lunedì 18 novembre 2013

Certe volte mi chiedo




Certe volte, come ora mentre tutti dormono, mi chiedo dove sei.
Mi chiedo cosa ti ha portato via in questo modo ingiusto e violento.
Mi chiedo cosa ti abbia convinto ad andartene senza voltarti indietro, senza guardarmi negli occhi, senza avere il bisogno di dirmi "vado via".
Certe volte mi chiedo cosa stai facendo, quale cibo stai ingoiando, se mastichi come quella volta in piedi con il nostro dolce per due, a piedi nudi in gennaio, o se lo fai in modo diverso senza me.
Certe volte mi chiedo chi sei veramente, ma tanto non lo so ancora di me, perché dovrei saperlo di te?
Certe volte mi chiedo se guidi la macchina nuova che aspettavi, se vai a piedi, se hai già messo i maglioni di lana che annusavo come un cane segugio, se hai freddo, se mi pensi e se davvero mi pensi, che forma ho nei tuoi pensieri.
Certe volte sfioro le calze nere, il copricollo annodato, i tuoi bigliettini dai quali si può ancora indovinare la tua scelta attenta, quasi lussosa di un tempo lungo che ti prendevi per decidere, di spazio preciso sul quale far scorrere i tuoi occhietti scuri.
Certe volte mi chiedo chi sei stato, cosa sono stata io per te, e cosa siamo stati noi per noi.
Mi chiedo se dormi bene, se mangi pizza bianca e gelato al cioccolato come allora, se hai la pelle screpolata come in quei mesi, se mi hai mai sognata, se ti chiedi come sto, se ho poi avuto tanta paura come quel periodo in cui avevo tanta paura, mi chiedo se hai mai voglia di proteggermi, o cogliermi alle spalle quando esco da lavoro per sorprendermi un po'.
Certe volte vorrei prenderti a schiaffi, mandare a fare in culo il tuo gelo improvviso, dimenticarti, cancellarti come hai fatto tu con me, mi chiedo se hai idea di quanto male faccia non essere considerati degni neanche di una risposta, se sei meschino, bloccato, o più semplicemente, uno stronzo.
Uno stronzo come tanti.
Certe volte mi chiedo se ti ho spaventato, se ti ho soffocato, se hai creduto potessi essere una minaccia.
Certe volte mi chiedo se stai ridendo, se sei a casa di amici e scorgi fuori dalla finestra un altro inverno che arriva e mi vedi, quasi mi vedi su quei vetri appannati e ti ricordi del colore del mio cappotto e della consistenza fragile del mio freddo.
Mi chiedo se ricordi i brividi, i morsi sulle labbra ed il fascio di sole sulla mia faccia quando imparavamo a conoscerci.
Certe volte mi chiedo se ti scrocchiano le caviglie o ti fa rumore la cartilagine delle ginocchia, se leggi poesie e cosa stai riascoltando nelle tue cuffiette.
Mi chiedo se al cinema hai trovato qualcosa che ti emozioni davvero, se i tuoi capezzoli si sono sentiti coinvolti, se hai rammarico per quel massaggio che non ti ho mai fatto, se hai più mangiato una moussakà così buona anche senza di me.
Mi chiedo se cammini come camminavi per le vie del Flaminio con quel peso leggero che hai ma così sicuro e rassicurante come sembri.
Certe volte mi chiedo se mi facevi davvero sentire così bene quando ti accorgevi che deglutivo davanti ad un fagottino alle mele e se ti ricordi ancora dei miei chupa chups alla ciliegia.
Mi chiedo se hai un pigiama, se ristrutturerai la cucina che ti ha stancato, se hai litigato ancora con tua figlia, se hai progetti per te e la tua fuga in Australia.
Certe volte mi chiedo se conservi da qualche parte il profumo dei miei capelli, se hai impressa nella mente, la trama della mia biancheria, se hai il ricordo esatto del mio corpo, delle mie asimmetrie, del mio profilo.
Mi chiedo se quando vedi un libro pensi di regalarmelo perché te ne mancano ancora novanta da impacchettarmi e scriverci sopra i numeri con la penna nera, mi chiedo se potrò più farti assaggiare le altre due specialità del quartiere africano, se ti sia più venuta voglia di montare sullo scooter e venirmi a prendere per portarmi alla Garbatella.
Chissà se ti sei più chiesto come sta il mio amico Tommaso che hai visto nudo sotto ad un foglio di alluminio, se hai un segreto con il quale ti addormenti accanto a lei ogni sera o se non ci pensi più ai segreti.

