, le mani che si agitano e frasi truculente che vi escono dalle corde vocali quasi in maniera autonoma:" appena esci vedi, ti spezzo, ti rompo le braccine, ti do fuoco ai giochi da spiaggia, il gelato te lo metto per cappello, al mare non ci vieni più, se entro in acqua giuro che ti affogo" e tutti i bagnanti ti fissano mentre camminano sul bagno asciuga con malcelata espressione ripugnata.

-Sotto l'ombrellone apri la borsa frigo contenente meraviglie culinarie preparate nottetempo e loro arrivano delicati come elefanti fra i cristalli di Boemia e riempiono l'insalata di riso ed i cannelloni ripieni, di quintali di sabbia croccante.

-Fra i ben 34 tipi di gelato disponibili in quel bar e dopo una fila interminabile, loro volevano proprio il gelatino barrato con la X nera ed ora piangono disperati bloccando la fila ed attirando strali e sortilegi di ogni sorta, da parte degli altri avventori.

-Tirano i sassi sulla macchina nuova e scintillante di un caro amico, quando vomitano sul tappeto della casa di tua cognata appena inaugurata, quando si ammalano durante il tuo giorno di ferie programmato con la tua storica amica, quando si attaccano ai tuoi elegantissimi pantaloni bianchi con le manine impiastricciate di cioccolato, sugo di ragù modenese, ciliegie e frutti di bosco e sottobosco.

-Durante una cena con molti estranei, in una situazione formale ed elegante, voi narrate un simpatico aneddoto e loro gridano: "non è vero non è andata così" mortificando la vostra capacità narrativa nonché la vostra credibilità, d'ora in avanti, fortemente messa in discussione.

-All'interno di un ipermercato gremito, mentre voi tentate di ricordare chi siete e cosa dovreste comprare, dove avete messo la tessera amica, quale sia il codice pin del bancomat, se c'è realmente qualcosa dentro a quel bancomat, dove avete parcheggiato la macchina, se avete preso dal portabagagli le buste ecosostenibli, come farete a scaricare la spesa visto che siete sole e senza ascensore, loro ripetono ad ogni scaffale, ad eccezione di quello farmaco-sanitario:" me lo compri per favore, ti pregooo"

-Quando scappano via ad ogni indumento che riusciate a far loro indossare tentando di bloccare i loro quattro arti indemoniati, la mattina quando è tardi,(stranamente è sempre tardi), e vi dovete rialzare ogni volta per riafferrarli al volo fra la mutanda e la maglietta, fra la maglietta ed i pantaloni, fra i pantaloni ed i calzini...(sarà, ai più chiaro, quanto d'inverno possa essere decisamente tutto più complesso).

-Fuggono, si allontanano, corrono via da voi e vi lasciano nel panico più nero per alcuni minuti lunghissimi.

-Spalancano la porta di ingresso (in questo caso di uscita)perché non vedono l'ora di andare al parco e voi siete ancora nude, con la maschera al kiwi sulla faccia, le pantofole sdrucite, e buona parte degli abitanti del condominio si trova sul ballatoio per andare alla santa messa della domenica mattina.

-Si svegliano come se fosse mezzogiorno nel cuore della notte o dopo un'ora di favole e ninne nanne e già pregustate il libro, la doccia, la stasi orizzontale, vi appropinquate verso l'uscita della cameretta e loro:" dove vai mamma, sono ancora sveglio!"

-Urlano come forsennati, emettendo bava dalla bocca, spalancando la gola ed il velo pendulo, sudando e sbattendo i piedi, perdendo muco dal naso, fingendo soffocamento da tracheotomia e perforandoti i timpani, solo perché la pizza la volevano bianca e non rossa mentre il giorno prima l'avevano voluta rossa e non bianca.

Ero una madre perfetta fino al giugno del 2005, dopo di che, avvenne lo sfacelo.

venerdì 13 settembre 2013

Dal meccanico



Io, oggi pomeriggio dovrò andare dal meccanico.
La macchina non và, gratta, emette rumori sinistri, anche destri ma in maniera minore.
Ho preso appuntamento con il meccanico per le ore 17 in punto.
Io, andare dal meccanico, proprio non mi piace.
Io, dare i soldi al meccanico mi sembra di buttarli, un peccato vero, un colpo al cuore, un dispiacere ingiusto.
Io non ci capisco niente di meccanica e meccanici, fatico ad immaginare come sia fatto un motore, cosa sia un radiatore, dove siano le fasce, di che colore siano le pasticche ed ogni quanto bisognerebbe somministrargliele.
Io non ho voglia di andare dal meccanico, mi sale l'ansia, non so dove parcheggiare nell'officina, temo che improvvisamente si alzi il ponte levatoio, che possa rigare la macchina sui muri meccanici, che schiacci un piede al professionista meccanico.
Io, quando devo andare dal meccanico non ci voglio andare, mi potrebbe dire qualsiasi cosa che io non sono in grado di controllare, potrebbe effettuare qualunque diagnosi ed io non avrei scampo, potrebbe illustrarmi con pazienza motivazioni e pezzi rotti coinvolti nel guasto ed io mi scoprirei a fissargli attonita il colletto o le unghie delle mani.
Io, ogni volta che vado dal meccanico, finisce che gli chiedo: "ma non si può prendere un pezzo dallo sfasciacarrozze?" anche se si tratta soltanto di regolare la frizione.
Io, dal meccanico, credo ancora in maniera obsoleta e retrograda, che ci debba andare un uomo.

Io, che oggi devo andare dal meccanico, se dovesse finire che lui rispondesse alla mia domanda:" si, può cercare il pezzo dallo sfasciacarrozze", io sarei disperata.
Io, andare dallo sfasciacarrozze, è peggio che andare dal meccanico.

martedì 10 settembre 2013

Considerazioni scontate





Ho trascorso una vita ad analizzare stupita, le delusioni che gli altri mi davano, le ho quasi collezionate.

Le delusioni si sono sovrapposte diventando spesse e dolorose come una crosta sopra alla ferita, ho collezionato amiche che non si rivelavano affatto tali, uomini meschini, colleghi opportunisti e traditori, amanti senza palle, comitive di colpo assenti.

