giovedì 14 giugno 2018

I fiori e le cicche



Quando sei arrivato, nel mio giardino c'erano tantissimi fiori colorati, esplosivi, disordinati, di tante forme, di varia origine.
Erano fiori appena sbocciati, qualcuno era solo ancora una gemma, una bellissima gemma turgida e fresca, giovane e brillante.
Quando sei arrivato, il mio giardino era caotico, abbandonato, non curato, confuso, straripante, esagerato, selvaggio.
Il mio giardino non assomigliava ad altri giardini, era più rumoroso, meno geometrico, con radici fragili, esposto al vento, il mio giardino era capace di illuminarsi anche di notte, non c'erano orari perchè brillasse o vibrasse al suono dei grilli d'estate.
Quando sei arrivato, nel mio giardino, hai iniziato a gettare cicche in tutti i vasi.
Uscivi in giardino e spegnevi le tue sigarette direttamente sulla terra e sulle foglie, schiacciavi il tuo filtro succhiato, fino a seppellirlo in fondo, lanciavi cicche fino a coprire interamente i fiori, la corolla, il pistillo, il vaso, i cespugli tutti.
Lentamente ho smesso di curare i miei fiori, non li ho più messi a dimora alla fine dell'autunno,non ne ho più comprati di nuovi neanche quando arrivava la primavera.
Lentamente i fiori sono morti, seccandosi e curvandosi su loro stessi, piegati dal fuoco, dalle cicche, dal fumo offensivo.
Il mio giardino è diventato deserto, la terra è stata sostituita da lastre di cemento grigio, non c'era più gusto ad apparecchiare,ad accendere candele, ad allestire cene appetitose.
Quel giardino non piaceva più a nessuno, non appariva, non dava nell'occhio, era diventato anonimo, perfettamente controllabile, nessun ladro lo avrebbe assaltato, nessuno avrebbe più tentato di coglierne una foglia, di respirarne il profumo.
Il mio giardino non era più un giardino ed io avevo quasi dimenticato di averne avuto uno.
Con gli anni ho timidamente ripreso a seminare piccole piantine, economiche, microscopiche piantine, e tu hai immediatamente ricominciato a spegnerci ed a gettarci le tue cicche.
Ogni mattina le raccoglievo e le gettavo via, proteggendo i teneri fiori che tentavano di crescere, di cercare il conforto dell'acqua e la luce del sole.


Non potrò più avere un giardino, non potrò riavere indietro quelle piante fiorite e colorate, non potrò più invitare le persone care per goderci tutti insieme il fresco e la fioritura arrendevole, non potrò più camminare a piedi nudi su quella terra grassa e morbida, piena di promesse e potenza, ma questo angolo di balcone profumato, questo piccolo spazio verde sospeso, questo spicchio odoroso di fiori e piante aromatiche, sarà completamente libero dalle cicche, vivrà tenace e custodito da me, che ogni sera mi siedo a guardarlo, e che ad ogni alba mi pare più bello.

