venerdì 24 giugno 2011

"Silviè và affà er caffè"




Ho vissuto un'infanzia serena.
Sono stata una bambina felice e spensierata.
I miei genitori si amavano e ci amavano senza devianze o disturbi particolari.
Mi piaceva stare al mondo e correre e giocare e mangiare, mi piaceva persino andare a scuola, leggere e studiare.
Mi piaceva andare a trovare gli amici dei miei genitori, i miei cugini caciaroni, i parenti tutti.
Sono stata una bambina senza troppe paure nè fantasmi radicati.
Una sola cosa disturbava le mie tranquille serate, il mio relax post-cena, il mio stravaccamento sul divano insieme a tutta la mia famigliola.
Una sola ombra oscurava il benessere di un film visto tutti insieme raggomitolati davanti alla tivvù.
Una sola frase spezzava il mio tranquillo poltrire seguendo le scene d'amore più intense, od i thriller più agghiaccianti ed era:"Silviè và a fà er caffè",il senso è chiaro anche per chi non è un autoctono romano immagino, questa frase veniva pronunciata da mio padre nei momenti meno opportuni, nella penombra serotina, nel climax del rilassamento supremo, quando non l'aveva ancora pronunciata facevo finta di niente restando sul chi và là come un cane da guardia, quando l'aveva appena pronunciata invece, traccheggiavo, nicchiavo aspettavo sperando che dimenticasse il bisogno di caffeina, che si addormentasse, che si appassionasse al film.
D'inverno soprattutto, l'idea di uscire dalla copertina da divano, raggiungere la cucina buia, fredda, lontana e solitaria, mi gettava nello sconforto più profondo.
Mi rigiravo sotto alla coperta come colpita da una pallottola mortale, rantolando affranta.
Emettevo strani suoni tipo:"aspetta un attimo pà, ecco mo' vado, un secondo, eh si si si, ora ora, ora vado, aspetta la pubblicità dai..."
Biascicavo scuse e temporeggiamenti, ma tanto sapevo che prima o poi mi sarebbe toccato.
Che noia stare di là, da sola ad aprire il barattolo, mettere l'acqua a livello della valvolina, no un pò meno, no così troppo poco riaggiungi,aspettare che salisse sù(lentissimo, interminabile)e perdersi le scene del film ma soprattutto i commenti di tutti noi.
I commenti erano la cosa più bella delle visioni filmiche a casa nostra, i commenti erano fantastici, esilaranti, incredibili, un bellissimo accavallarsi di opinioni e sensazioni.
Ancora mi porto addosso la sensazione che provavo appena sentivo provenire verso di me la fatidica e temuta frase:"A Silviè và a fà er caffè", anche se ora pagherei per sentirmela dire ancora una volta, dal momento che adesso non riesco neanche a vedere il divano, figuriamoci un film.

http://cenadamamma.blogosfere.it/2011/06/sanita-romanastorie-di-ordinaria-follia.html

4 commenti:

dottoressa feelgood ha detto...

Ciao Silvia, sono in visita da te!
Anch'io ero deputata a fare il caffé, ma di solito la domenica e festivi a mezzogiorno, quindi non mi dispiaceva. Poi se c'erano ospiti lo versavo anche nelle tazzine facendo attenzione a fare le dosi uguali... sì, direi che tutto sommato era un rito che mi piaceva.
Ciao!
Paola

Io ha detto...

Benvenuta in visita qui allora cara, io ti ho incontrata ieri ed è stata una bella scoperta davvero.
Ti aspetto qui, ogni volta che vorrai e nel mio blog professionale http://cenadamamma.blogosfere.it/ sempre se vorrai.
Buon martedì di pioggia e grandine.

patrizia ha detto...

ciao, bella la tua infanzia, sono momenti che non si dimenticano mai e belli da ricordare anchio come te ho avuto un infanzia molto felice ora invece come hai detto tu non abbiamo tempo di vederci neanche un film, la famiglia prima di ogni cosa e il lavoro certamente.ti auguro anche oggi tanta felicità .

silvia ha detto...

Grazie Patrizia, per la tua visita e le tue dolci e gradite parole...vicine anche se per pochi giorni, riusceremo ad esserlo almeno virtualmente.
Evviva le infanzie belle e serene, sempre più rare.

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