sabato 19 dicembre 2015

Nei pensieri no





Se ti penso sento un colpo nello stomaco, vicino al cuore, accanto alla pancia, sotto la pelle.
Se ripercorro noi è come un tuffo, senza fiato.
Se ti immagino, mi manchi sopra alla pelle, in mezzo alle ossa, fra i denti, sulla lingua.
Se mi lascio andare ai ricordi, mi manchi nelle orecchie, nel naso, nel microscopico mondo delle sue cellule olfattive, mi manchi nelle pupille che non ti vedono, nelle mani che non ti sfiorano, nelle braccia che non ti stringono.
Manchi nella mia voce che non ti racconta, nei miei capelli che non ti cadono sul ventre, nelle mie gambe che non si schiudono per accoglierti, mi manchi nei gesti che vorrei mostrarti e nel fiato che vorrei farti respirare mentre respiro te.

Però non mi manchi nei pensieri, lì è pieno zeppo di te.

14 commenti:

Gigolò ha detto...

Siamo seduti vicini, alla noiosa tavolata. Un caso? No, ripensandoci. Per tutta la cena complimenti, nemmeno troppo velati. Allusioni, al limite dello sfacciato. Complimenti ed allusioni che filtrano attraverso la pelle come dolce veleno per chi è sicuro di non meritarli e vuole invece crederci. Il mio ego vola come un aquilone.
Dopo la cena inevitabilmente il terribile gruppetto musicale cambia letteralmente musica. Da ambient-confidenziale a revival-latino-disco.
Ben presto si tocca il fondo del buon gusto. Lambada. Siamo scienziati, Diosanto.
"Balliamo?" Il punto interrogativo l'ho messo io ma forse non c'era.
"Ti prego, no".
"Il mio uomo balla". Una durezza improvvisa.
Il filo dell'aquilone si tende all'improvviso. Sta a me spezzarlo o continuare a volare. Sono io il suo uomo per stasera.
Non dico niente ma lascio il tavolo e raggiungo il centro del salone.
La mia coscia sfiora e spinge, lei ondeggia ed accoglie.
Seguono qualche lento e qualche Disco70 di cui non vado fiero.
Ci salutiamo e vado in camera. Lei è trattenuta, colleghe, chiacchiere, buonanotte.
Penso, aspetto, penso di aspettare ma chissà cosa poi, aspetto di pensare ma cosa vai a pensare.
Bussa. Entra.
Bacio.
Letto.
"Mi piace cosa mi stai facendo"
Trovo buffo me lo dica anziché pensarlo soltanto.
Sorrido.
"Perché ridi?"
"Non sto ridendo, sorrido."
"Perché?"
"Perché sono felice"
"Tu ridi soddisfatto, non mi piace, mi offende"
Non mi fermo.
Mi ferma lei. Immaginate l'ultimo istante utile prima di definire fare l'amore. Ecco, quello.
"Non voglio fare l'amore"
Ti rivesti in gran fretta. Non capisci.
Lei no. Rimane sdraiata.
Cosa vuoi da me?
Bussano.
Raccoglie i vestiti, corre in bagno.
Ti infili il pigiama.
Apri.
Si, dormivo.
No, non so dove sia. Non la vedo da un'ora.
Buonanotte.
Esce dal bagno, esce dalla camera, esce da tutto.
Una mezza conquista. Una conquista mezza piena.
Un passo indietro nella comprensione dell'altra metà del cielo.

Anonimo ha detto...

l'hai più rivista?

silvia ha detto...