Ho pianto, analizzato e sofferto a causa di queste delusioni, mi sono chiesta il motivo, ho cercato il punto esatto dove avessi potuto sbagliare, ho maledetto la mia stolta fiducia, la mia testardaggine, ho urlato contro le fragili caratteristiche di ognuno di noi.

Poi ho capito una cosa, magari scontata, magari inutile come lo scoprire che i pesci muoiono senza acqua, un'illuminazione spietata ed accecante mi ha colta una mattina di fine estate, la consapevolezza improvvisa di una considerazione pulita mi ha scrollata dal torpore emotivo:

le più grandi delusioni della mia vita, quelle più roventi, profonde e violente, me le sono data da sola.

Indubitabilmente da sola.

martedì 3 settembre 2013

Il metaforico giuoco dei racchettoni




Questa estate io e te abbiamo giocato molto a racchettoni sulla spiaggia.
Abbiamo giocato sotto al sole, sulla sabbia bagnata, su quella rovente e sottile, con i piedi nell'acqua, lontani dagli ombrelloni.
Io e te, questa estate abbiamo iniziato a contare gli scambi che riuscivamo a fare, giocavamo a conoscere ed a battere il nostro record.
Iniziavamo lanciando la palla e dicendo: "uno" e si continuava a contare ad alta voce fino a che la palla non carambolava a terra, persa, ed allora si azzerava il conto e si ripartiva.
A volte abbiamo fatto tre soli scambi, altre volte neanche uno, altre ancora abbiamo tenuto duro fino a trenta saltando e correndo, recuperando e respirando forte.
E' capitato che tu tirassi troppo in alto, io troppo lontano, tu senza forza sufficiente, io con esagerata energia.
E' avvenuto che tu mi facessi correre ai lati, che io ti costringessi a piegare le ginocchia, che ci dovessimo tuffare completamente in acqua o nella sabbia.
E' successo che ad uno di noi non andasse di correre troppo e fosse rimasto lì fermo a guardare la palla cadere a terra, stanco ed annoiato, c'è stato il momento in cui io ero pronta e tu invece avevi il sole in faccia, io un granello di sabbia negli occhi, i capelli troppo sudati, la schiena incordata.
Ci siamo inchinati ancora ed abbiamo continuato a gridare: "uno" all'ennesimo tentativo di raggiungere un'armonia, uno scambio decente, un numero sufficiente di palle salvate e rinviate all'altro.
Il nostro record e la nostra partita, erano nelle mani di entrambi, la medesima responsabilità, una colpa spesso sbilanciata ma in fondo la stessa colpa, l'identico tentativo di trovare un equilibrio seppure fragilissimo.
Ci siamo rimpallati la stanchezza, l'energia, la sfida, la competizione, ogni tanto ci siamo fatti male, un passo falso, una distorsione di caviglia, un vetro tagliente nascosto sotto alla sabbia, un ramo sul quale inciampare, poi una risata di complicità, un chiedersi scusa per un tiro senza senso.
A volte il sole, la fame ed il sudore erano così fastidiosi che il puntiglio di battere il nostro stesso record diventava esso stesso odioso e quasi ridicolo, ma abbiamo ripreso di nuovo da quell'uno gridato, siamo stati testardi, risoluti, quasi disperati.
E' successo che tu ti sia preso la colpa del fallimento di uno scambio, che io ti abbia ritenuto responsabile assoluto, che tu mi abbia criticato ed urlato: "muoviti, sei troppo lenta, sei pigra, non ti sforzi", è capitato che la racchetta ci sia sembrata sbagliata, la palla troppo piccola, l'impugnatura troppo dura.
Ci è venuta voglia di buttare quei racchettoni colorati, di comprarne altri, o di giocare un gioco diverso.
A volte la palla ci è arrivata vicina, sarebbe stato semplice salvarla con poco sforzo ma non ci abbiamo creduto abbastanza.
Alla fine, l'ultimo giorno di vacanza, non abbiamo mollato finchè non abbiamo tenuto, ribattuto, salvato, ben 36 palle.

Ci siamo buttati uno addosso all'altro nella sabbia abbracciandoci sudati e ruvidi di sabbia, ed un po' ci è venuto da ridere ed un po' ci è venuto da piangere.

venerdì 16 agosto 2013

“Piccolo vadecum estivo per lei intitolato:riconosci se è quello giusto, tanto molto probabilmente non lo è”




Esistono segnali più o meno chiari che l’altro ci invia e che noi dovremmo seguire per superare il “momento del rincoglionimento selvaggio”, tipico dell’innamoramento, e decidere più lucidamente, se lui, può essere davvero Lui.
Per ora, vista la canicola estiva, sono in grado di redigere il piccolo vademecum, solo in versione femminile, ad uso e consumo delle donne, anche se, eccezion fatta per il capitolo "te mastico i capezzoli", persino un uomo può trarne beneficio.

Ascoltate pulzelle, molto probabilmente non è un maschio per voi:

