mercoledì 4 novembre 2015

Il battito



Aveva sentito il suo battito, conosceva bene quel tipo di battiti.
Era un battito uguale a quei battiti, forte, impetuoso, ritmico, identico ai battiti dei Suoi.
Quel battito avrebbe poi dato uno di quei nasi, due di quei piedi, due di quegli occhi lì, proprio quelli che erano tutta roba sua, lei sapeva bene come sarebbe andata a finire se avesse continuato ad ascoltare quel battito.
Quel giorno aveva un camice verde, corto, aperto, troppo leggero per un Marzo appena incominciato, il Marzo dei suoi quaranta anni.

Era nuda sotto, solo lenzuola per il suo letto e per il letto delle altre.
Lunghissime ore lì dentro, una giornata interminabile, senza alba.
Nessuno veniva a dir loro nulla.
Nessuno rivolgeva loro la parola,nessuno era lì per spiegare, rassicurare, chiedere.
Faceva spesso pipì, quando era agitata le capitava così.
Talvolta aveva conati di vomito, il freddo l'avvolgeva tutta, nessuna parte di sé esclusa.
Il freddo le faceva battere i denti e contrarre le mandibole, per giorni le avrebbero fatto male anche di notte.
Un freddo incontrollabile, un freddo tutto.
Era arrivata una pillola adagiata sopra una garza, portata da un'infermiera sbrigativa ed avvezza.
Le altre l'avevano ingoiata subito.
Lei l'aveva chiusa nella sua garza, poi nel cassetto.
La pillola l'aveva atterrita, terrore puro.
Si era allontanata verso la finestra, gli aveva mandato un messaggio, gli aveva scritto: "portami al mare a mangiare spaghetti alle vongole".
Lui le aveva risposto:" resta lì e stai tranquilla".
Aveva ingoiato la pasticca.
Poco dopo, troppo poco dopo era arrivato il sangue.
Poi l'avevano chiamata.
Era scesa giù.
Aveva scelto di restare sveglia, di stringere la mano di una sconosciuta, di fissare la parete opposta, di dirsi "ora finisce tutto, ora passa", di provare a respirare.
Rumori assurdi l'avevano violata e torta, aveva dato lei il via a quei rumori, a quel tramestìo innaturale.
Aveva lasciato che l'agguantassero, colto dentro al suo calore più profondo.
Aveva fatto in modo che passassero senza opporre resistenza, senza più proteggere.
Era risalita senza.
Era risalita sopra senza la possibilità di diventarlo ancora.
Il suo battito, ora che sarebbe stato il tempo di stringerlo e curarlo e vederlo diventar naso e piedi ed occhi come i suoi, le martellava dentro ogni passo, diventava sempre più spesso il ritmo dei suoi incubi più scuri, del senso di colpa più asfissiante, dei suoi sogni più dolci di mamma.

Era risalita senza e non esisteva posto in questa sua vita ormai, in cui poterselo andare a riprendere.


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