mercoledì 26 settembre 2012

Senza tu

Fuori c'è un autunno ventoso, appena arrivato, vedo gli alberi muoversi, sento il loro fruscio, bevo un tè caldo, ed ancora intravedo il segno del costume sul mio collo, ultimi strascichi di un'abbronzatura estiva, già lontana. I giorni, frenetici e pronti per essere dimenticati insieme ad un altro milione di altri giorni di lavoro e corse e cene e scuola e merende e panni da stendere, a volte si bloccano, si impuntano, inciampano e non puoi più dimenticarli. La lente che guarda quei giorni diventa larga, attenta, precisa, quasi paranoica nella ricerca di un particolare, di una modificazione, di uno spostamento. Arriva un giorno che sembra uguale agli altri fino al momento in cui non ti dicono "il tuo amico ha avuto un incidente", ed allora ti fermi e vai da un'altra parte, non la solita parte, vai incontro a lui, sperando di trovare qualcosa di buono, qualcosa che ti faccia pensare che possa svegliarsi e tornare a parlare con la stessa voce di prima, con la stessa espressione di un tempo, con i medesimi gesti che conosci da una vita. Corri dalla sua famiglia, aspetti sui gradini, il tempo non passa mai, soppesi gli sguardi, fissi le scarpe, annusi il tunnel della terapia intensiva, ti stringi dentro di te, per nasconderti da quel dolore intollerabile, dalla paura atavica,dallo sguardo perso dei suoi cari, dai loro colli piegati in avanti, respiri e poi l'odore del disinfettante ti strozza. Cammini nei corridoi, guardi fissa il medico che spiega cosa sta succedendo al vostro amico, cosa non gli sta succedendo, sbirci la sua espressione, direzioni lo sguardo dove lo direziona lui, stringi un maglioncino di filo in mano e poi, preghi in quella tua maniera anomala, ridi anche un pò con gli altri per assurdo, poi esci chiedendoti, come quando sei entrata, se ne vale davvero la pena. Poi esci e c'è il sole e tutto è identico, ti chiedi come sia possibile che tutto sia identico, ma poi capisci che questo essere identico, immutato, riconoscibile e familiare è l'unica cosa che possa permettere a chi aspetta, di sopravvivere mentre attende un ritorno. Mio figlio di tre anni, una volta tornata a casa mi ha detto:"mamma, mi fai compagnia in cameretta mentre gioco?" "No amore sto cucinando, gioca tranquillo io sono qui vicino" "no mamma, ho paura fammi compagnia ti prego" "ma di cosa hai paura tesoro?questa è la tua cameretta, la nostra casa, di cosa hai paura?" "ho paura di senza tu". Ecco Tommi, svegliati presto perchè ho paura senza tu.

lunedì 17 settembre 2012

Il punctum

In un bellissimo libro sulla fotografia, "la camera chiara" Roland Bathes,afferma che nelle foto, sono presenti uno studium ed un punctum. Il primo provoca reazioni razionali in chi guarda la foto. Il secondo accende la parte emotiva, colpita da un particolare. Il punctum è applicabile un pò ad ogni cosa della propria vita, il punctum è il centro vibrante dell'esperienza che vivi, vedi, sperimenti. Il punctum è la summa delle sensazioni, il riassunto estremo dell'esperienza emotiva, il battito che accelera, il respiro che si fà più consapevole, la pelle percorsa dai brividi, l'occhio che si accende in un guizzo di curiosità ed appagamento. Il punctum può essere scoprire che qualcuno abita e stende i panni dentro la Piramide cestia al centro di Roma,l'odore del fazzoletto di tuo nonno messo nel taschino,una frase dei tuoi bambini che ti ha torturato per tutta la notte, il punctum di "Up" il cartone animato è certamente rappresentato dalle due poltrone o dalle mani dei due innamorati sulla cassetta della posta,il punctum di una musica può essere un dirompente rullìo di batteria che sale all'improvviso. Il punctum è il dito che ti si ficca nello sterno a pungolarti l'anima, è il tarlo nell'orecchio, è la stimolazione dell'istinto, dello slancio, della reazione originale, fuggita al controllo della mente. Il punctum è il cavallo pazzo che esce dal recinto, ciò che ti capita mentre tu lo stai a guardare, perchè ciò che ti capita può assomigliarti più di ogni cosa che hai lasciato che ti capitasse. Il punctum è la direzione che prendi, quando te ne eri prefissata un'altra, è un luogo dove corri a rifugiarti anche se tutto il mondo ti direbbe che è sbagliato, che così non si fà. Il punctum è la parte innata, animale, ancestrale che trascina i tuoi occhi nei punti più nascosti di Roma, dentro ad un bicchiere di crema di latte senza latte ed un bricchetto per il caffè, il punctum è fra i bottoni slacciati di una camicia su un gradino di fronte ad un sogno dove nuotavate pieni di sole e d'acqua. Il punctum è una carezza che ti resta odorosa addosso, anche se ti muovi poco poco, due parole che ti hanno fatto piangere senza che ne capissi davvero il motivo, il punctum è cercare un posto dove aspettare che spiova, tenendosi stretti, raccontarsi tutto e niente barcollando sui tacchi, il punctum è una colazione troppo burrosa con le gambe allacciate, una voglia implacabile di raggiungersi con delle parole, o con delle immagini di cose che insieme non vedrete mai e lo sai benissimo. Il punctum è qualcosa che succede a prescindere da te, con dentro tutta te. Lo studium è tornare a lavoro e fingere che non sia successo niente, con dentro pochissima te.