-Se usa lo stuzzicadente a tavola, mentre cenate insieme a lume di candela
-Se succhia il brodo emettendo rumori e rantoli
-Se dice: ”ti cercherò io ” in stile:” le faremo sapere”
-Se vi chiede di dividere il costo della benzina per andare un giorno al mare, insieme
-Se custodisce gelosamente un plaid sul pianale della macchina
-Se ha un arber magic alla vaniglia appeso allo specchietto retrovisore
-Se afferma di non essere tirchio ma solo attento ai soldi
-Se accarezza la sua automobile con il panno daino e lo sguardo da triglia
-Se si fa il riporto con gli ultimi capelli rimasti a difendere il fortino calvo
-Se ha cravatte traslucide
-Se indossa camicie a mezze maniche e, come se non bastasse, di un rosa mortadella intenso
-Se porta seco la radiolina al vostro petit dejeneur sur l’erb, per ascoltare i risultati del campionato di calcio
-Se rutta a tavola ridendo e dicendo: ”meglio fuori che dentro”
-Se fissa lubrico, emettendo bava laterale, il culo di una passante, mentre siete al suo fianco
-Se profferisce tale frase, rubicondo: ”non è come quello che prepara mia madre, ma comunque hai fatto un buon arrosto”
-Se vi chiede, veloce come una faina: ”ma sei ingrassata?”
-Se non vi bacia
-Se non vi abbraccia
-Se non vi tratta come cosa preziosa
-Se biascica mentre mangia
-Se vi mastica i capezzoli ignorando i vostri mugolii di dolore, o peggio se li interpreta come segnali di estremo godimento, aumentando così la pressione dentale.
-Se vi fa dei sermoni, alcune filippiche, talune ramanzine, come se foste la sua figlia degenere
-Se vi dice, di ritorno da un tour de force di sei ore dal parrucchiere: “Non stai male.”
-Se mangia molte più pop corn di voi al cinema, senza lasciarvele prendere
-Se vi chiede: ”ti è piaciuto?” dopo il sesso ma non vi domanda mai: “come ti senti?” in un giorno qualunque.
-Se litiga per aggiudicarsi un parcheggio urlando e cercando di fare a pugni
-Se non rispetta la fila facendo il furbo
-Se vi regala un profumo senza aver capito quale sia il vostro, né quale potrebbe piacervi
-Se mangia l’unica salsiccia adagiata sulla polenta fumante senza chiedervi se la volevate voi
-Se non si accorge se avete goduto o no mentre avete fatto l’amore ed interrompe tutto senza sincerarsi del vostro stato
-Se non si toglie i calzini mentre fate sesso
-Se, durante il sesso inizia a parlarvi a raffica, nominando il vicino di casa, evocando i suoi cugini, invitando virtualmente gli amici del liceo e la squadra di calcio nigeriana comprensiva dei panchinari, convinto che tal cosa vi ecciti un mondo.
-Se vi dice toccandovi:” vabbè ma in fondo hai fatto due figli non sei tanto grassa”
-Se vi fa regali solo al compleanno ed a Natale
-Se a Pasqua ti regala l’uovo con il peluchino secco e non hai meno di vent’anni.
-Se vi schiaccia sempre i piedi
-Se non si schiera mai
-Se non vi difende
-Se non rischia per voi
-Se ha paura di essere felice (ma vaffanculo)
-Se richiama la vostra attenzione chiamandovi: Cì, amò, chicca, trottolina, tesò"
-Se non si degna di guardarti negli occhi e dirti: ”è finita” quando sente che è finita
-Se non vi manda neanche uno straccio di sms con scritto: “buone vacanze tabula”
-Se non vi fa sapere in che luogo siete nei suoi pensieri
-Se non vi fa sapere se siete nei suoi pensieri
-Se ti soffoca con telefonate e messaggi
-Se vuole sempre sapere esattamente dove e con chi vi troviate
-Se è assurdamente geloso
-Se vi chiama amore durante il primo appuntamento
-Se non vi chiama amore neanche dopo 12 anni
-Se fa la vittima e vi accolla tutte le sue angosce, fallimenti, fragilità, senza sconti
-Se vi chiede ironico: "sei nervosa, hai le tue cose?"

-Se ti rovescia un bicchiere di succo d’arancia rossa sul pc mentre scrivi un post estivo, perché doveva spolverare il tavolo proprio in questo minuto.

P.S.
Perdonate se tale vademecum non presenta particolari caratteri di universalità, talvolta sono scivolata sul personale, ma è agosto e sono in vacanza a Paglieta, comprendetemi.



sabato 10 agosto 2013

Non si fa così



Lui mi si avvicina con il petto di peli e qualche rivolo di sudore d’agosto, mi abbraccia piano, non sa abbracciare, inciampa nei suoi abbracci, mi abbraccia lo stesso, mi sussurra nell’orecchio: ”non mi và di morire”.
Lui non riesce a pensare che smetterà di respirare, di parlare e sognare ciò che è abituato a sognare.
“Ti capisco, scoccia anche a me, deve essere parecchio antipatico morire”
“E’ morto persino mio padre figurati se non morirò anche io”
“Già, moriremo, ci tocca, è inevitabile, lo dicono tutti, non si può più fare finta di niente”.
Desidero delle scarpe chiare, morbide, attaccate al piede come un guanto di pelle, con un po’ di tacco, una punta dolce, la possibilità di correrci lieve lieve, con i piedi vicini ed i malleoli paralleli, un paio di scarpine da donna, dal quale si vedano distintamente il collo del piede, le vene azzurre, le dita che principiano discrete.
Vorrei delle scarpe femmina, quasi colore della pelle nuda, da mettere sotto ad una gonnellina, alla fine dell’orlo di un jeans stretto, di un pantalone nero.
Come ad ogni agosto mi prende la voglia d’autunno, dei brividi della mattina, delle prime torte, dei sughi della domenica, dei progetti incrollabili per il nuovo anno, che di solito osservo crollare inevitabilmente.
Come ad ogni agosto ho voglia di temporali e sonnellini nei quali sciogliere i miei sogni bislacchi, aspettare il tramonto e svegliarmi affamata e languida.
Come ad ogni agosto il sole mi strappa la pelle e mi affatica il fiato, vorrei imparare a fare la maglia, a stare ferma, a fargli passare la paura di morire e l’orrore del vivere.
Penso che non sia giusto, che non si debba lasciare in mano ad un Uomo tanto piccolo e solo, una cosa tanto grande come la morte, dicendogli: ”ora cavatela da solo”.

Non si fa così.



lunedì 29 luglio 2013

Immagini di Luglio




Era l'alba, un uomo giovane pedalava sulla sua bicicletta leggera, dalle ruote grandi, la scocca sottile ed elegante, era mattina presto e noi già correvamo nelle nostre macchine sporche.

Lui pedalava, aveva un completo elegante, giacca e pantaloni grigi scuri, opachi, la camicia bianca e la cravatta bordeaux, calzava scarpe nere, dure e belle, pedalava concentrato ma non affaticato, aveva gli occhiali scuri per difendersi dal sole fresco di un Luglio instabile, pieno di pioggia e nuvole e vento.

