sabato 21 giugno 2014

Ambulanze e condomini


Domenica di sole, profumi di arrosti e pranzi migliori, la sirena dell'ambulanza inconfondibilmente vicina, troppo vicina.
La sirena dell'ambulanza esattamente sotto casa nostra, il suo sibilo assordante si ferma, il camioncino bianco e rosso si blocca, si aprono gli sportelli, ne fuoriesce lo sferragliare di una lettiga, gli infermieri rapidi.
Lentamente siamo tutti sui balconi, uno di fronte all'altro, i due palazzi paralleli, gremiti di persone alle finestre, ci guardiamo.
Alziamo ed abbassiamo le teste come per un appello silenzioso senza dirci nulla, come per contarci, riconoscerci: secondo piano con figli piccoli presenti, la tassista dell'attico presente, piano terra con signora anziana presente, terzo piano con neonata presenti, coniugi pensionati pulitori affiatati e sincronizzati presenti, uomo fissato con la sua macchina e la pasta abrasiva presente, noi presenti.
Nessun suono riempie più l'aria, siamo tutti in piedi come quando entrava il preside in classe che poi diceva:"seduti seduti" ed io pensavo ma allora che ci alziamo a fare?
Un balcone è vuoto, una finestra non incornicia alcun volto, neanche dai vetri si intravede la sagoma di una persona.
Sono venuti a prendere lui.
Manca solo lui all'appello.
Passano tanti minuti, lentamente si rientra a girare le patate perchè non si attacchino al fondo, a spegnere il sugo, ad apparecchiare.
Continua ad essere domenica, ma sopra o sotto di noi qualcuno muore o è già morto, i suoni sembrano incapsulati, non si sente nulla dal soffitto attraverso il quale hai sempre sentito filtrare la mazurka alle sei di mattina o la musica da camera un pò più tardi, imprecando anche parecchio.
Un giorno ti aveva incontrata e ti aveva chiesto scusa per quella musica a tutto volume ma lui era sordo e soprattutto tanto solo, non ho più la mia amata moglie, ti aveva detto, allora la musica mi fa restare in vita, aveva aggiunto scusandosi ancora.
Adesso non si sentiva neanche un passo, uno strusciare di sedia, una televisione accesa.

E' domenica e tra poco l'ambulanza andrà via, il portone tornerà libero ed arriverà persino l'ora di mangiare di nuovo.

2 commenti:

Massimo ha detto...

Senti, il suono dell’ambulanza si fa sempre più intenso ed acuto: si chiama effetto Doppler.
Amore mio, ti comporti sempre come se tu avessi una classe davanti, ad ascoltarti.
Sai cosa penso, è una responsabilità, si rimane insegnanti per tutta la vita.
Appunto amore.
L’Ambulanza si è fermata proprio qui sotto: chissà per chi è venuta. Diamo un’occhiata dalla finestra.
Sembra ci siano tutti, amore.
C’è anche la Silvia. Che bella donna.
Piantala! Fino all’ultimo non ti smentisci.
Se non mi piacessero le belle donne non avrei sposato te.
Sai sempre come intortarmi. Me e chissà quante altre. Magari anche questa Silvia.
Ma se ci avrò parlato si e no un paio di volte! E poi è così giovane…lasciami dire. E poi guarda, l’ho salutata con la mano ma non mi ha nemmeno risposto.
Per non ingelosire il marito, di certo, di fronte a ‘sta tentazione…
Si, si, sfotti, sfotti. Sarà per questa maglia che indosso.
Lasciamo stare, piuttosto: proprio la maglia della Lazio dovevi metterti?
Era l’unica che avevo in ordine ieri sera, ho dormito con quella. I pigiami me li avrebbe stirati stamattina Irina. A proposito, dov’è? Avrebbe dovuto essere già qui. Ah eccola qui sotto sul marciapiede, che fa, piange? Benedetta donna, me l’aveva detto: basta una sirena ed ecco che le vengono in mente i bombardamenti, al suo paese, e scende in strada. Vado in camera e mi cambio.
(Si reca in camera, e ciò che vede lo colpisce e subito dopo lo rasserena). Ma allora…