Certe volte, come stasera, mentre tutti dormono, mi chiedo se non ti sia stancato amore, di camminarmi dentro ai sogni, quasi ogni notte, da troppo tempo ormai.

4 commenti:

Massimo ha detto...

Certe volte mi chiedo come fai a scrivere così bene.

Certe volte mi chiedo perchè gli amori non finiscono mai. Si fanno carsici ma continuano a scorrere sotto i nostri passi che percorrono la vita insieme a qualcun altro.
Ogni tanto il calore della nostalgia ci permette di fare di nascosto un buco nel ghiaccio della memoria e di vedere nuotare qualche ricordo. Di afferrarlo magari, ma di sentire che non può più respirare se non nel fiume cui appartiene.
Allora ce lo ributtiamo prima che il buco si richiuda o prima di scivolare nella corrente.

silvia ha detto...

Hai scritto sette minuti fa esatti.
Poco tempo fa il tuo viso era illuminato dalla falsa luce di queste pagine virtuali.
E' proprio così Massimo, un vecchio amore, che non vive più da tempo di aria nuova ma che batte ancora nei sogni ribelli e nei ricordi improvvisi.
Un amore congelato può resistere una vita, specie se stato eviscerato per bene prima.
Ho bisogno del tuo indirizzo, devo inviarti una cosa urgente.
Se vorrai conosci la mia mail.
Se non la ricordi, te la rammento.
Silvia_Yuma@libero.it
Aspetto.

Massimo ha detto...

Certe volte, mi chiedo.

Certe volte crollano.
E allora c’era, una volta.
Perchè la pietra d’angolo cede.
Perché fatta non di marmo ma di cera.
Anche Icaro aveva ali di cera. Una volta.
Perché non ha avuto una seconda possibilità.
Pietra d’angolo. Pietra di volta.
Chiave di volta.
Senza cui Volta non poteva entrare in casa.
Diede di volta
Ammucchiò pietre.
Ne fece una pila.

Vivo a Balzo di Sotto.
Via di Peggioramento sei-uno-zero.
In quale Stato puoi immaginarlo.
Il problema è che qui il portalettere non arriva.
Anche se gli faccio la posta.

Mi piacerebbe parlare con te ad un tavolo di ristorante.
Intanto annuso l’asfalto.
Per vedere se tutte le strade portano aroma.

silvia ha detto...

Sarei felice di consegnarti il piccolo pacco mentre siamo seduti al tavolo del nostro ristorante Romano, ti porterei vicino al portico d'Ottavia, dove le vie hanno il nome dei mestieri antichi, e ad assaggiare la torta di mandorle e visciole della pasticceria ebraica.
O forse sarebbe bello mangiare a balzo di sotto ed andare insieme a cancellare il civico di casa tua, riscrivendo sopra il numero 1.Tu.
Sarebbe bello intercettare il tuo portalettere ed allertarlo sul fatto che dovrà consegnarti spesso cose che arriveranno da Roma, "maneggiare con cura" ci sarà scritto sopra, e talvolta addirittura "fragile".
Perciò devi prepararti ad accoglierle. Sono mie.
Sarebbe bello camminare su quell'asfalto, ascoltare il rumore dei nostri passi e lasciare a loro la decisione della meta.
Ora ti vorrei solo abbracciare.

Dammi quel maledetto indirizzo testina.

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