Pedalava rapido e preciso, mantenendo una rotta sicura, non vacillava, il suo incedere era chirurgico netto, la giacca si apriva nel vento del suo sforzo naturale, i lembi svolazzavano scoprendogli la pancia ed il torace tutto, era un uomo e correva nel senso contrario al mio.

Chissà dove andava con quella bicicletta e quel vestito.
Chissà chi lo aspettava, come era vestito anch'esso, se lì dentro faceva un caldo micidiale, se gli aveva preparato una buona colazione oppure lo voleva aggredire, sgridare, incolpare, chissà dove avrebbe parcheggiato la sua bicicletta ultraleggera, come sarebbe sceso da quel sellino, e se si fosse aggiustato la cravatta stringendola verso il collo.

Chissà chi c'era per lui subito dopo aver incrociato la mia strada, senza neanche vedermi.

lunedì 22 luglio 2013

Auguri amica mia.


E' alta, secca allampanata, bionda e con i ricci biondi, ha lo sguardo azzurro, è sincera come l'acqua di montagna, le puoi affidare qualsiasi segreto, lei lo custodirà, le piacerebbe leggere di più ma non ce la fà, le piacerebbe uscire di più ma non ha tempo, le piacerebbe parlare al telefono ma non telefona quasi mai, non sopporta le smancerie, odia i tradimenti, la tecnologia l'atterrisce, non riesce a scegliere se non con tempi lunghissimi e strazianti, ha due figli:una femmina scura dagli occhi scuri, i capelli scuri e la tenerezza visibile e tanto concreta da sembrare un oggetto, l'altro è maschio, biondo, chiaro, con gli occhi chiari ed una promessa di bontà che siamo tutti sicuri, manterrà per tutta la sua vita.
E' divertente e quando mi fa ridere mi fa ridere un casino, ha le mani più vecchie di lei perchè non si fà lo scrub, non si stende la crema, non si massaggia.
Lei non si mette mai le gonne anche perchè sua nonna le diceva che stava meglio con i pantaloni, è capace di amare zitta zitta senza fare rumore.
Spesso inizia la frase con uno:"Scusa", è una bravissima logopedista e se i miei figli avessero bisogno di una logopedista sceglierei lei.
Non risponde quasi mai ai messaggi ed alle telefonate, anche se ha mille minuti e mille sms ed internet illimitato, ma su di lei ci puoi contare, sempre.
Le piace fare colazione e sentirsi viva ed affammata a quell'ora, si ingozza di Macine alla panna e poi le si impenna il colesterolo anche se è un'acciuga lunga e diafana.
Quando non è felice a colazione, vuol dire che è proprio tanto triste.
Piange quando la giraffa Melman di Madagascar, spiega a Moto moto chi sia Gloria e cosa le piaccia davvero, è una romanticona ed adora la sua famiglia.
Mi piace farla ridere, e a volte, quando ride fa il verso del maialino, le piace Russel Crowe nel "Gladiatore", regala piscine gonfiabili e non và dall'estetista, le mechès ama farsele fare con la cuffia "perchè non cè paragone con le cartine" i capelli però, se li fà tagliare da una parrucchiera diversa da quella delle mechès.
Ascolta i miei vaneggiamenti amorosi facendo sempre il tifo per la mia famiglia, è paziente e và in vacanza in posti dai nomi strani tipo:" Canera" e "Guardia Perticara", ha però amato Parigi ed il mare esotico nel suo viaggio di nozze, sà stirare i miei capelli con il phon e la spazzola, certi giorni è così bella che intimidisce.
Certi giorni è così stanca che ti verrebbe voglia di prenderla in braccio.

Qualche minuto fà eravamo giovani, ora non lo siamo più, ma avremmo voglia di tornare all'agriturismo toscano, in riva alla piscina, a fantasticare sui figli e sui mariti che ancora non avevamo, anche subito.
Lei non fuma e non beve, ama il cappuccino senza schiuma e questa è l'unica cosa di lei che non capisco, sà sempre di buono e di pulito, è leale e fà le cose all'ultimo minuto, sul filo di lana.
Non ama cucinare e beve latte scremato, però quando cucina è brava, perchè lo fà seriamente come tutte le cose che fà, seriamente.
Vorrei tanto vederla un pò più leggera, anche se non pesa un accidenti.
Mette delle scarpe improbabili, per lo più da uomo e se quest'anno non butterà quelle nere lucide, la picchierò violentemente.
Quando è incinta sviene e vomita ed io mi accorgo che è incinta.
Scrive con una grafia ordinata,tonda, femminile, rassicurante, conosce bene la matematica e le regole della lingua italiana, ha giocato molto con i suoi genitori e li aveva vicini sempre.
Da piccola faceva temi che compiacevano le carmelitane scalze ma anche quelle con le scarpe, correva come il vento sulla pista rossa dell'atletica, era gelosa di suo fratello che ora ama follemente.
Non sopporta il parmigiano ed è fedele e sensuale anche senza tacchi nè trucchi.
Oggi compie gli anni, vorrebbe qualcosa di speciale, anche se non lo direbbe mai, io vorrei regalarglielo, ma siamo lontane.
Per ora le ho incartato un vaso azzurro come il suo sguardo, ed ho scritto questo post.

Auguri Amica mia.