Due lettighieri entrano in un appartamento, e vengono guidati in una camera matrimoniale il cui mobilio ha conosciuto tempi migliori.
Eccolo qui, poveraccio.
Un laziale di meno.
Sei una testa di cazzo.
Eddai, si vede sei nuovo, con il nostro lavoro si diventa matti dopo un po’ se non la si prende con filosofia e cinismo. Potessi io andarmene nel sonno, senza accorgermene, a cent'anni suonati.

Ma lo senti? Maleducato. Non ho cento anni.
Adesso dobbiamo proprio andare.
Eri venuta a prendermi.
Parli con una che è mancata da vent’anni, pensavo te ne fossi accorto subito.
E perché avrei dovuto? Io parlo con te tutti i giorni.
(sorride) Andiamo, Amore.

silvia ha detto...

Ho imparato a guidare da ragazzino, con mio padre nello spiazzo davanti casa, ogni sera, che facesse freddo o diluviasse, che fosse una giornata di vento o sole a picco, scendevo giù, entravo nella sua macchina non appena lo sentivo suonare con il clacson e guidavo quei pochi metri dapprima in braccio a lui, più tardi, accanto a lui.
Ora mi sono abituato a questo lavoro infame, ho sessant'anni, ho visto qualsiasi cosa, ho corso con a bordo pazienti in ogni condizione immaginabile, qualcuno anche in condizioni inimmaginabili.
Oggi aspetto parcheggiato in questa via piccola, è domenica, fa caldo, si sente un profumo intenso di cose da mangiare che mi spalanca lo stomaco.
Mia moglie mi lascerà una porzione di melanzane alla parmigiana, non le mangerò prima delle 16.
La mozzarella sarà diventata un blocco unico.
Otto ore di turno, un massacro.
Mi piacciono fritte due volte le melanzane, prima nella farina poi nell'uovo.
Ci sono i soliti curiosi affacciati ai balconi, i soliti morbosi appiccicati alle finestre,d'altronde è umano.
A chi tocca nun s'e ngrugna, si dice a Roma.
Bisogna nascere fortunati, lo dico sempre.
Basta avere un incidente od un brutto malore in un giorno di pioggia e sbam, muori stecchito, ci impiego anche un'ora per arrivare ed un'altra per raggiungere l'ospedale.Troppo tempo.
Sono consapevole del fatto che è anche mia responsabilità se si riesce a salvare un cristiano, ma ho smesso di prendermela per questo, altrimenti non campo più.
Fra le persone curiose c'è una donna sul balcone, sembra più preoccupata degli altri ma ho l'impressione che sia una preoccupazione antica, lontana da qui.
Ha le gambe un pò grosse, linfatiche direi da qui sotto, infondo mi piace, ha uno sguardo triste ma sensuale, sembra proprio una donna.
Ad un certo punto la vedo rientrare in casa e poi affacciarsi di nuovo con una cucchiarella di legno in mano, forse sta cucinando, è passata l'una da poco.
La donna guarda su e guarda giù, ogni tanto guarda anche me ma non mi vede, credo abbia capito di chi si tratti fra i suoi vicini di casa.
I colleghi stanno su parecchio tempo, ho sempre più fame, la donna non sembra avere pace, esce e rientra in casa, di tanto in tanto sospinge i bambini dentro, come se volesse nascondere loro la mia ambulanza.
Improvvisamente sento il suono della barella, rientrano.
Accendo il motore, un collega ritorna a fianco a me, l'altro resta dietro vicino al malato, con la coda dell'occhio vedo una mano anziana, piena di rughe e solchi che stringe la copertina di un disco, è proprio un vecchio vinile e mi sembra di leggerci sopra:"Mazurka di periferia".

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