venerdì 7 settembre 2012

Il barbiere vintage

I miei bambini si recano assieme a me, da Enzo il barbiere storico del nostro quartiere, per sfoltirsi le chiome incolte. Enzo ha una barberia rimasta identica a come'era circa trenta-quarant'anni fà, come in un fermo immagine. Tutto intorno alla berberia di Enzo si è modificato:la strada si è riempita di macchine, hanno aperto supermercati e lounge bar, solarium e frutterie etniche, ma la barberia resta tale e quale, immutata e fedele a sè stessa. Prima di Enzo, lì dentro, faceva il barbiere suo padre, perciò Enzo è cresciuto imparando quel mestiere, giocando fra forbici e brillantina, fra spruzzini e lame per rasatura maschia. Le poltrone della barberia sono di pelle rosso amaranto, sono sbucciate qua e là e si può usufruire di cuscinoni di velluto verde pisello per farci stare più alti i bambini che si fanno tagliare i capelli da codesto personaggio. La carta da parati ha fioroni ormai sbiaditi, ci sono pile di asciugamani che temo, siano i medesimi degli anni settanta. Da Enzo, aperto già alle otto del mattino è pieno di uomini fino a sera, quando tira giù la saracinesca, uomini con giornali, scommesse calcistiche da discutere prima di giocarle, bastoni per camminare, carte per farsi una briscoletta nei tempi morti. Enzo gioca al lotto, e non ci azzecca quasi mai, credo che sogni di vincere un sacco di soldi ed aprire una barberia alle Bahamas. Enzo è come un folletto, magrino come un'acciuga, sembra il protagonista di un film fantasy, cammina trascinandosi dietro una gamba, ha gli occhi azzurri ed i capelli lunghi, scompigliati, ricci ed indomabili, color sale e pepe, assolutamente fuori controllo. Enzo è dolce con i bambini e timido con le mamme intraprendenti come me che pigliano e fanno irruzione nella sua barberia vintage, donne, da Enzo non se ne vedono mai, io sono una rivoluzionaria per gli abitanti del luogo ed ogni volta porto scompiglio fra gli avventori assisi sui divanetti d'antan. Nella barberia c'è odore di borotalco e gelatine per capelli mai viste in commercio, gli spruzzini sono un pò intasati ed i pennelloni leva-capelli ospitano strani pallini appiccicosi che incuriosiscono sempre i miei bambini, e se lo venisse a sapere, anche il nostro pediatra. I miei bambini adorano Enzo e si lasciano tagliare, accorciare, sistemare le basette come veri ometti, con il mantello nero da Zorro stretto stretto intorno ai loro piccoli colli tirabaci. Da Enzo i maschi alzano la voce, ridono e scherzano in quella maniera tipica romana, che dopo poco non si capisce più se si scherza o si fà sul serio, ma poi nessuno si offende e và a finire che si resta tutti amici da una vita e per una vita. Enzo abita vicino a noi, lo vediamo rincasare solo, con una piccola cena in mano, la gamba malconcia e quel casco di capelli incommentabili che a noi piace tanto. I bambini lo salutano dal balcone urlando il suo nome, lui si gira e dice "ciao belli" e poi entra in casa. I miei figli dicono che non si taglia i capelli perchè un barbiere bravo come lui, dove lo trova? e non può mica tagliarseli da solo poverino...

sabato 1 settembre 2012

Primo Settembre

L'ombrellone 132 dello stabilimento Tramontana si è chiuso definitivamente, ci sono rimaste appese sotto, avventure e segreti di questa strana estate. Un giro intero, 31 giorni esatti, dieci scatolette di tonno, tre insalate di riso, mille docce, tante buche nella sabbia, liti, silenzi, messaggi, partenze folli, un dente spezzato, un'emorragia, le gocce oleose e tiepide per placare il mio cuore in tumulto, due creme protezione totale, un'amore insieme sulla sedia, di pomeriggio che abbiamo pianto per la commozione tutti e due, due bronchiti, sei asciugamani pieni di sabbia e profumo dei nostri bambini, pochi caffè la mattina presto. Qualche pianto, trenta foto sceme per ricordarmi di essere dimagrita tanto, per ricordarmi di essere felice. Uno spettacolo di giocolieri, un sonno agitato pieno di sogni segreti da sorriderne la mattina, gli occhi trasparenti dei miei figli dentro al mare, saltando e nuotando. I meloni con il prosciutto crudo, i termometri ed i ventilatori sempre accesi,gli zoccoli di cuoio marrone, le passeggiate tristi di sera sul lungomare. Ora sono a casa da sola, i bagagli gettati a terra, la musica intorno, il cielo grigio, il lavoro che aspetta dietro alla porta. Molto aspetta fuori da questa porta, aspetto anche io. Sta per nascere il bambino della mia amica secca ed alta, sta per guarire la mamma della mia carissima amica, Giacomo sta per saltare in seconda elementare, Filippo dovrà mettere il suo primo grembiulino. Aspetto. Dovrò lavorare tutto l'anno, possibilmente senza interruzioni nè variazioni. Aspetto. Dovrò definire questa situazione fra me e lui e fra me e lui e fra me e lui. Aspetto. Intanto è settembre, non ho energia, non ho voglia, non ho spinta. Aspetto.

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