mercoledì 17 luglio 2013

La mattina



La mattina il sole mi sveglia, piccoli cerchi caldi sulle caviglie, sulle unghie scure di smalto lucido e femmina, sull'ombelico che batte di sangue, sulle braccia lunghe, sul collo pallido, sul seno liscio come olio.
Apro l'aria che viene dall'orto, è ancora fresca e limpida, umida di notte e brina, di pomodori ed uccelli, e strappi di nuvole nuove, che ricambiano quelle di ieri ormai vecchie.
La mattina spalanco la luce del giorno e mi ci riempio la faccia, annuso fuori e mi sembra di trovarci un pezzo di mare.
Respiro l'aria sedendomi sul letto, impulsi e spinte mi lanciano in piedi, mi pizzica la voglia, mi fa vibrare il desiderio.
Sono confusa la mattina, perchè sento la consistenza dell'acqua, la promessa di un nuovo giorno che poi non viene mantenuta ma è pur sempre una promessa, e le promesse si sa, non si mantengono quasi mai.
La trama dei miei vestiti, il battito del mio cuore, il caffè sul fuoco, la croccantezza dei biscotti, il balcone pieno di aria tutta da riscrivere ed inglobare.
La mattina ho la possibilità di amare molti uomini e molte donne, perdutamente.
La mattina l'umanità mi attrae, l'immagine dei peli sul petto, il fianco sporgente, l'osso nella gola quando un maschio deglutisce, una maglietta che scopre la pancia mentre si allunga per prendere una cosa.
La mattina le cose mi stordiscono, i miei bambini pieni di profumo dei miei bambini sui colli teneri, i loro piedini con le dita minuscole che diventeranno grandi, le gambe tonde sul legno delle stanze mentre giro scalza per la casa chiara, il vento che gonfia le tende e la voglia pazza di restare.
La mattina porta dentro il desiderio di creare, cambiare faccia, occuparsi di cose belle, dedicarsi ogni momento con intensità e gusto.
La mattina ho quasi quarant'anni e non mi sembra tanto giusto.
La mattina mi sdraio di nuovo fra le lenzuola, il cotone addosso mi commuove per la sua accoglienza e mi fa male la pancia se solo penso che dovrò lasciarla.
La mattina mi stiracchio ed allungo come una gatta nel sole, metto in ordine i cuscini e guardo da lontano la casa che lascio immaginando quando ci rientrerò.
La mattina guardo i vasi, i libri, la polvere sulla credenza, le tazze capovolte che sgocciolano di lavaggio fresco, i panni nei cassetti, i mucchietti di calzini e slip, i messaggi sul frigorifero, le fotografie nelle cornici, i disegni dei bambini, le nostre tracce, i nostri percorsi cancellati e ripresi mille volte.

La mattina guardo indietro prima di chiudere e quelli siamo noi.

venerdì 12 luglio 2013

Vorrei regalarti un cane



Vorrei regalarti un cane perché ti segua ovunque, ti insegni la pazienza ed il rispetto, il dare senza l'aspettarsi nulla in cambio se non un grattino fra le orecchie.

Vorrei regalarti un cane perché ti sia fedele sempre, ti annusi, ti mostri cosa significa amare senza paura di perdersi, concedersi ed offrire la propria pancia ed il proprio collo, indifesi e fiduciosi.

Vorrei regalarti un cane cucciolo che cresca con te, che tu possa accudire ogni giorno, in un insieme di gesti che lo renderanno grande e forte, un cane che tu possa difendere dai cani cattivi, dalla gente orrenda, dal pericolo.

Vorrei regalarti un cane con il naso bagnato ed i peli da spazzolare, un cane che ti annusi mentre dormi e che riconosca il tuo odore sulle cose e fra i cuscini.

Vorrei regalarti un cane che ti riempia di feste appena rientri a casa dopo il lavoro, che ti lecchi le mani e ti scondinzoli intorno allegro e molesto come la gioia bambina.

Vorrei regalarti un cane grande che con le zampe ti abbracci le spalle e ti salti sulla pancia la domenica mattina svegliandoti come un' eterna giornata di sole e cielo azzurro.

Vorrei regalarti un cane femmina che ti consideri suo e ti difenda con le unghie e con i denti, un cane femmina che ringhi quando sei in pericolo ed una volta messa all'angolo, rischi la sua vita per te, senza pensarci un attimo.

Vorrei regalarti un cane femmina attaccato alla tua casa, che protegga il vostro territorio, che dorma davanti alla tua porta vegliando il tuo sonno, giovane e tonica come un cane da corsa, agile e dolce come un cane da caccia, forte e docile come un cane da compagnia, tenera ed amorevole come un cane femmina.

Vorrei regalarti un cane capace di sopportare la tua ira, il tuo dolore, il tuo disagio, un cane che sappia ricominciare ogni volta da capo, che ricominci ad amarti ogni mattina, fingendo che non sia successo niente, dimenticando il distacco e l'umiliazione che le hai rovesciato addosso, sulla groppa, nel respiro, dentro agli occhi.

Vorrei regalarti un cane femmina che ti ami da subito, dalla prima sera in cui sia riuscita a capire chi sei e soprattutto chi potresti essere, un cane che ti ami follemente, ciecamente, stupidamente come solo gli innamorati ostinati sanno fare.

Vorrei regalarti un cane perché io non ce la faccio più.

giovedì 4 luglio 2013

Dove



Ad un semaforo lungo della via Palmiro Togliatti, pensavo: "chissà dove..."
Chissà dove morirò.
E' importante sapere come e perché si muoia, ma il dove non lo considera mai nessuno, ai più sembra un argomento secondario.
Col cavolo che è secondario.
Pensa se ti si ferma il cuore mentre guidi un pulmino portando in gita 60 bambini dell'asilo, oppure mentre sei assisa su una lavatrice in centrifuga facendo sesso selvaggio con i muratori del vicino di casa che sta ristrutturando l'appartamento.
Metti che incontri il tunnel bianco mentre fai sesso selvaggio con il vicino di casa che sta ristrutturando e ti trovano i suoi muratori, insomma, il dove fa la differenza, credetemi.
Potrei morire al supermercato in fila esibendo la tessera soci, schiacciata da un elefante fuggito ad un circo mentre mi chino per raccogliere cicorietta selvatica, in pizzeria finendo con la faccia dentro ad una margherita bollente, nuotando in piscina così tutti crederebbero che sto facendo il morto a galla, sulla sabbia mentre scavo una buca per i bambini e mi ci auto-seppellisco finendoci dentro, sulla panca di legno di una chiesa durante un matrimonio cattolico mentre tutti lanciano il riso sul mio cadavere caldo.
Potrei morire all'alba, su una poltrona, leggendo un libro del quale non conoscerò mai il finale, in ascensore con le porte che si aprono e si chiudono sulla scena della mia morte silenziosa, potrei morire in ospedale, dentro ad un letto con le rotelle e le lenzuola della Lanvin, sul lettino gelido della sala operatoria mentre qualche medico stava tentando di salvarmi la vita ma forse era troppo stanco per riuscirci, o troppo annoiato o malpagato o forse, quella roba lì dentro me, ha dato complicazioni inaspettate, potrei decedere su un'isola deserta mentre addento la seconda cozza mortale, partorendo il mio terzo figlio a cinquant'anni e tutti lo chiamerebbero Silvia anche se maschio, in mia imperitura memoria.
Potrei morire mentre faccio colazione al bar con il mio amato fagottino alle mele e cannella, all'Ikea mentre riempio il carrello di cose dai nomi improbabili, facendo pipì in autogrill, o cadendo sul prato durante un concerto-cover dei Police mentre canto a squarciagola:"Du du du da da da".
Potrei innalzare la mia anima, lasciando il mio corpo tondeggiante, mentre mando un what's app divertentissimo a mia sorella, o sconcio alla mia amica sconcia, o sconcio alla mia sorella divertente.
Potrei morire al cinema soffocata da un pop corn, mentre tento di capire la trama del thriller (non capisco mai bene le trame dei thriller, le intuisco, comprendo per grandi linee, vado a tentoni e mi ingozzo di pop corn).