venerdì 1 giugno 2018

Non ti sei stancato amore



La stanchezza calda e liquida le arrivava direttamente dietro al collo, si allungava sulla sua nuca come fosse una mano aperta e pressante, la spingeva verso il basso e l'annientava nel quotidiano annaspare della sua esistenza.
Era stanca sempre, appena sveglia, nel pomeriggio, la sera.
Spine negli occhi le annacquavano la vista, il respiro era sempre corto e di nessun conforto, il corpo un nodo di dolori e tensioni.
Incontrarlo era un balsamo, un fresco balsamo che la consolava, la scuoteva, la risvegliava, frenava le contrazioni della sua bocca, massaggiava i suoi intrecci induriti.
Fra le sue braccia era difesa, desiderata, protetta, ascoltata, scaldata dai brividi della notte che le coprivano la pelle.
Fra le sue braccia era un uccellino palpitante, una donna sicura, una madre straripante d'amore, una bambina divertente, una figlia smarrita.
Appena lo vedeva riusciva ad abbandonarglisi senza più difese, potevano parlare per ore, raccontarsi ed amarsi, passando da un momento all'altro, ribaltando parole e movimenti, rovesciando i corpi e le sensazioni, non c'erano fasi, ma dolci passaggi e ripide impennate.
Tornare alla luce fuori era così forte, così faticoso.
Tornare a livello della strada e della realtà la rendeva distante dal mondo, tutto ciò che non era lui non la toccava veramente, tutto ciò che fosse diverso da loro due, le pareva noioso, falso, morto, finito.
Lei sentiva che quel loro stare vicini fosse la cosa più autentica che le fosse capitata, di tutto il resto non si fidava, non lo voleva, lo respingeva, l'annoiava.
Quell'autenticità non smetteva di stupirla, e farne a meno era impossibile.
Non era importante raggiungere un posto con lui, l'unico posto possibile per loro due erano loro due-
Una volta vicini, non serviva loro nulla di più, e briciole di pane e sorsi d'acqua ingoiati per restare in piedi.
Insieme erano bellissimi, erano teneri, buffi, appassionati, rotolavano fra le lenzuola dentro alle risate ed ai sospiri.
Vederla dormire lo commuoveva, sentirlo respirare nella notte la tranquillizzava come niente altro.
Quando non erano insieme si cercavano dentro alle canzoni, nelle battute dei film, nei percorsi di un viaggio sognato, dentro alle righe dei libri che si scambiavano con voracità.
Vivere senza di lui era stato un vuoto improvviso, un tuffo da un trampolino altissimo senza occhi per guardare giù, era stato mangiare nel chiasso di tante persone ed uscire a cercarlo nella notte fuori senza sapere dove fosse, senza sapere che sguardo avesse in quel momento.
Preparava i suoi capelli perchè ogni volta lui li trovasse profumati, umidi di acqua e sapone, morbidi ed avvolgenti, perchè lui potesse sentirli scivolare su di sè e non stancarsi di carezzarli come faceva sempre.
La sua voce era ciò che le mancava di più, ogni sera, ogni volta che i sogni si sostituivano ai pensieri, addormentarsi senza la sua voce era una fatica dolorosa che la iniziava al sonno.

Ma non ti sei stancato amore di camminarmi dentro ai sogni, per questo ogni notte mi preparo per venirti incontro.

venerdì 18 maggio 2018

Scuola guida



Pioveva e pioveva di un maggio instabile, caldo e gelido, nuvoloso e pieno di vento, calmo e pieno di incertezze,sano come un pesce e malato moribondo, se l'era ritrovata davanti non appena aveva imboccato la strada principale,era una macchinina bianca lucida nuova..
Pioveva e pioveva, sul retro della macchina che si era trovata davanti c'era scritto "scuola guida" ed allora lei, come sempre, aveva iniziato a scalpitare, per la solita fretta, a testa bassa nella quotidiana corsa, con il piede pesante sull'acceleratore come ogni giorno, poi aveva smesso di scalpitare, aveva interrotto le imprecazioni e l'aveva dolcemente seguita quella macchinina lenta.
In silenzio era restata dietro a quella macchina dell'autoscuola, ed aveva iniziato ad osservare ogni singola mossa della ragazza alla guida, era una ragazza, la vedeva impressa nello specchietto retrovisore, giovanissima, capelli lunghi, occhi spalancati, spaventati ed attenti, rapidi movimenti del collo e del viso a seguire il brulicare delle strada, il fiume di pioggia da arginare con i tergicristalli.
Arrivava il buio da sotto alle nuvole gonfie di pioggia, sembrava di colpo autunno, sembrava dovesse tutto ricominciare daccapo senza passare dalla salvifica aria della primavera, senza la benedizione di un sole clemente, di un cielo azzurro ed arreso, senza la consolazione delle notti estive.
Aveva seguito a lungo la macchina della scuola guida ed aveva pensato a quella giovane ragazza, ai chilometri che si preparava a percorrere, ai viaggi con le amiche, alle buste colme di spesa da sistemare nel portabagagli, ai cani che l'avrebbero riempita di pelo e bava gioiosa, ai finestrini spalancati con le mani fuori a cercar vento, all'amore fatto sui sedili reclinabili, alle liti con il fidanzato, ai seggiolini con i figli neonati dentro, ai viaggi con la nausea o la febbre, al ritorno dal lavoro nelle sere d'inverno, stanca e curva, al trucco ritoccato al volo al semaforo, guardandosi distrattamente dentro ad una striscia di specchio impietoso, alle prime rughe viste proprio lì dentro, scoperte con sorpresa e panico.
Aveva seguito la ragazza ancora senza patente, aveva cercato di immaginare cosa provasse, aveva pensato alla sensazione di una libertà nuova che certamente ora si stava godendo e che dopo tanti anni non avrebbe più chiamato tale.
Aveva tentato di immaginare la musica che si sarebbe ascoltata dentro a quel piccolo pezzo di mondo privato, alle canzoni cantate ed ai fermagli per i capelli scivolati sotto ai sedili, alle valigie infilate lì dentro di notte per partire con il buio così troviamo meno traffico.