Era stata una serata piena di luci e colleghi, tutti un po' rigidi, di quella rigidità di gruppo dovuta proprio alla costrizione dello stare insieme anche di sera, a condividere cibo e musica, chiacchiere vuote e convenevoli da etichetta, oltre che a lavorare insieme come di consueto.
I tacchi non mi facevano troppo male ma davanti al buffet mi ero sentita come sempre precaria ed un tantinello ridicola.
Non avevo molto fame, i tavoli erano affollati, tutt'intorno era pieno di giacche e vestiti delle festa.
Lui mi si era avvicinato con scuse sempre più ridicole "assaggiato i paccheri con la rana pescatrice?", "questo taglio di capelli ti rende diversa, più intensa forse" "quanto hai preso di tredicesima?".
Mi sono scocciata presto della sua ingessatura, sembrava gongolarci dentro.
"Balliamo" gli dissi mettendomi di fronte a lui.
Non voleva, lo sapevo perfettamente.
Invece ballammo.Insieme, io e lui, gli avevo detto puntandogli gli occhi nel petto: "il mio uomo balla", eravamo belli mentre danzavamo, belli come sapevamo essere belli ogni volta che riuscivamo a stare insieme.
Gli occhi dei colleghi puntati addosso, avrebbero avuto di cosa parlare il giorno dopo davanti al distributore del caffè.
Me ne fregavo, C'eravamo solo io e lui in quel momento, dentro a quelle note, dentro a quei movimenti, le nostre cosce che frusciavano una contro l'altra.
Avremmo dormito in quella stessa struttura, tutti noi.
La tensione generata dalla possibilità di passare finalmente una notte intera da soli io e lui, saliva con l'avanzare del buio, si infittiva nella mia gola ed impennava il mio battito cardiaco.
Sentivo ad ondate imprevedibili, la scia del suo profumo in mezzo agli altri, e mi sembrava che solo io potessi dargli un nome ed un volto, i suoi.
Salimmo ognuno nelle sue stanze, mi cambiai e scivolai davanti alla sua porta e subito dopo dentro.
Un bacio lunghissimo, senza prendere aria.
Ci sdraiammo sul letto, gli occhi pieni di sonno e meraviglia.
Lo spogliai piano, lo bacia tutto, mi sibilò nelle orecchie tenendomi piano per i capelli "non hai idea del piacere che mi stai regalando ora".
Non volevo fare l'amore, volevo essere lì senza perdermi un attimo di noi.
Indugiai su ogni parte del suo corpo, stetti ferma e piantata dentro ad i suoi pensieri.Pensami, gli dicevo senza parlare, avrei voluto ingombrarlo, offuscare ogni suo altro pensiero.

Mi svegliai all'alba, il collo indolenzito, la schiena contratta, i piedi pulsanti...eppure non avevo neanche ballato.

Gigolò ha detto...

caro/a Anonimus (devo fidarmi della desinenza o anche stavolta la curiosità è donna?), si che l'ho rivista, ma questa è un'altra storia.
Non questa.