Potrei schiattare al sole su una sdraio ad Ostia mentre i gabbiani mi girano sulla testa stile avvoltoi, morire scalando una montagna con lo zainetto pieno di frutta secca e bevanda isotonica, nella mia camera da letto avvelenata da mia nuora(una bionda con il cerchietto), sul water dopo l'ennesima stupida colica calcprotectinica, litigando durante la riunione d'equipe del martedì, da Lidl comprando: "Asciugadora de bidet" in offerta speciale, a Carnevale mascherata da Shrek o meglio da Fiona l'orcona, ad una festa dell'Unità aspettando che si rosoli la mia pannocchia sul barbeque, in ambulatorio cercando di far pronunciare la "R" ad un bambino con disturbo della "R".
Potrei perdere la mia pellaccia litigando per un parcheggio in centro, mentre mi depilano l'inguine asportandomi il linfonodo fondamentale, truccandomi allo specchio, saltando a corda, sul lettino con divaricatore mentre mi bruciano un grappolo emorroidale, pedalando al parco, baciando qualcuno (pover'uomo), cantando e ballando: "I'm a single lady" con il body, i tacchi ed i mezzi guanti di ferro.

Potrei morire scrivendo un nuovo post su questo mio amato blog...effettivamente non mi sento troppo bene.

martedì 25 giugno 2013

Il triste caso di papà Pig



Il padre di Peppa Pig è un poveraccio.
Il padre di Peppa, chiamato papà Pig, è grasso, goffo, con la barba rada ed incolta, pigro ed un pò sfigato.
Peppa, sua madre, il secondogenito quasi muto detto George, gli amici, i suoceri, i genitori, tutti lo deridono.

Papà Pig viene costantemente umiliato, lo trattano tutti come un imbecille, si incastra nelle case sugli alberi, tutti lo tacciano di pinguedine (che per un maiale non è una bella cosa)sfascia la barca del suocero, sbaglia sempre strada, si vanta di saper montare la tenda al campeggio mentre poi si impicca e lo salva la moglie ingioiellata che riesce a costruirla in dieci minuti.

Papà Pig attacca le frittelle sui soffitti, cammina pesantemente, non sà giocare a calcio e se ci va, ce lo mandano con una ridicola maglietta rosa stinta.
Peppa Pig lo deride, gli dice costantemente:"sciocchino papà, stupidino papà, tu sei grasso papà, tu non ci riesci papà.."

Tutta la famiglia Pig ride bellamente di questo pover'uomo, sia che corra un pericolo, che si trovi di fronte alle angherie della vita.
Papà pig è mezzo ciecato, perde i suoi occhiali per un'intera giornata poi si scopre che ce li aveva avuti sotto al sedere per tutto il tempo, canta stonando come una campana, suona gli strumenti musicali in maniera oscena, si ingozza di patate, rutta e rotola invece di correre, viene inseguito da uno sciame di api se solo tenta di leccare uno stupido ghiacciolo.
Papà pig si offre per gareggiare con la sua viziatissima figlia, ad una staffetta e lei gli risponde:2ma tu non sai correre papà, hai un'enorme pancia", e lui, invece di schiaffeggiarla sonoramente, la supplica senza dignità.

A papà Pig gli mettono all'asta la sua poltrona preferita, gli rubano sciarpa e cappello per applicarle al pupazzo di neve mentre lui si congestiona dal freddo, nessuno lo calcola, nessuno lo rispetta, il suo potere educativo è pari a zero carbonella.
Mamma Pig ha un lavoro dignitoso, una carriera ben delineata, di papà Pig non si conoscono occupazione nè saldo contabile, serve succhi di frutta e torte a tutti e nessuno se lo fila.
Papà pig ha tutta la famiglia sulle spalle, arranca, ansima e suda come un maiale.

Papà pig subisce soprusi quotidiani, è un adulto che soffre, neanche una spalla maiala amica su cui piangere.
Papà pig viene continuamente scippato del suo ruolo genitoriale, derubato del sacrosanto diritto al rispetto umano, dell'inalienabile conforto cristiano.

Papà pig è un romanticone, si ricorda tutto della sua storia con mamma pig, non dimentica un anniversario, le continua a fare serenate, ad invitarla a ballare, a corteggiarla, ma lei, è probabilmente, l'unico caso di maiala insensibile e glaciale.


Fonderò un'associazione per la tutela del maiale maltrattato, e la intitolerò a papà pig, povero maiale martire.

http://www.youtube.com/watch?v=XyL2csCn-Ek

giovedì 20 giugno 2013

Il brutto



Il brutto l'ho visto subito.
Il brutto colpisce come un calcio sui denti, uno schiaffo inaspettato, una crepa nel muro, uno scherzo di cattivo gusto.
Il brutto è brutto, non si discute.
Il bello può essere discutibile, sul concetto di bello ci si può confrontare, scambiarsi opinioni, il brutto è brutto punto e basta.