Aveva seguito curve e svolte, frecce ticchettanti ed attese esageratamente lunghe agli stop, aveva cercato di guardare non troppo da vicino questa giovane donna alla guida, per rivedere la sua strada, per pedinare sè stessa, per capire la direzione che avrebbe dovuto prendere fra poco, quando al prossimo incrocio, l'avrebbe sorpassata e si sarebbe trovata costretta a scegliere dove andare, ancora una volta.

venerdì 27 aprile 2018

Ancora



La musica mi passa attraverso, gettata a fiotti nelle orecchie, raggiunge lo stomaco, il cuore, la pancia.
Ho spesso immaginato i miei organi dentro, non assomigliano ai pezzi estratti dai cadaveri, sono una cosa mia, ancora viva, rossa, pugni di cellule e sangue, battiti e spasmi disordinati, pesci palla trasparenti ed irrorati.
All'università ci hanno detto di tenere vivi il cervello ed il cuore, di affamarli e poi saziarli, di strapazzarli, sorprenderli e scuoterli, ci hanno insegnato che è bene amarli con passione e strazio, con stupore, strappo e dolore.
Ho imparato che la morte mi prenderà quando non avrò più voglia di salire, di vedere cosa c'è più in là, di assaggiare l'acqua fresca, di immergermi in mare, di amarti di nascosto dal mondo ma tanto sinceramente di fronte a me stessa.
Ho capito che morirò quando non cercherò un'altra strada, una terza opzione, la fuga dalla fila, il riparo dalla routine, i calci all'obbedienza, morirò quando sarò troppo sazia per provare un nuovo piatto, troppo stanca per aprire un altro libro, troppo annoiata per non correre a vedere un nuovo film.
Mi è sempre più chiaro che, quando il ritmo non muoverà più le mie gambe e smetterà di far oscillare i miei fianchi, sarò finita.
Sarò carne da seppellire quando non lascerò più che il sole mi accarezzi tanto profondamente la pelle, così tanto da rabbrividire di piacere, quando la primavera smetterà di riempirmi di gratitudine, quando non sarò curiosa per l'origine di quella parola, vorrà dire che starò morendo.
Lentamente spegnerò i miei sensi, e la vita sarà una sparatoria di colpi dai quali non vorrò più difendermi, che mi annienterà senza trovare troppa resistenza, solo un vecchio, ancestrale conato, una contrazione quasi fetale a riparare la pancia, e poi la resa, il fiato che passa e non torna, il respiro che butta e non riempie.
Ma adesso no, adesso guardo in fondo ai tuoi occhi e vedo la tua vita e la mia, tocco l'esistenza dei miei figli, osservo le loro corse ed i loro libri divelti, fisso la loro scrittura pazza, guardo il tuo collo mentre mi ami e lo vedo sbattere e scaldarsi, seguo con un dito i tuoi percorsi lontani, le terre che hai esplorato, tocco le tue rughe ed ho solo voglia di respirare ancora e vivere, vivere tutta.

venerdì 13 aprile 2018

L'acqua calda



Nell'acqua calda il tuo peso era ancora più leggero, sentivo premere appena la tua nuca sul mio braccio, guardavo i tuoi occhi socchiusi e sentivo il rumore dolce dell'acqua mossa dai nostri corpi.
Per un tempo preciso quello è stato il posto giusto, poi non lo è stato più, il desiderio ci ha trascinati fuori, una corsa fino a casa nostra.
Non ci serviva il cibo, nè il vino, ma quel fuoco morbido nel camino, la notte che avanzava sulla collina, i gatti addormentati sugli scalini caldi del sole del giorno.
Il tuo maglione ad appoggiarci la testa, mi riparavi dal vento, la panchina sull'orizzonte, voltare la mia guancia e sfiorare la tua pancia sotto ai vestiti, raccontavi di voi, di tanti anni fa.
Le curve erano molte, i piedi sui sedili della tua auto, la musica che hai scelto in una vita, compreso oggi, compresi noi.
Quando ci sono gli altri mi nasconderei addosso a te, appena dietro le tue spalle, "mandali via" mi verrebbe da dirti.
I sogni rovesciati su cuscini attaccati, il respiro del sonno insieme, alzarsi di notte e correre subito da te per la dolcezza elettrica del ritrovarti, la mattina che arriva con la voglia di ritrovarsi,il piacere di essere ancora noi.
Il vento e le nuvole, accarezzano la collina con la luce del primo giorno, apro la finestra per sentire il brivido sulle spalle nude, così quando tornerai a letto potrai accarezzarmi con le tue mani calde.
Viaggiare di nuovo insieme al ritorno, e salutarsi piano, ad ogni chilometro, un pezzetto di più.