Sto guidando. Bologna dista ancora nove uscite di autostrada. Sto tornando da lei.
Quest'estate ero sceso in spiaggia ed al momento di scegliere dove posare l'asciugamano mi ero guardato in giro. Avevo incrociato il suo sguardo per caso. Gran bella donna. Occhi chiari assassini. Mi avvicino, butto il marsupio a tre metri da lei. Segno il territorio. Altri maschi, siete avvertiti. Distendo l'asciugamano a favore di vento ad evitare scene alla Mr Bean. Mi spoglio. IAn costume faccio la mia porca figura. Evito accuratamente di guardarla ancora, Dio come sono qui casuale e disinvolto. Appagato. Mica in caccia. Sfodero un libro intelligente. Inforco gli occhiali scuri. Adesso si che posso guardarla impunito. Ed è proprio da guardare. Lei invece guarda il mare. Sta già sognando me, lo sento.
Dal bagnasciuga un bambino di tre-quattro anni le corre incontro, lei lo accoglie con l'asciugamano aperto. Ecco la reale direzione del suo sguardo.
Cambio volante di tattica. In guerra i riflessi sono tutto. Rivolgo il mio sguardo più tenero al bambino, e lo mantengo ostentatamente fino a che lei se ne accorga o scatti l'allarme antipedofilo della spiaggia. Se ne accorge. Mi ricambia il sorriso.
Nei giorni successivi stessa spiaggia stesso mare, i metri che da tre diventano due e mezzo poi due.
Scambio di battute. Posso aiutarla a piantare l'ombrellone? Vada pure in acqua con il bambino, le guardo io la borsa. Una bomba al limone per tutti e tre? Si, è proprio un gran bel libro, se vuole glie lo presto.
E di sguardi.
Ma il bambino è sempre in mezzo alle scatole. Nessuna speranza di restare soli. E sabato arriva il marito. Me l'ha detto per comunicarmi che non è una ragazza madre? Per scoraggiarmi, che tanto se è in astinenza entro due giorni si toglierà la voglia? O, al contrario, per dirmi di affrettarmi a dire o fare quello che ho in mente?
Nulla di fatto. Arriva sabato. E con lui il marito. Dio, che brutto! Lei così bella. E non deve essere neanche ricco, sennò mica la lasciava in spiaggia libera la famigliola, e nemmeno all'Hotel tre stelle molto generose. Ma dai! Che spreco!
Fremo di fronte a cotanta ingiustizia nella distribuzione delle sue grazie, e, incrociandola mentre torna dalle docce (finalmente il pargolo le da tregua e gioca con il papà a costruire un castello di sabbia senza fantasia) le dico: "quand'è che io e te si fa qualcosa?"
Ho capito che paradossalmente per me c'è più speranza con lei quando il marito è qui piuttosto che in città.
Lei non mi schiaffeggia ma mi risponde (troppo alla svelta, evidentemente sono prevedibile)"alle tre in pineta".
Ora del pisolino congiunto del figlio e del congiunto.
Se le pigne e gli aghi potessero parlare, se i sempreverdi potessero raccontare, beh, diventerebbero semprerossi.

Due weekend in pineta, e poi il più classico dei Motel a metà strada (più di cento km io, sette lei) una volta al mese. A letto, meglio che in pineta, una pazza scatenata. Da zabaione prima e dopo.
Ma adesso ho una ragazza, le voglio bene, Facciamo l’amore con amore, è bello. Ma senza gli aghi e le pigne del proibito.
Tanto ho deciso. E‘ finita. Ancora un’uscita e torno indietro. Anzi, magari la prossima. O fra due. Che c’è l’autogrill e mi faccio un caffè. E ci penso.

O magari uno zabaione.

Anonimo ha detto...

e brava la mammina. Devo aspettarmi un'altra...avventura anche questo giovedì?

silvia ha detto...

?????

Gigolò ha detto...

con questa mia penso di rispondere sia alla questione franca di anonimus che ai question mark di Silvia.