-Le unghie con lo smalto scheggiato
-le vene varicose
-gli infissi in ossidal
-i leggins su cosce da rugbista
-le calze smagliate
-le pancere
-i reggiseni da allattamento
-la diarrea
-i denti gialli
-i pannolini sporchi sulla riva del lago
-le cravatte fiorate
-le scarpe lucide da uomo
-le scarpe lucide da donna
-Renato Brunetta e Domenico Scilipoti, per i quali l'ultima motivazione è quella estetica
-gli spazzolini da denti con le setole spalancate e secche
-il novanta per cento delle pantofole
-i profumi di Renato Balestra presi dal tabaccaio
- il packaging dei prodotti di Renato Balestra
-certi tappetini comprati al mercato, quelli con i girasoli spampanati che si stagliano su sfondi improbabili
-l'edera finta e piena di polvere sui balconi
-il linoleum
-i gambaletti
-la ricrescita dei capelli visibile a meno di tre metri di distanza
-quelli che si soffiano il naso e guardano dentro al fazzoletto
-le piante di plastica
-quelli che si tolgono le mutande sporche e le annusano prima di metterle nel cestone dei panni da lavare
-il riporto degli uomini calvi
-il riporto degli uomini calvi quando si alza il vento
-i cappottini per i cani
-gli uomini con i calzini di spugna corti ed i mocassini di pelle
-gli uomini con i sandali di cuoio ed i calzini di spugna
-gli uomini con i calzoncini color cachi ed una delle due combinazioni calzaturiere sopracitate
-gli zoccoli bianchi con i forellini, quelli sformati, ingrigiti, induriti, tondi e bitorsoluti
-gli slip a vita alta
-gli slip a vita bassa quando sei grassa e strabordi
- le case piene di gigantografie degli sposi rigidi, con le cornici a giorno
-i perizomi se non sei Belen Rodríguez o similare
-certi topless
-le dentiere in fuori gioco
-i Chihuahua
-i Chihuahua nelle borsette
-le borse Braccialini con i polli di plastica attaccati che penzolano nel mondo
-i Chihuahua nelle borse Braccialini, che tentano di addentare il pollo di plastica
-certe spose e certi sposi e certi invitati degli sposi
-i vestiti brilluccicosi per gli uomini che credono di essere eleganti
-i denti con la cicoria incastrata dentro
-le luci al neon
-le tendine rigide ed iridescenti fermate con i brillocchi calamitati
-le tovaglie di plastica con i girasoli (di solito fanno pendant con i tappetini)
-i mobili in radica di noce lucido
-i mobili bianchi lucidi
-i mobili lucidi
-le unghie finte
-le abatjour con i filetti pendenti
-la gente che si accalca davanti ai banchetti e mangia come se non lo avesse mai fatto prima
-un tuo commensale che si inserisce lo stuzzicadente nei pertugi odontoiatrici mentre ti parla
-chi succhia rumorosamente il brodo
-chi ti racconta cosa non ha digerito
-gli uomini che non si accorgono
-le donne che si dimenticano
-quelli che arrivano sempre troppo tardi
-quelli che arrivano sempre troppo presto
-le bucce di melone fuori dalla spazzatura
-una torta quasi finita o più generalmente ciò che non è più intero
-i cornetti della maggior parte dei bar, duri, secchi, con una pennellata di bianco sopra, tutta crepata
-il mare che non abbia i seguenti colori: azzurro-blu-verde acqua
-gli orecchini grandi e pesanti
-la cellulite
-la torta romantica
-la pelle a buccia d'arancia (mai vista, ho sempre incontrato ed avuto solo cellulite, la pelle a buccia d'arancia, molto probabilmente non esiste)
-le tazzine sporche ed incrostate
-le tazzine sporche ed incrostate nelle quali hanno spento il mozzicone di sigaretta
-le bucce della frutta a tavola mentre stai ancora mangiando
-i portavasi con l'acqua nella quale galleggiano mozziconi di sigaretta
- le mechès verdognole
-il trucco a chiazze
-i fondotinta marroni e sudati
-il rimmel appalloccato
-i peli in genere sulle varie parti del corpo femminile(tranne per rare e piacevoli eccezioni)
-i baffi con le punte all'insù
- i gilet con i rombi
-i peli sulla schiena
-i pigiami ragno o simil ragno
-la flanella
-le cose appassite
-i piatti sporchi nell'acquaio
-le canottiere con le righine
-la pila dei panni da stirare
-i bambini con i videogame al parco
-i film horror fatti male
-le canzoni cantate da cantanti sfatti ed annoiati ai matrimoni
-le doppie punte
-gli occhi sporgenti
-le labbra sottili
-i nasi gobbi
-le donne con pochi capelli
-le orecchie a sventola
-gli uomini con il petto morbido, tondo, bianchiccio e cadente
-gli uomini con le mani trascurate
-i mollettoni
-i cerchietti con i fiocchi
-i fiocchi
-gli uomini con le mani sempre impegnate a smucinarsi la zona pelvica
-le schiene ustionate e rosse
-quelli che si puliscono il naso mentre guidano
-chi dice che gli piacerebbe tanto leggere ma non ha il tempo
-quelli che si contorcono per togliersi le mutande finite fra le chiappe
-quelli che rispondono al cellulare durante i convegni
-quelli che litigano alle recite dei figli piccoli
-la televisione ad alto volume
-i reality
-Barbara D'Urso
-la voce di Anna Moroni
-la Santanchè
-i concorsi di bellezza
-quelli che ti fissano le tette mentre gli parli
-i peli sui nei
-la vitiligine
-le patate e le cipolle ai piedi
-le ginocchia e gli alluci valghi
-le caviglie tutte d'un pezzo
-le infradito di gomma bollente
-la sabbia nel sedere
-i bagni pubblici
-la ruggine
-le macchie di umidità
-i proctologi e le emorroidi
-i motori dell'aria condizionata sui balconi
-le antenne paraboliche sui balconi
-certi balconi con gli armadi e le cose accatastate
-le imitazioni
-Massimo Giletti in toto ed in particolare la nuance dei suoi capelli osceni
-i panni stesi in casa
-i panni bagnati sui termosifoni
-le magliette griffate
-lo stile da barca con i timoni che contengono orologi
-le lische dei pesci con le teste penzoloni
-le occhiaie se non sei Anna Magnani
-le bambine piccole con gli orecchini d'oro
-le bambine piccole con i tacchetti Lelly Kelly
-le Lelly Kelly
-i jeans tigrati, i maculati, gli zebrati, gli animalier in genere
-gli animali impagliati
- il novantatrè per cento delle bomboniere
-le vetrinette piene di bomboniere (non del rimanente sette per cento ovviamente)
-i pierrot sul letto
-i peluche dietro alle macchine
-gli arber magique
-il calcare
-il capitonnè in generale
-le macchie di sudore rancido sui vestiti
-le cose unte
-la maggior parte dei centrini grigiolini
-le coperte di pile in colori sgargianti
-le lenzuola con i palloni
- i piedi con i pallini
-i parrucchini
-le calze color daino
-la biancheria ingrigita da bucati sbagliati
-le unghie con le micosi
-i parrucchieri con i poster degli anni '80
-la permamente a pecorella
- il frisèè
-il rossetto sui denti