venerdì 30 marzo 2018

Primavera un'altra volta



La confusione mi sospinge, i pensieri si intrecciano, il sonno si addensa negli occhi, dietro il collo, dentro alle giunture.
Una spinta indecifrabile verso un obiettivo poco chiaro.
Tu, vorrei farti assaggiare la mia pastiera, ma poi ti piace la pastiera?io mica lo so.
Giornate di paura e smarrimento, dolore aggrappato alla carne, ai muscoli, ai nervi.
Notti agitate, aria che cambia ma non sono serena per farci davvero caso, per aprire la bocca e prendermi boccate di vento tiepido.
Il freddo molla la morsa, il tempo scorre via con una velocità bruciante, lascia il segno escoriato sulla pelle.
Vorresti portarmi, vorrei portarti.
Massaggiami ancora, ti offro la mia schiena, tue sono le mie natiche, su di te cadono i miei desideri, annusa il mio respiro, nei miei sogni cammini sempre, ti muovi, ci sei.
Il cane femmina si riprende il mio odore dalle tue mani, la cioccolata mangiata insieme è più morbida, più gustosa ed avvolgente, dormire mi farebbe bene, nuotare mi farebbe bene, bere, bere mi farebbe proprio bene.
Mi piacerebbe anche cantare e prendere un treno, dovrei fare dei colloqui e cercare un nuovo progetto.
La primavera mi fa girare la testa, mi riempie di bollicine frizzanti e di una malinconia festosa, mi travolge con una fame infantile e con un sonno da neonato.
La nuova stagione mi stanca e rinnova, mi taglia i capelli e mi colora le guance, la nuova luce mi stupisce fino a tardi.
Nove anni fa stavi per nascere, nove anni fa mancava pochissimo a conoscerti, nove anni fa avevo una pancia enorme ed un passo lento e pieno di curve.
Ho ancora le unghie così fragili, un cuore pieno di graffi, e lo stesso bisogno di primavera di sempre.

sabato 3 marzo 2018

La gioia e la pena



In un abbraccio ti ritrovo, non serve niente altro, non uno spazio, non un tempo da far passare, ti ritrovo subito.
Passano settimane, sono passati anni, mesi si sono accumulati nel nostro spazio in mezzo, ma niente cambia, eccoti qui con me, fra le mie braccia.
Ed allora riparte quella miscela, mi stordisce come alcol mai bevuto, mi rende lucida come una meditazione profonda, mi rende me stessa come la migliore delle analisi.
La miscela ha i nostri odori,la forma delle nostre pance che combaciano,la miscela è fatta di mani strette, di ginocchia piegate, di carezze mai stanche.
Cercarti, quando sei con me, è il mio unico scopo, cercarti nella barba, nel collo, nel petto, nella striscia calda della tua pancia, nella tua voce che seguo ad occhi chiusi percorrendo i labirinti delle cose che mi racconti, il tuo tono morbido che mi comunica dove sei, i suoni della tua gola che misurano il battito del tuo desiderio ed io imparo a conoscerlo ogni minuto di più.
Cercarti sempre, non appena ti vedo seduto vicino a me, per trovare ogni volta chi sei, chi eri, cosa sei diventato.
Seguire i passi della tua infanzia, i tratti di quando eri bambino,le cose che hai detto quando eri arrabbiato e le battaglie della tua disperazione.
Mi piace abbandonarmi nella ricerca di te, guardarti, guardarti a lungo, ascoltare cosa dici mentre mi ami, parola per parola nelle mie orecchie.
Posso guardare il tuo pensiero trasformarsi, vedere come ti muovi, osservarti abbandonato, sorprenderti divertito e nudo.
In un abbraccio con te resterei senza stancarmi, potrei respirarti a lungo, carezzarti come sogno di notte ed anche di giorno.
In un abbraccio ritrovo il tempo con te e vedo tutto il tempo senza te.
In un abbraccio nostro ritrovo tutta la gioia e tutta la pena.

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