Capodanno.
SMS Vieni da me oggi?
SMS Sei matta?
SMS Si e lo sapevi.
SMS E' il 31 Dicembre.
SMS Allora?
SMS Non hai altri impegni?
SMS Si ma sul tardi. Vieni da me questo pomeriggio. Poi liberi.
SMS Nessuno arriverà e mi ucciderà?
SMS Non posso garantirlo.
SMS Allora vengo.
Vado.
Mi accoglie elegantissima. Vestita di nero.
"Scusa, stai uscendo?" Scherzo ma non troppo.
"No, ma volevo che mi vedessi così, oggi. E' il nostro Capodanno, anche".
In quell'anche c'è un uomo di troppo, ma distortamente non penso di essere io. La metto sul ridere.
"Va bene, ci mettiamo sul fuso orario della Nuova Zelanda (sparo a caso, lì potrebbe essere già domani mattina per quanto poco ne so di mappamondi)e stappiamo lo Champagne.
"Hai portato lo champagne?"
"No", ammetto. Perché non penso prima di parlare? E perchè non ci ho pensato al brindisi?
Ci baciamo.
"Il vestito toglilo tu, non voglio sciuparlo". Un po' è vero un po' voglio guardarla alle prese con cerniere, nastri, collant, scoprire cosa ha di rosso.
L'ultima cosa che si toglie è rossa.
"E tu cosa hai di rosso?" Chiede.
"Il conto in banca"
"Questo spiega lo champagne" colpisce.
Mi prende la mano. Ma non mi porta verso la camera. Apre la porta del bagno.
"Ho meno tempo di quello che pensavo per prepararmi. Facciamo il bagno insieme."
Non dice "così poi sono già pronta" grazie a dio né io lo penso o mi interessa dopo lo strip tease. Il sangue non è più tutto tutto al cervello, diciamo.
Amore e bagnoschiuma. Ginocchia e dura vasca. Gomiti e rubinetti sporgenti. Pozzi di piacere, Pozzi e Ginori.
Accappatoio per lei, asciugamano per me.
Squilla il telefono. Il cordless in camera sua. Si siede sul letto e risponde. E lui.
Io faccio lo scemo. Mi avvicino, faccio cadere l'asciugamano. Offro alle sue labbra un'alternativa molto personale alla cornetta. Mi schiaffeggia l'alternativa da cattiva, mi guarda malissimo. Mi ritiro in buon ordine. Mi rivesto. Lei prende accordi per la serata.
Poi mi raggiunge, le mani sui fianchi, lo stesso sguardo severo.
"Un po' di rispetto per lui!" Mi dice.
L'acqua (e non solo quella) nella vasca sta ancora mulinellando.

Gigolò ha detto...

PRELUDIO
Finalmente l’invito a cena. E non in un ristorante (pizzeria come primo appuntamento da escludere, si sa) magari freddo e qualsiasi. A casa sua. Che vive da sola.
Mi presento puntuale, né prima né dopo l’orario stabilito con falsa nonchalance. In realtà ho cominciato a contare le ore già da meno cinquantotto. Arrivare prima è maleducazione. Arrivare tardi è arroganza. Quindi puntuale. Non al secondo, la precisione svizzera non è esattamente sexy, ma quasi.
Entro, le porgo il mio dolce. Comprato, certo.
Lei ha un bel vestito. Verde. Sopra il ginocchio. Quel ginocchio a metà delle sue bellissime gambe, tanto sognate quanto sbirciate in ufficio. E stasera mi sento che non solo il mio sguardo ma anche le mie mani risaliranno quelle magnifiche gambe. Ciao ciao affusolata rotula, oggi si sale.
Il dolce l’ho comprato, le dico. Non so cucinare niente.
Nemmeno io ho cucinato, mi risponde lei. Ognuno si fa le sue cose. E mi mostra la tavola, imbandita, in mezzo a cui troneggia il set da fonduta.
E’ un monolocale, il tavolo al centro, a destra un angolo cottura, il letto (il letto! Il suo letto!) a sinistra.
Mi siedo, spalle a due porticine cui non faccio caso.
ANTIPASTO
Lei mette il mio dolce in frigo, stappa un prosecco. L’antipasto più che un antipasto è un pasticciare da ragazzini. Patatine, noccioline, biscottini salati (si, anche quelli a forma di pesce, si) e perfino minisalamini citterio. L’emozione anziché bloccarmi l’appetito mi mette fame. E non sto a dirti quanto va giù bene il Prosecco freddo. Gelido, per la cronaca.
Chiacchieriamo, ognuno più attento a cosa dice piuttosto che a cosa dice l’altro. Fase di studio. So di piacerle altrimenti non sarei qui. Lei sa di piacermi. Come potrebbe essere altrimenti? E’ così bella.
Riesco simpatico, guadagno punti. Colto il giusto, guascone il giusto, serio il giusto. Vado alla grande.
Anche il prosecco va alla grande. E‘ presto la prima vittima della serata.
GRAN PORTATA
Olio che bolle, una ciotola enorme di carne a tocchetti, sei-sette diverse salsine in cui intingere il bocconcino. Tredicesimo a tavola, un temibile vino pugliese lo-fanno-degli-amici-dei –miei-giù-al-paese. Quindici gradi. E un saporaccio orrido.
Buono, grazie. Un pò forte, neh, ma buono.
La carne è appetitosa, qualche boccone mi va giù un po’ troppo al sangue, il livello dell’olio nel mio stomaco aumenta, il vino pugliese si allea con il prosecco, poi lo distrugge, lo annega. Dentro di me, inebriato dalla presenza di lei, del suo sguardo, della sua voce, delle sue gambe (l’ho già detto?) si consuma un film horror per vegani.
Mangio finchè non mi rimane più spazio per il buon senso.
Parlo ormai a ruota libera, senza ascoltarmi.