E non ho detto tutto.
Forse senza tanto brutto, il bello non sarebbe così bello.

giovedì 6 giugno 2013

La bellezza





Non credo di averci fatto troppo caso finora.
Non ci prestavo granchè attenzione, né su di me, né fuori di me.
Giravo per il mondo (purtroppo un piccolo pezzo di mondo)con degli improbabili sandali con annesso calzino bianco, capelli fuori controllo, maglioni infeltriti da uomo extra large, scarponi sbucciati, vestitoni che piombavano nelle pozzanghere e nei fossi che incontravo.
Non ho mai avuto gioielli, né li ho in nessun modo desiderati, non ho mai posseduto fazzoletti, ombrelli, orologi.
Non ho mai valutato l'estetica, la bellezza di qualcosa, mi pare di aver osservato per anni, esclusivamente le persone, i loro gesti, fatto attenzione solamente alle parole ed agli sguardi che gli altri si scambiavano.
Per quasi una vita non ho cercato la bellezza, ero storta, scoordinata e dinoccolata.
Per quasi una vita sono stata distratta, stropicciata, trasandata e "triviale" come mi diceva mia nonna.
Per quasi una vita mi sembrava tutto raggiungibile se solo avessi vissuto con amore e passione, tutto era bello, non la bellezza, ma la possibilità di crearla.
Poi sono cresciuta, ho avuto figli, paure, delusioni.
Poi sono diventata grande ed ho raccattato dolore e senso di impotenza, fallimenti e odore di morte, perdite e sconfitte.
Allora me ne sono accorta.
Solo allora mi è parso di vederla.
C'era un grande bellezza intorno a me, ovunque.
C'era una bellezza commovente, eccitante, che poteva mettermi addosso un senso di vita potente come un ciclone.
Ho alzato la testa china sullo sterno ed ho guardato davvero, era pieno di tutto, era pieno di bello.
In quel momento mi è successo che ho perso la testa per la bellezza, il tratto, il segno, la profondità di un colore, il modo obliquo di cadere di un raggio di sole, un pastello temperato, un vaso che filtra la luce inglobando acqua, il viso di una donna, le gambe magre che corrono leggere, un rossetto intenso, i capelli curati, un profumo articolato, una tavola apparecchiata, una pentola di coccio, un mobile rosicchiato dal tempo, l'eleganza di un gesto, la sensualità di un incedere.

Nel difetto del vivere, ho cercato spasmodicamente la sua perfezione.

Nella paura dello squallore ho fiutato la disposizione esatta delle linee creative e pulite, ho guardato il disegno puro di un percorso di montagna, seguito con il dito, l'azzurro sfrontato di un cielo finalmente libero.
Sono innamorata della schiuma di una tazzina di caffè, di una guepìere di raso, dello zucchero a velo che esalta ogni mio dolce, dell'ordine rassicurante delle cose belle.
Ora penso che un vecchissimo orologio sottile, sarebbe un regalo che mi farebbe davvero felice, mi accorgo che vorrei seminare nei miei figli l'idea del bello, il culto di una fotografia nitida e piena di anima, di una scultura stupefacente, il suono dolce di una poesia raccontata di sera, l'immagine di un tea che bolle con le sue foglioline che lentamente si dischiudono nell'acqua.
Vorrei che i miei bambini imparassero a sbirciare nelle case, ad intuirne il "colore" interno, vorrei che imparassero a scartare il brutto, l'avvilente, finchè sia loro possibile.
Avrei voglia di dedicarmi solo a questo, dalla mattina appena sveglia, rispettando il liturgico rito di una colazione fresca da gustare nel letto, dentro ad un lenzuolo liscio come la carezza di un bambino, fino a sera, ho voglia di esitare sul balcone per godermi una terrazza piena di fiori e piante lucide.
Vorrei vivere per godere del bello fino al mio ultimo giorno, intossicarmi di film bellissimi, musiche meravigliose, andare in bicicletta, una bicicletta dalle linee tonde, con un cestino pieno di basilico e pane appena sfornato, croccante.
Voglio ingozzarmi di bellezza, preparare un'insalata piena di colori, affettare zucchine e carote sottili, spremere un limone sodo ed acre, voglio amare una donna che trovo bellissima, toccare un uomo che trovo incredibile, fotografare bambini ed altalene.
Vorrei muovermi e scoprire il bello delle città, dei luoghi.
Vorrei ogni giorno, passeggiare dentro al bello, affondarci le mani, assaggiarlo.

Voglio il bello buono, il bello gustoso, il bello accecante.
Voglio un biglietto meraviglioso con i colori giusti, una scatola di caramelle di latta, un tovagliolo di lino grezzo, e la materia da sperimentare con le dita.
Voglio provare e sentire, dedicarmi del bello, regalarlo alle mie amiche, voglio sentire un bel massaggio su di me, un bell'odore di mare fra i capelli, voglio raggiungere posti belli e regalarli ai miei bambini perché imparino.
Voglio evitare il brutto, combatterlo con la luminosità di un giorno pieno di bello, mai un giorno libero mi ha resa tanto eccitata, un giorno con una colazione bella senza fretta, senza cose brutte da mangiare, con il bello di gesti rilassati, coccole per me, respiri pieni zeppi.


Voglio ancora più bellezza.

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