non perdetevi TRAGEDIA, l'affascinante seguito, prossimamente su questi schermi!

Gigolò ha detto...


TRAGEDIA
Poi accade.
Un crampo, poi un altro. Lo sforzo di dissimulare. La forza di gravità di ciò che ho ingerito viene oltrepassata ed invertita dalla forza della gravità del mio controllo perso.
Mi alzo dalla sedia sfidando il capogiro (e perdendo), forse bofonchio qualcosa, non ricordo. Nulla di sensato, tipo “scusa dovrei andare in bagno”. Apro spingendola a mano aperta una delle due porticine dietro di me. A caso. Potrebbe essere il bagno, potrebbe essere l’armadio a muro, potrebbe essere (mi auguro) il passaggio per una dimensione parallela.
Quasi nemmeno il tempo di vedere dove sono (vinco alla lotteria, è davvero il bagno!), ormai è tardi, chiudo la porta quasi sbattendola, mi giro e parte un getto da esorcista che (il bagno sarà un metro per un metro!) centra in pieno la parete di fronte alla porta. Osservo sgomento la enorme chiazza bordeaux. Forse sono riuscito a non fare rumore. Nemmeno il tempo di trovare in ciò consolazione che il resto della cena insiste per uscire, tipo Alien dal corpo dell’incauto astronauta.
Adesso ripensandoci non sono più tanto sicuro, ma quella sera credo di avere rivisto anche il pranzo, parte della mia torta di compleanno del mese prima, i confetti della mia comunione e, infine, del liquido amniotico.
Rialzo la testa dalla tazza dopo un tempo infinito. Guardo la porta. E’ abbastanza spessa? Avrà sentito tutto?
Mi guardo intorno, o forse la mia testa è ferma e tutto gira. La chiazza sulle piastrelle della parete è ormai colata sul pavimento. Pulire. Alla svelta. Carta igienica. Con una spugnetta passo gli spazi tra le piastrelle. Ritornano bianche, o almeno mi sembra. Fuga, si chiama, lo spazio tra le piastrelle. Ed anche ciò che ormai desidero. Non era ciò per cui ero venuto. Quasi. Cambio di vocale (rebus, 1;4).
Mi guardo allo specchio. Sembra che abbia visto il demonio. Mi asciugo le lacrime. Mi sciacquo la bocca dall’odore di morte imbaciabile. Esco. Lascio la luce accesa sperando che la piccola ventola migliori l’ambiente. Accesa, uno o due mesi dovrebbero bastare.
EPILOGO
“Tutto bene?” La sua domanda scontata.
“No, scusa, penso di avere la febbre”. La risposta migliore che ho trovato nella parte di cervello che non è scesa dallo sciacquone.
“Non ti fermi per il dolce?” Mi chiede.
Un crampo allo stomaco. “Ti ringrazio, no”. Per ironia della sorte avevo portato un….tirami su.
Ci salutiamo. Parlerà di me a tutti in ufficio. E a tutte. E’ finita. Non passo nemmeno da casa. Vado in aeroporto, ci sarà pure un volo stanotte per la Namibia.
Se c’è un dio.

silvia ha detto...

Non ricordo quasi più nulla di quella serata, avevo preparato una fonduta con bocconcini di carne di vitella morbidi come burro.
Mi ero preparata a lungo come solo una donna può fare, depilazione, scrub, creme, olii, profumi, trucco e capelli perfetti.
Calze velate, tacchi non esagerati, la casa pulita, calda, ordinata, accogliente, qualche candela e del buon vino, od almeno me lo avevano venduto come tale, io sono astemia non ci capisco nulla.
Mentre colloquiamo amabilmente lo vedo impallidire, quasi contrarsi, in pochi minuti era già fuori da casa mia, in strada, il bagno, dapprima immacolato,era ora grondante di macchie color vinaccia, un odore di acido persistente come il più costoso dei profumi.

Non ho potuto fuggire dal ripulire le fughe, in ginocchio, smagliando le calze velate.

Gigolò ha detto...

:)))))
vedo che identificarsi nella donna della pineta e nella donna di capodanno è un po' arduo, per una brava ragazza.

silvia ha detto...

Non riuscivamo quasi mai ad arrivare alle cabine di legno disseminate in pineta, ci fermavamo prima, uno addosso all'altro, quasi a mangiarci per un senso di fame antico insaziabile pieno di saliva, che più che saliva era acquolina.
Non ero io che facevo qualcosa al suo corpo né lui al mio, ci compenetravamo, uno dentro all'altro, la sua pelle era la mia, e viceversa.
Non sentivamo gli aghi puntati sotto alle cosce, le pignette incastrate nei menischi, arrivava solo a tratti, il rumore del mare, quel vento salmastro appiccicoso e frizzante.
E ci danzavamo dentro, quasi cavalcandolo, cavalcandoci.
Adoravo il suo odore il suo sapore, senza questi non avrei potuto amarlo come l'amavo ogni volta.
Mio marito era un'altra cosa, mai stato bello lui eppure era il mio amore, la mia stabilità, il mio centro.
Mio marito, il padre di mio figlio, l'uomo che mi tendeva la mano.
Mentre l'uomo della pineta fu da subito, dal primo sguardo, la mia miccia, il fuoco piantato fra l'ombelico e la gola, il calore liquido nella fossetta giugulare, io e lui siamo stati sempre un'esplosione incontrollabile, la vertigine del controllo smarrito, nessuna parola convenzionale, il salto completo dei preliminari, nessun corteggiamento, ma subito desiderio allo stato puro.
Con lui mi sentivo una cavalla senza briglie, il cuore che batte fortissimo nel petto, davanti tanta strada da galoppare senza sosta.
Lui era ciò che sognavo la notte senza neanche raccontarmelo il mattino seguente, lui era la possibilità di essere profondamente me nel corpo e nelle fibre più profonde e misteriose del mio essere femmina.
Per tutta l'estate ci siamo consumati di baci ed incontri, per tutta l'estate ci siamo scorticati la pelle con sabbia e carezze senza freni.
Poi una sera a Capodanno, inspiegabilmente libera dalla mia famiglia rimasta bloccata sulla neve in montagna dai suoceri, gli scrissi.
Nella testa mi pulsava solo una frase "il nostro Capodanno", ciò che non avevamo mai potuto avere, ciò che forse non avremo mai più avuto.
Gli tenni nascosto che avremmo avuto l'intera notte per noi, era la sorpresa nella sorpresa.
Ci amammo subito, anche se avrei voluto aspettare, con noi non era possibile procrastinare, rimandare un amplesso, dire "dopo" al godimento più sfrenato.
Avremmo avuto tutto il tempo per dormirci addosso, mangiare, imboccarci, bere un po' bagnandoci le cosce, ridere di cose subito dimenticate e ricominciare ad amarci.
Eravamo tanto belli insieme, intrecciati, avvinghiati, appoggiati, così belli che la morte non sarebbe mai venuta a disturbarci, finche saremo rimasti così, Noi.

Gigolò ha detto...

Vestiti sempre bene.

Perché un giorno vengo e ti porto via.
E non ti darò il tempo di fare la valigia

silvia ha detto...

Dormo vestita di tutto punto.
La valigia è già pronta.

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